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luglio 12, 2004


Italiani contrari alla devolution e a favore del maggioritario

Aumenta la voglia di proporzionale
Sì al federalismo, ma con più Stato

 

Cresce lo scetticismo verso il sistema maggioritario e il decentramento
E nella Lega raggiunge il 15% la quota dei contrari alla « devolution »

 


di RENATO MANNHEIMER
E’ probabile che la verifica tra le forze di maggioranza in corso in queste ore si concentri principalmente sulle questioni economiche. Anche perché saranno queste ultime — a meno di rilevanti novità sul piano delle tematiche connesse al terrorismo e a l l a p a - ce/ guerra in Medio Oriente — ad orientare prevalentemente le scelte degli indecisi in occasione delle prossime elezioni: i leader hanno sempre ben presente che le Regionali si terranno tra meno di un anno.
Accanto ai temi economici, tuttavia, è previsto il confronto ( o, forse, lo scontro) su materie, per così dire, di sfondo, verso cui gli elettori paiono immediatamente meno interessati, ma che costituiscono punti cruciali, quasi simbolici, per questa o quella componente della coalizione di governo.

La prima, naturalmente, è rappresentata dalla riforma federale. Il suo varo fa parte degli elementi definiti « irrinunciabili » nell’accordo stilato a suo tempo tra Berlusconi e Bossi per sancire l’entrata di quest’ultimo al governo. Tanto che nelle prossime settimane, dopo anni di discussioni e di pressioni contrastanti, il parlamento dovrebbe votare la legge così fortemente voluta dai lumbard. Ma molti esponenti politici, anche all’interno della maggioranza, manifestano perplessità verso la riforma così come è stata messa a punto. E, ciò che è più importante in vista della raccolta dei consensi popolari, essa suscita dubbi crescenti anche all’interno dell’elettorato. In un passato non lontano, l’idea di federalismo, di decentramento di poteri agli enti locali, era percepita dalla popolazione in modo decisamente positivo. Come passo in avanti verso la piena realizzazione della democrazia e una più diretta gestione dei poteri e delle decisioni da parte del singolo cittadino .
Poi, analogamente ad altre tematiche ( ad esempio il processo di integrazione europea e, come vedremo tra breve, il sistema elettorale maggioritario) un tempo considerate indiscutibilmente positive, senza alcuna valenza critica a riguardo, l’atteggiamento dell’elettorato è divenuto progressivamente più scettico. E’ vero che la numerosità di quanti sono decisamente convinti dell’opportunità di una drastica  devolutiona favore delle Regioni è rimasta la stessa, grossomodo il 25%. Ma si sono assottigliate le schiere di chi è per una sorta di soluzione intermedia ( « lo Stato deve mantenere un controllo... » ) , che pure resta ancor oggi l’opzione più indicata dagli italiani, o di chi non manifesta una opinione.
E si sono invece accresciute le file di chi si professa drasticamente contrario ad ogni forma di decentramento ( « E’  bene che le competenze rimangano allo Stato centrale » ) . E’ significativo che si tratti di un andamento « trasversale » , presente cioè, con maggiore o minore intensità, nell’elettorato di tutti i partiti. Compreso il movimento di Bossi: tanto che oggi il 15% degli elettori leghisti si pronuncia contro la devolution. I motivi addotti più di frequente per spiegare questa « marcia indietro » sono due. Da un verso la preoccupazione di una eccessiva disparità — e, in certi casi, addirittura confusione e contraddittorietà — nelle norme emesse dalle varie Regioni su temi cruciali come, ad esempio, l’istruzione.
Dall’altro, specialmente, il timore di un ulteriore moltiplicarsi e appesantirsi degli adempimenti e degli impicci burocratici.
Ma anche le altre forze politiche, al pari della Lega, hanno i loro « chiodi fissi » . Ad esempio, la riforma elettorale e, in particolare, il ritorno al sistema proporzionale.  Richiesto a gran voce dall’Udc, ma evocato spesso come opportuno da esponenti di vari altri partiti, anche dell’opposizione. Anche in questo caso ci troviamo di fronte al progressivo incrinarsi nell’opinione pubblica del consenso per una innovazione un tempo considerata indiscutibilmente positiva. Indicato da molti come rimedio alla fragilità dei governi della Prima Repubblica, il sistema maggioritario è stato introdotto nel nostro ordinamento, come osserva incisamente da  sem pre Giovanni Sartori, in modo parziale e un po’ pasticciato. Con la conseguenza di non apportare, nella gran parte dei casi, tutti i benefici attesi. E di suscitare invece una progressiva delusione, una sorta di d i s a m o r a - mento. Beninteso, la maggioranza degli elettori di tutti i partiti ( con l’esclusione di Rifondazione Comunista) rimane favorevole all’idea originale della opportunità di adottare il maggioritario nel nostro Paese. Anzi, la popolarità di questa soluzione si è accresciuta. Ma quanti un tempo si dichiaravano indecisi sono andati via via accrescendo la quota di chi preferisce ritornare tout court al proporzionale per poter votare il « proprio » partito. Ancora una volta, il fenomeno si è manifestato trasversalmente, con particolare intensità tra i leghisti.
L’insieme di questi andamenti suggerisce come alcune tematiche « fondanti » della Seconda Repubblica, pur conservando la loro popolarità, abbiano visto nel tempo una progressiva erosione di consenso nell’elettorato.
Ciò può forse rafforzare la tesi di chi ( ad esempio Diamanti) individua negli avvenimenti di questi giorni i segnali della fine dell’esperimento della Seconda Repubblica e di un progressivo « ritorno » alla Prima. O di chi ( Folli sul « Corriere » di ieri) argomenta persuasivamente come la « Seconda Repubblica » non sia forse nemmeno mai nata. Certo, nell’opinione pubblica si accrescono gli umori di delusione per il « nuovo » che, nelle aspettative di molti, il decennio trascorso doveva portare nei metodi e nei contenuti dell’agire politico. E che non paiono essersi realizzati.
Dietro la delusione per il decentramento c’è anche il timore di un maggior peso della burocrazia Il bipolarismo non ha portato tutti i benefici che l’opinione pubblica si attendeva