giugno 28, 2004 Voti a sinistra e defezioni anche dal fronte leghista di RENATO MANNHEIMER
Penati, il nuovo presidente della Provincia di Milano, deve la sua vittoria a Berlusconi. O, meglio, alla crisi del rapporto tra il Cavaliere e i suoi elettori, già manifestatasi alle consultazioni Europee e al primo turno delle Provinciali. Allora Penati ottenne il 43%, contro il 38% della sua avversaria. Una differenza percentuale che, sulla base delle prime proiezioni, pare essere grossomodo confermata. E che dipende sostanzialmente dalle defezioni dei consensi dell’elettorato di Forza Italia, già emerse quindici giorni fa. L’affluenza alle urne è stata inferiore a quanto registrato al primo turno (ma allora si votava anche per le Europee). Ma superiore alle Provinciali passate: il che dipende dalla mobilitazione legata all’enorme rilievo politico che, a destra come a sinistra, si è attribuito a queste consultazioni. Le varie fasce di elettorato hanno però reagito diversamente all’appello alla partecipazione. Le donne e, al solito, i giovani, dichiaravano nei sondaggi dei giorni scorsi una più modesta intenzione a recarsi alle urne. Ma la differenziazione maggiore è legata all’orientamento politico. Chi aveva scelto la Lega al primo turno risultava meno propenso a votare nuovamente, nonostante l’elettorato leghista sia solitamente più «militante». Si dichiarava ancor meno incline a rivotare chi aveva scelto al primo turno un «altro partito», che ora non ritrovava più nella competizione. Viceversa, nelle formazioni maggiori il tasso di astensione risulta relativamente meno elevato e, quel che è significativo, simile negli elettorati della Colli e di Penati che hanno dunque reagito in egual misura alla «mobilitazione». Ciò che ha permesso a Penati di mantenere la superiorità acquisita al primo turno. Avvantaggiandosi in più del «tradimento» di una parte degli elettori leghisti. Secondo ricerche condotte da Allaxia subito prima del voto, solo il 50-60% di questi ultimi ha votato per la candidata del centrodestra. Un comportamento determinato sia dall’assenza di un candidato proprio, sia dallo scarso «feeling» con la Colli, accentuato dal fatto che in occasione del primo turno la Lega aveva addirittura proposto autonomamente un suo esponente, sia dalla crisi, emersa con evidenza nelle europee, tra la base della Lega e Berlusconi. Per questo, oltre alla diffusa astensione, si registra tra i leghisti una quota (minoritaria ma significativa: attorno al 20%) che, subito prima delle elezioni, dichiarava addirittura l’intenzione di votare per Penati. Contribuendo così alla sua vittoria. Nel suo insieme, il voto della Provincia di Milano conferma la tendenza - già rilevata quindici giorni fa - di una erosione del consenso dei partiti del centrodestra e, in particolare, di Forza Italia. È vero che, sul piano della reale manifestazione di volontà degli elettori, il risultato appare dipendere solo da poche migliaia di voti in più o in meno. Ma le scelte dei votanti milanesi, pur coinvolgendo una percentuale irrisoria dell’elettorato italiano, condizionano in maniera determinante l’intero scenario politico. Perché, come si è detto, il loro significato simbolico è elevatissimo. Tutti, dai contendenti politici ai commentatori, concordano nell’attribuirlo. Come in certi conflitti, quando la conquista di un lembo di terra assume comunque il significato delle vittoria finale. Il voto di Milano evoca dunque la gravità della crisi - non si sa se temporanea o definitiva - del movimento di Berlusconi. Che proprio nel capoluogo lombardo trovò le sue origini.
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