giugno 14, 2004  L'APPANNAMENTO MEDIATICO Di UN LEADER
LA STAMPA 15.06.2004
E il re prima del regno ha perso l'aureola Ancora più del calo elettorale pesa sul Cavaliere la dimensione simbolica della sua crisi: contro la Gruber, ha perso sul suo terreno analisi
Filippo Ceccarelli
SI assume tutta la responsabilità: ci mancherebbe altro... Sua Maestà ha spedito una nota. Farsi vedere, non se ne parla proprio. «La monarchia non sarà mai un partito> disse il malinconico Umberto di Savoia imbarcandosi sull'aereo che l'avrebbe portato in esilio dopo la sconfitta al referendum istituzionale. Beh non è più così.
Tra le novità paradossali della post-politica c'è che i re possono tranquillamente perdere le elezioni, anche europee. L'unico guaio, in tal caso, èche ancora non esiste alcune prassi, e perciò non si capisce bene se la batosta preluda a una maestosa riscossa del sovrano, o se invece si va a mettere in scena una lunga e strisciante detronizzazione.
L'unico indizio è che Silvio Berlusconi, in un sondaggio indicato fin dal 1994 come l'ideale re degli italiani, ha mantenuto fede alla sua promessa e la notte delle elezioni non s'è fatto «risucchiare dall'orgia televisiva». Non si mischia, lui, con i «mestieranti della politica». Così come non partecipa alla festa repubblicana del 12 giugno nei giardini del Quirinale. Ha le sue, di feste In quest'ultima campagna elettorale, a Milano, ha anche insignito alcuni suoi «ospiti a pagamento» di pergamena attestante l'appartenenza all'ordine dei «Cavalieri azzurri».
Non è un caso che il «Cavaliere» - un appellativo che dopo tutto suona di evoluto rango nobiliar-manageriale - sia svanito nei suoi possedimenti, fra Arcore e la Certosa, là dove rivive quella concezione patrimonialistica dello Stato in cui la sfera pubblica e quella privata appaiono, come nel Settecento, indistinguibili. L'ha seguito naturalmente la cerchia stretta dei cortigiani, cuochi e maggiordomi. E' plausibile che abbia dedicato qualche attenzione a quella che Natalia Aspesi, sulla Repubblica, ha ben definito «la Prima Famiglia Mediatica Politica». La prima s'intende del «Regno italico-berlusconiano».
Signore carismatico e autocrate benigno, a tempo debito Berlusconi deciderà ciò che d'ora innanzi occorre a Forza Italia. I suoi esponenti continueranno a fargli tenere a battesimo i figli (oltre cento, finora). Il destino di Bondi e Cicchitto, intanto, è nelle mani del re. Mentre gli alleati... alt, quali alleati?
Ed ecco il punto qualificante: da ieri Fini, Casini, Follini e leghisti vari non sono o comunque non si considerano più sudditi, ma appunto alleati. E qui comincia un bell'impiccio politico, o post-impiccio di potere che sia. Perché è difficile, per non dire impossibile, che chi si sente sovrano assoluto di colpo si comporti da paziente coordinatore di una alleanza.
Ecco. Quando si pensa ai giorni felici della monarchia berlusconiana viene in mente una foto estiva che i quotidiani ripubblicano spesso. Fa caldo e si vedono gli attuali alleati, tutti con giacca e cravatta, che «fanno corona all'Unico, pianeti intorno al Sole; e annuiscono compunti a sua Maestà, in abito casual, molto yachtman»: così Franco Cordero, e l'immagine, la dislocazione geometrica, la differenza d'abbigliamento, tutto insomma rappresentava non solo la potenza regale, ma anche la sua compiuta accettazione. Era settembre del 2002. Berlusconi li aveva radunati a Palazzo Grazioli. Non era mica la prima volta. Di norma lui riceve e nutre a casa sua, segno del comando vero. A volte festeggia pure gli altrui compleanni con un invito a corte. Le riunioni a Palazzo Grazioli si tengono strategicamente all'ora di pranzo o di cena. Una sera, finito di mangiare con i capigruppo della maggioranza, si aprì a sorpresa una porta e spuntò Apicella, il musico. L'onorevole La Russa diede anche il titolo a una canzonetta. Un'altra sera ci furono orologi e bracciali con diamanti per i parlamentari più diligenti. Non di rado i despoti sono generosi, mentre la democrazia è per sua natura attività da spilorci egualitari. Le elezioni restano pur sempre un fatto democratico. Una bella scocciatura per chi si sente superiore. Ma è meglio non perderle. E' mortificante, per un re, essere surclassato da Lilli Gruber. Se questo succede - e ieri è successo - rischia di svanire l'incantesimo del potere regale. Cambiano prospettive, suggestioni, memorie. Non ha più tanto senso essere accolti in visita di Stato ad Algeri dalla marcia trionfale dell'Aida. Né si apprezza il privilegio di poter convocare, quando c'è Bush o Putin, il tenore Bocelli e sentirsi rispondere dal medesimo: «Obbedisco, come Garibaldi al re». E già. Perché nella politica post-moderna la sconfitta alle elezioni è quanto di più lontano possa esistere da un regicidio, per fortuna. Ma quei punti persi in percentuale vanno direttamente a intaccare l'aura, svuotano l'autorità, appannano il fascino, ammaccano la dignità per certi versi sacrale, oltre a prenotare un rinvigorito ciclo di discordie. Ai duelli televisivi si può |