maggio 28, 2004  CONVENSCION. AI MARGINI DI ASSAGO, MENTRE IL PREMIER SI REIMMERGE NEL «SOGNO»
Tassisti e democristiani disertano Berlusconi.DI CARLO PUCA
Aeroporto di Fiumicino, ore 12. L'attesa per il decollo del Roma-Milano viene rotta dal vicino di poltrona, un signore tarchiato sulla sessantina: «Bella giornata, eh?». Porta sulla giacca una spilletta di Forza Italia. Starà andando al congresso, giusto? «No, no. Sono solo un simpatizzante. Torno a casa, a Carate Brianza. Ero a Roma per affari, produco componenti per l'idraulica». Però la campagna elettorale la starà facendo? «Sì, sì. Forse un po' meno d'impegno, ecco. Ma è pure più difficile. Dalle mie parti, tra gli imprenditori c'è disillusione». Hotel Holiday Hinn di Assago, ore 13. Alla reception staziona un gruppetto di delegati campani al congresso. Sostengono di aver prenotato. La hostess risponde che devono spostarsi quindici chilometri più in là, che la loro prenotazione vale per un altro albergo. I delegati insistono platealmente. La signora sbotta: «Lo volete capire che non vi potete permettere di essere così arroganti? Nemmeno mio marito vi vota più…». Tangenziale di Milano, ore 15. C'è traffico, il tassista chiacchierone subito ne approfitta. «Dottore, che ci va a fare al Forum?». C'è il congresso di Forza Italia. «Ah, c'è il Berlusca», accenna con il suo accento milanese-pugliese alla Diego Abatantuono prima maniera. «Dottore, non lo so perché sta andando, però io sono sincero», anticipa. Poi alza la voce: «Io quello lì non lo voto, lui e quell'Albertini lì. Col cavolo che m'imbroglia un'altra volta. La sinistra no, però c'è l'Umberto da sostenere». Ora, una delle regole fondamentali del giornalismo «serio» è semplice: mai affidarsi in un articolo alle impressioni dei tassisti. Però, alle 15.30, nel Forum di Assago c'è un gruppo di cronisti che sta parlando del congresso. Uno dell'Ansa annuncia: «Il mio tassista ne ha dette di cotte e di crude su Berlusconi». In un attimo, è facile scoprire che la stessa cosa è accaduta praticamente a tutti.
Episodi, solo episodi. Che non possono certo significare la sicura sconfitta di Fi alle europee, e però segnalano un malumore diffuso persino al nord, ultima roccaforte del voto forzista dopo l'annunciato calo del consenso. D'altronde, se i sondaggi danno il partito al massimo al 23%, cioè sei punti e passa sotto le politiche del 2001, è proprio perché ci sono in giro imprenditori, impiegati e tassisti incazzati. Gente magari ancora indecisa, che però va convinta a votare ancora per gli azzurri. Il congresso serve esattamente a questo, a cercare di arrivare alla dead line del 25%. Difficile se non impossibile raggiungere quel risultato: sarebbe già un miracolo mantenere il 23%. Per realizzarlo, Berlusconi sceglie un luogo ameno, davvero bruttarello. Il Forum è un pugno nell'occhio, e da dentro il panorama è anche peggio. Però c'è da considerare innanzitutto l'aspetto scaramantico: nel 1998 il primo congresso si tenne qui e «portò bene». Inoltre, bisognava garantire la sicurezza, e la spianata davanti al palazzetto lo consente. Infine, serviva un luogo dove poter realizzare lo spettacolo da discoteca inscenato in apertura delle assise, tra laser colorati e brani di musica techno. Al Forum si tengono feste e concerti, e decine di poster lo ricordano. C'è Elisa e ci sono gli U2, c'è Alanis Morissette e ci sono persino i Pooh. L'ultima effige, più grande e più patinata, ti accoglie nel parterre. Raffigura Berlusconi. Scelta perlomeno azzardata, quella discotecara. Chissà come la pensano Pier Ferdinando Casini e Marco Follini, assenti al congresso perché impegnati a Torino alla presentazione di Democristiani, il libro di Antonio Ghirelli. Ecco, forse il problema di Forza Italia è esattamente quello di non essere diventata abbastanza democristiana, rimanendo stretta fra un diccì di sinistra (Prodi) e due di destra (appunto Fini e Follini). Anche stavolta c'è poco don Sturzo nelle parole di Berlusconi, nonostante il premier lo richiami ancora tra i padri culturali del partito. Insomma, il Cavaliere è sempre spavaldo, parli di tasse, sicurezza, comunisti, ribaltoni o quant'altro. La sintesi del suo pensiero è la seguente: «Cambiare l'Italia non è un sogno, è già realtà. Siamo già nella storia». Stavolta lo sguardo berlusconiano è però diverso. Il premier guarda dritto nella telecamera, punta agli occhi dei telespettatori, oltre che a quelli dei circa 3500 delegati presenti (trecento hanno dato forfait, e anche gli spalti parzialmente vuoti sono un segno dei tempi). Ma quelle del Cavaliere non sono espressioni da disperato. No, sono sguardi di invocazione, come a dire: «Datemi ancora fiducia e non ve ne pentirete». Chi lo frequenta, spiega che il sistema è mutuato dalla quotidianità: «Quando vuole motivarti, Berlusconi ti guarda fisso negli occhi, ti afferra le clavicole e te le stringe forte. Poi dice severo: ho bisogno di te, non mi abbandonare...». Il risultato lo conosceremo la settimana prossima, quando i sondaggi diranno se questo congresso di propaganda gli è servito a qualcosa.
Preferenze, l´incubo del Cavaliere "Rischio di non arrivare primo"BARBARA JERKOV
MILANO - C´è un incubo che sta agitando in questo rush finale di campagna elettorale le notti del Cavaliere: prendere meno preferenze di D´Alema al Sud o Lilli Gruber al centro. Un incubo vero. «Perché nel ?99 ho conquistato da solo tre milioni di voti, nessuno aveva mai realizzato un simile risultato», ha dettato Berlusconi, strigliando i coordinatori regionali del partito proprio alla vigilia del congresso, «capite da soli che se adesso venissi superato da un qualsiasi candidato della sinistra, il significato politico della cosa trascenderebbe di gran lunga la mia persona».
Di fronte al palasport mezzo vuoto, il premier dal palco assicura di essere stato lui ad autorizzare «tanti amici» a restarsene a casa a fare campagna elettorale. Ci sarà sabato, il bagno di folla, giurano gli organizzatori. Ma se perfino il sindaco (forzista) di Assago, dando il benvenuto agli illustri ospiti, si sente in diritto di prendersela con «le cassandre demoscopiche», vuol dire che l´allarme per il voto del 13 giugno qui è più che palpabile. Il più inquieto, come si diceva, è proprio il Cavaliere. Anche nei colloqui privati continua a dirsi arciconvinto che Forza Italia in quanto tale non ha niente da temere, ma è per sé che teme, per la sua immagine e il suo prestigio. L´incubo delle preferenze, appunto. Ecco perché lo scorso fine settimana ha preso il telefono, chiamando personalmente i coordinatori regionali di Forza Italia, per sollecitare tutti a «darci dentro» e, soprattutto, a «non disperdere le preferenze». «Ho fatto stampare tre milioni di quelli che chiamano "santini elettorali" col mio nome, come un qualsiasi aspirante consigliere comunale», ha rivelato a uno di questi suoi interlocutori, «ma non me ne vergogno, anzi spero che questo vi sia d´esempio».
Se poi l´amichevole sollecitazione non bastasse, sta per partire una circolare scritta in cui il coordinatore nazionale Sandro Bondi detterà nero su bianco ai medesimi coordinatori regionali l´ordine di concentrare tutti gli sforzi del partito sul leader invece di sprecare preferenze sui candidati minori. Altro che colonnelli in subbuglio, altro che maldipancia in periferia. La verità è che è il Cavaliere ad essere furente con i suoi: «Il partito non sta facendo abbastanza», ripete. Si è convinto, confida un fedelissimo, che per le prossime europee «qualcuno sta giocando una partita tutta sua». Denis Verdini, coordinatore della Toscana e organizzatore della kermesse elettorale di Assago, conferma. «Sulle preferenze c´è un grande casino», ammette, «certi miei colleghi stanno facendo dei giochi strani, bloccano le preferenze per favorire alcuni candidati a scapito di altri e al presidente sono arrivate molte proteste». In realtà, la protesta più dura è partita da Berlusconi stesso. Raccontano che a farlo traboccare di bile siano stati certi manifesti con cui il coordinatore del Lazio nonché candidato all´Europarlamento, Antonio Tajani, ha tappezzato Roma. A caratteri cubitali, sotto la scritta «Vota Forza Italia», compaiono tre nomi da scrivere sulla scheda: Tajani, appunto, più due suoi fedelissimi locali, Zappalà e Antoniozzi. Da nessuna parte figura il nome del premier. Berlusconi ha preso e ha telefonato a Tajani «facendogli una vera e propria lavata di capo». La Lista Prodi potrà anche diventare primo partito, ma il candidato più votato dagli italiani deve restare Berlusconi.
IL NON CONGRESSO DEL CAVALIERECURZIO MALTESE da Repubblica - 28 maggio 2004
ALL´ENTRATA del mausoleo vivente di Assago la prima cosa che viene in mente è la vecchia e insuperata definizione del Berlusconi politico data dieci anni fa da Fedele Confalonieri: «Un Ceaucescu buono». A parte l´aggettivo e lo sfarzo, entrambi generosi, non è il caso di chiamare congresso questo soliloquio elettorale lungo tre giorni. Ieri Berlusconi ha illustrato i miracoli compiuti. Oggi parlano direttamente i miracolati, ministri e sottosegretari. Domani si chiude con altri miracoli promessi, dalla riduzione delle tasse in giù. Il dibattito non è previsto, la sola idea di una mozione di minoranza fa sorridere. Nel momento di massima crisi, il partito azienda si rinchiude nel luogo più finto di Milano, il Forum di Assago, per celebrare il più irreale dei riti, il "non" congresso. Tutto è perfettamente prevedibile, come a Disneyland e nel realismo socialista.
Le gigantografie del leader, i cori bulgari, il discorso autocongratulatorio. Più alcuni simboli dell´Occidente in versione berlusconiana: i laser da discoteca, i fondali televisivi, il karaoke e tanto fumo. Una curiosità, nel cielo televisivo alle spalle del palco compaiono di colpo le nuvole, troppe. Gli organizzatori le notano, si lamentano e con un colpo di mouse le nuvole spariscono prima dell´arrivo del capo. Ma l´incubo della sconfitta incombe sull´azzurro cielo di Forza Italia. I sondaggi ufficiali indicano il partito azienda inchiodato al 21% da mesi, nonostante l´inutile spargimento di miliardi. Quelli ufficiosi addirittura lo segnalano sotto il 20. Altro che "governo decennale": uno sprofondo azzurro. D´altra parte Berlusconi è l´unica risorsa del movimento e da un po´ di tempo non azzecca mezza mossa. Ha appena fatto ritirare la gran parte dei cartelloni trionfali 3x6, con i quali aveva tappezzato l´Italia per la modica cifra di 25 milioni di euro, dopo aver scoperto dai soliti sondaggi che si stavano trasformando in boomerang elettorali. C´è un limite anche alla fede nei miracoli. E dire che i berluscones si erano spellati le mani, plaudendo al genio del grande comunicatore. Se c´è qualcuno che può distruggere Berlusconi non sono le ondivaghe opposizioni, è la sua corte. Basta guardare le facce in prima fila ad Assago, da Schifani a Baget Bozzo, e la speranza luccica. Al resto ci pensano gli alleati. Nel giorno della gran parata elettorale si sono impegnati tutti a guastare la festa. Il quasi ministro Luca Montezemolo ha sparato bordate da non credere dalla presidenza di Confindustria. La consegna dei berluscones è far finta di non aver capito ma al congresso forzitaliota volano commenti pesanti sul successore di D´Amato. Gli alleati di governo Fini e Follini disertano Assago accampando scuse improbabili come gli «impegni per le amministrative assunti in precedenza». In precedenza? L´Election day è stato deciso da un paio di mesi, il congresso di Forza Italia da 7. Chi va oltre è al solito Casini, ormai idolo della sinistra, che sceglie il giorno giusto per cantare il de profundis del personalismo in politica: «Non c´è futuro per i solisti». Si riferirà a Berlusconi? E a chi sennò? Per spazzare via tutte queste nubi dai cieli azzurri di Forza Italia ci vorrebbe il Berlusconi del ´94 o quello del 2001. Qui alle porte di Milano è invece sbarcato dall´elicottero una specie di sosia chirurgico, spento, banale, verboso e noioso all´inverosimile, volgare nella consueta raffica di insulti a Prodi. Pignolo nell´elencare gli invisibili miracoli del suo governo. Come fece nel ´99 al congresso di partito l´allora premier D´Alema, proprio alla vigilia delle elezioni europee, avviandosi con incrollabile ottimismo al fatale appuntamento con la realtà. Il vero miracolo oggi sarebbe far credere agli italiani che sono più ricchi, felici e sicuri. Lo sa Berlusconi e lo sanno perfino i cortigiani che sgomitano in prima fila per farsi notare dal palco. Le bancarelle del congresso vendono titoli che un giorno potrebbero suonare profetici, «Cambiamo rotta» di Franco Frattini, «La nuova strada» di Ferdinando Adornato, «Destra e sinistra» di Sandro Bondi, vero specialista in materia. Chissà se li rivedremo varcare ancora il Rubicone, magari in compagnia di «don Gianni», omonimo del Baget Bozzo che in piena Tangentopoli esaltava i magistrati e intimava a Craxi di chiedere scusa al popolo. Oggi si commuove quando Berlusconi cita l´amico Bettino fra i padri del movimento. I solisti in politica non avranno un futuro ma per i coristi un posto si troverà sempre, anche quando i nostri figli ci domanderanno se davvero c´era una volta un partito chiamato come un grido da stadio. |