maggio 28, 2004 Piccoli partiti e margini di erroreSondaggi elettorali
Nelle stime sulle intenzioni di voto pubblicate in questi giorni, diversi partiti sono «riassunti» sotto la dizione «altri». Alcuni lettori - ed anche qualche esponente politico - ci hanno domandato il perché. I motivi principali sono due. In primo luogo, la tendenza è di rendere più sintetiche possibili le tabelle, affinché il lettore possa comprenderle velocemente e facilmente. I quotidiani sono strumenti di comunicazione di massa, non trattati universitari, e la chiarezza è essenziale. Ma la ragione più rilevante è connessa ad un imperativo metodologico. Radunare, quando è possibile, i partiti che ottengono una quantità modesta di consensi, sotto la voce «altri» rappresenta infatti un obbligo per mantenere un livello accettabile di attendibilità - e al tempo stesso di plausibilità - delle informazioni pubblicate. Su tutti i dati di sondaggio, infatti, incombe un margine di errore statistico, legato tra l’altro all’ampiezza del campione. Ad esempio, nel sondaggio pubblicato ieri sul Corriere , basato su 2000 interviste, il margine da applicare sulla tabella delle intenzioni di voto è »/-2,5%. Ciò significa che un partito che viene stimato al 10%, potrà avere dal 7,5% al 12,5%. È, come si vede, un intervallo di approssimazione assai ampio e che viene tutte le volte evidenziato nelle note metodologiche poste in calce alle tabelle. Nei caso dei partiti piccoli si tratta però di un’approssimazione inaccettabile. Due esempi a caso: i Socialisti uniti per l’Europa sono stimati a poco meno dell’1%; il Pri Liberal Sgarbi ottiene un po’ meno. Applicando il margine di approssimazione occorrerebbe pensare a dei valori negativi, ciò che rende la stima improponibile e, di conseguenza, non pubblicabile. Per questo è necessario «radunare» le liste più piccole.
Renato Mannheimer |