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maggio 23, 2004


Il movimento in sonno che pesa sulla politica

 

ILVO DIAMANTI
 

 

da Repubblica - 23 maggio 2004


L´opinione pubblica, i movimenti: hanno giocato un ruolo importante, sulle scelte dei governi e dei partiti, prima, durante, dopo la guerra in Iraq. E continuano a giocarlo, in questa fase. Mentre i tempi dell´intervento si allungano. Segnati da avvenimenti sempre più feroci. L´opinione pubblica, i movimenti, contano. Anche se i movimenti sono "in sonno". Anche se l´opinione pubblica è gravata da una coltre spessa di sfiducia e depressione. Tuttavia, hanno mantenuto il loro peso, la loro influenza, anche dove i governi ne hanno contraddetto le preferenze, appoggiando l´intervento militare guidato dagli Usa.

Partecipando alla missione di pace successiva. Contano. Tanto da scuotere e rovesciare gli assetti politici nazionali, com´è avvenuto in Spagna nei mesi scorsi. Condizionando, comunque, l´azione dei governi e dei partiti. Come in Inghilterra. Come in Italia. Dove l´opinione pubblica, i movimenti hanno pesato sul dibattito parlamentare che si è svolto nei giorni scorsi. Quando si è assistito a un singolare scivolamento, negli orientamenti delle due parti. Il centrodestra, da sempre schierato con gli Usa, con «pochi se e pochi ma», ha sostenuto la necessità di coinvolgere l´Onu nella missione in Iraq, con un ruolo di primo piano. Ridimensionando il comando assunto dagli Usa. Il centrosinistra, i cui maggiori partiti (la Margherita, la maggioranza dei Ds) avevano rivendicato, in precedenza, una posizione di rilievo prioritario per l´Onu nella missione, si è riunificato (moderati e radicali, insieme) nel rivendicare il ritiro immediato dei militari italiani. Non intendiamo, in questa sede, commentare il merito delle scelte; le ragioni politiche, geopolitiche e di valore che le hanno ispirate. Vorremmo, però, osservare come, in questo modo, i partiti di entrambe le coalizioni si siano accostati maggiormente agli orientamenti dei loro elettorati di riferimento. Cogliendone il respiro profondo. Lo suggeriscono, in modo eloquente, i dati del sondaggio condotto, nei giorni scorsi, da Demos, e presentati oggi su Repubblica.

L´indagine, in primo luogo, conferma come fra gli italiani sia diffuso un atteggiamento contrario alla guerra. Non tanto e non solo alla guerra in Iraq. Ma alla guerra in sé, che circa due italiani su tre considerano inaccettabile e, peraltro, inutile. Sempre. La guerra in sé: avversata. Per principio. Peraltro, è evidente che, mentre esprimono questo giudizio di valore, gli italiani hanno gli occhi e il cuore rivolti all´Iraq. Ma, per questo, è significativo osservare come l´opinione pubblica non abbia cambiato atteggiamento, dopo un anno dalla cacciata del regime di Saddam. Gli attentati, i rapimenti, gli scontri, le vittime, le torture che in questi mesi hanno sagomato, drammaticamente, i contorni di questa guerra (o come la si vuol chiamare) non hanno stemperato l´opposizione delle donne (delle casalinghe) e degli anziani. Componenti sociali miti, ma caparbie e determinate, nel ribadire la loro condanna della guerra. Con o senza l´Onu, non importa, dimostrano altre indagini. La "società media" non segue le distinzioni politiche e diplomatiche. Procede per semplificazioni.

Non è un´onda emotiva, ma un orientamento radicato, sedimentato, quel che si rileva nella società. Una ferita. Una frattura. Profonda. Che la "paura" contribuisce a spiegare, senza esaurirla.
Resta ampio anche il perimetro sociale del "movimento". Anche se, da qualche tempo, è "in sonno". Visto che, da un anno, le occasioni di mobilitazione sono state poche (anche se imponenti, come la manifestazione dello scorso marzo). E le stesse iniziative di protesta dimostrativa si sono rarefatte. Tuttavia, sottolinea l´indagine di Demos, la disponibilità a scendere in piazza, per la pace, resta ampia. Coinvolge più di quattro persone su dieci. E raggiunge tassi ancor più elevati, prossimi al 60%, fra i giovanissimi e, in particolare, fra gli studenti. Generazione critica, cresciuta alla politica attraverso la reazione alla minaccia globale. Il "movimento", allora, è "possibile", anche se non visibile, come un anno fa. È latente, ma se scavi un poco ne indovini la consistenza.
Resiste anche il fenomeno delle bandiere arcobaleno, che avevano costituito una sorta di alternativa alla piazza, coltivata dalle donne e dai cattolici delle parrocchie. Un metodo di partecipazione "visibile", che aveva reso esplicito sul territorio, nei quartieri, il sentimento di pace di componenti tradizionalmente poco protagoniste. Oggi si sono diradate, le bandiere. E quelle che restano - ne restano ancora - appaiono sbiadite e un po´ consunte. Ma è probabile che, all´occorrenza, tornerebbero a punteggiare le finestre e i balconi. Quando si impara a partecipare, a "rivelarsi", è più difficile smettere. Tornare nel grigio.

Dunque, il sentimento di pace, l´opposizione alla guerra persistono. Più impliciti. Sono i sondaggi, più delle manifestazioni, più delle bandiere, a rivelare l´orientamento dell´opinione pubblica. A farlo pesare. Tuttavia, i partiti hanno imparato a seguirne, spesso a inseguirne l´umore.

Anche perché l´opposizione alla guerra, per quanto diffusa, si distribuisce in modo molto diverso fra le coalizioni e i partiti. E´ dominante, nel centrosinistra. Pressoché totale nei partiti di sinistra (soprattutto fra gli elettori di Rc e Pdci). È ampia, ma comunque minoritaria nel centrodestra (dove, peraltro, i neodc esprimono posizioni non dissimili dal centrosinistra). La guerra divide. Diventa una frattura significativa, nella cultura politica degli italiani. Tanto più quando dai sentimenti si passa alla mobilitazione. L´impegno attivo contro la guerra, la disponibilità a partecipare a manifestazioni per la pace, infatti, appaiono una prerogativa del centrosinistra e - in particolare - della sinistra.

Il che spiega, in parte almeno, le preoccupazioni degli schieramenti e dei partiti nei confronti della missione in Iraq, in questa fase.

Il centrosinistra, si rivolge a un elettorato ostile alla guerra, per principio. E si misura con un movimento ampio, che, anche se latente, esercita una pressione costante ed esplicita, nei suoi confronti. Sia per la presenza di molti esponenti dei movimenti pacifisti nella sinistra e nel centrosinistra. Sia per l´esigenza culturale e quasi fisiologica del centrosinistra di stare nella società. Di comunicare con i movimenti, con il mondo cattolico. Si aggiunga il problema, interno alla coalizione, del legame stretto fra i "movimenti" e i partiti più radicali. E la conseguente difficoltà dei riformisti di "sfidare" il sentimento pacifista; di venirne penalizzati.

Il centrodestra. È, a sua volta combattuto, tra la fedeltà agli Usa e all´orientamento realista del suo elettorato di riferimento (dove è significativo il peso di chi considera la guerra negativa, ma talora necessaria); e, d´altro canto, la domanda di pace che emerge - distintamente - dalle componenti "medie" della società. Le casalinghe, i pensionati. Suoi elettori. Il centrodestra - e in particolare Fi - preoccupato da quel 30-35 per cento di elettori che non hanno deciso ancora se e per chi votare. (Parte dei quali nel 2001 avevano votato proprio per la Cdl). La cui scelta (o la cui astensione) può spostare in modo sensibile, determinante i rapporti di forza tra le coalizioni e fra i partiti, dentro le coalizioni. Quella zona grigia. Che guarda la guerra con un misto di paura e ripulsa.
Resta il dubbio: se la guerra riesca davvero a spostare i voti. Se condizioni, modifichi le scelte degli elettori. Un dubbio legittimo. Anche perché la discussione, in questa fase, riguarda la presenza militare italiana, che un´ampia parte della popolazione continua a considerare a fini "di pace" (lo hanno segnalato i sondaggi dell´Ispo e dell´Ipsos). Perché, inoltre, altri fattori, probabilmente, contano di più. L´insoddisfazione e l´insicurezza economica. La sfiducia nel futuro.

Tuttavia, questa missione di pace ricorda sempre più una guerra. E la guerra contribuisce, certamente, ad accorciarlo, il futuro. E ad accentuare l´insoddisfazione e la sfiducia. Pessimismo economico e distacco dalla guerra: parte di una unica sindrome.

Vale, poi, la pena di sollevare un altro dubbio: se le scelte politiche debbano essere guidate dai sondaggi, da movimenti latenti e possibili, dall´umore della gente. Se non debba essere la politica a guidare questi sentimenti, invece di esserne guidata. O almeno ispirata. Dubbio legittimo anche questo.
Ma ingenuo.

A tre settimane dal voto.