Manca un mese alle elezioni europee, ma c´è poca Europa nel confronto fra i partiti. Può sembrare ingenuo, comunque rituale, rammentarlo. Probabilmente lo è. In Italia - da sempre - ogni elezione assume significato nazionale. Al di là dell´ambito effettivo della competizione. Amministrativo, legislativo, europeo. Non importa. Basta pensare - senza andare troppo indietro con la memoria - alle elezioni regionali del 2000. Le prime a prevedere l´elezione diretta dei presidenti. Si tradussero in una sfida - tutta politica, tutta nazionale - fra D´Alema e Berlusconi. E la netta prevalenza del centrodestra (che conquistò 8 regioni su 15) determinò le conseguenti dimissioni del premier, Massimo D´Alema.i
Meglio non sorprendersi, allora, dall´amnesia europea, in questa campagna elettorale, oscurata da altre questioni. Da altre tensioni. La guerra in Iraq, che è divenuta ormai la priorità dell´agenda politica e del clima d´opinione. E poi, le questioni interne. I rapporti fra le coalizioni e i partiti. Il prossimo voto europeo: elezione di medio termine. Primo turno di una lunga competizione elettorale. Che proseguirà l´anno prossimo, con le regionali; e si concluderà con le politiche del 2006. Fornirà indicazioni utili a misurare tre aspetti. A) Il consenso "alle" coalizioni, tre anni dopo la vittoria del centrodestra. Per verificare se davvero, come recitano i sondaggi, il centrosinistra oggi sia in vantaggio. B) Il peso specifico dei singoli partiti "nelle" coalizioni. C) Il grado di legittimazione riconosciuto ai leader delle coalizioni. C´è la tendenza, in questa fase, a ritenere che sia il centrodestra a correre i maggiori rischi, al proposito. E, di conseguenza, che le prossime elezioni costituiscano una minaccia soprattutto per la Cdl, il governo e il premier. D´altronde, secondo i sondaggi dei principali istituti demoscopici, la maggioranza parlamentare oggi sarebbe minoranza, fra gli elettori; mentre il governo e il premier affonderebbero, da tempo, nella palude della sfiducia sociale. Inoltre, è indubbio che queste elezioni costituiscano una sorta di regolamento di conti, dentro la Cdl, fra Udc e An, da un lato, Lega, dall´altro. Il voto di giugno, quindi, offrirebbe l´occasione per misurare il peso elettorale e la geografia dei consensi rappresentati. Mentre Fi, fino ad oggi baricentro e cornice della coalizione, rischia di ritrovarsi indebolita e incapace di far coabitare soggetti politici tanto spigolosi. Infine Berlusconi. Una sconfitta della coalizione e soprattutto di Fi, un risultato deludente - in termini personali - del premier, capolista in tutte le circoscrizioni, ne annebbierebbero il mito (già pallido) del "leader vincitore". Mettendone in discussione la legittimazione. Rischia, dunque, il centrodestra. Sicuramente. Ma rischia anche il centrosinistra. Perché, anzitutto, è "costretto" a vincere e, viste le previsioni, a convincere. Ma il proporzionale non costituisce un terreno amico, per i partiti di quest´area. Anche per questo, su iniziativa di Prodi, la Margherita e i Ds, insieme allo Sdi e ai Repubblicani europei, si sono "Uniti nell´Ulivo". Per riprodurre l´effetto maggioritario in una elezione proporzionale, rispondendo, in questo modo, alle attese di molti elettori di centrosinistra. E, almeno nelle intenzioni di Prodi, per favorire la costruzione di un soggetto politico unitario di (centro) sinistra. Tuttavia, l´esperimento presenta alcuni rischi, più evidenti e rilevanti, in questa fase. Anzitutto, perché la frammentazione a centrosinistra resta elevata. Accanto al "listone", partecipano alle elezioni molte altre liste: centriste (Ap-Udeur, Lista Di Pietro) e di sinistra (Verdi, Pdci, Rc). Concorrenti. Impegnate a contendersi segmenti del medesimo mercato elettorale. Peraltro, le vicende drammatiche della guerra, in particolare, hanno evidenziato le distanze, più dei motivi unificanti, nel centrosinistra. Dopo l´entusiasmo dell´avvio, rinnovato dalla "convention" di febbraio, quando lo stesso processo di aggregazione rispondeva a una esplicita domanda degli elettori di centrosinistra, la lista unitaria sembra aver perduto "spinta propulsiva". Stenta a imporre un´identità specifica, a comunicare un progetto visibile e comune. Appare una coalizione corta, fra partiti i quali, comunque, non rinunciano a cercare visibilità. L´assenza dei segretari di partito e dei "governatori" dalle liste elettorali, poi, risponde a comprensibili criteri di trasparenza e responsabilità, di fronte agli elettori. ("Persone vere e non candidati finti", sottolineano gli slogan sui manifesti). Ma rende difficile identificare le basi del radicamento della lista unitaria. Soprattutto agli elettori più tradizionali e periferici. Mentre candidati come Lilli Gruber e Michele Santoro, al di là della qualità personale, rischiano (come ha paventato Massimo Cacciari su Europa) di proiettare sulla lista unitaria l´ombra del modello berlusconiano. Di replicarne il modello, mediatico e personalizzato. Da sinistra. Così l´intento, dichiarato da Fassino (a Giovanni Floris: "Una cosa di centro/sinistra", edito da Mondadori), di «dare rappresentanza agli elettori che si sentono di centrosinistra, senza aggettivi, e a quelli che invece continuano a preferire un partito», per quanto adeguato, non pare ancora raggiunto. L´ambiguità resta. E la lista unitaria, sorta per favorire l´integrazione del centrosinistra e per interpretare in modo maggioritario la prossima scadenza elettorale, rischia di entrare in conflitto con gli alleati, spinti (e favoriti) dalla logica del voto. Proporzionale. Rischia, inoltre, di scoprirsi opaca, frenata da esigenze di coerenza interna, mentre gli altri partiti di centrosinistra - soprattutto i più radicali - traggono vantaggio e visibilità dalla mobilitazione contro la guerra in Iraq. Infine Prodi, il leader del centrosinistra. Predestinato a sfidare Berlusconi. Un cattivo risultato della lista unitaria, ispirata "da" e "a" Prodi (anche senza portarne il nome), potrebbe indebolirne la candidatura. Incrinando lo stesso progetto di costruire un soggetto politico in grado di «unificare il centrosinistra». Rischia, quindi, il centrosinistra, in queste elezioni. Non meno della Cdl. Ma rischia anche Prodi. E, insieme a lui, il modello bipolare "personalizzato" che ha caratterizzato le elezioni degli ultimi dieci anni. E l´Europa? Quanto conta l´Europa in questa agenda elettorale? Più del passato. Ma, di nuovo, per ragioni prevalentemente "nazionali". Perché Prodi è presidente della Commissione europea e, al contempo, leader del centrosinistra. Il suo manifesto politico, non a caso, è ispirato alla "costruzione europea". E all´Europa ha dedicato molti slogan la "lista unitaria". Da ciò la tentazione, anzi, la scelta, del centrodestra, di accentuare la vocazione eurotiepida (in alcuni casi, come la Lega, euroscettica). Come strategia elettorale. Cercando, così, di intercettare l´insoddisfazione sociale generata dall´incremento del costo della vita scaricandone la responsabilità sull´euro. Tentando di ricondurre ogni politica "impopolare" (la riforma delle pensioni, i tagli alla spesa sociale) ai "vincoli imposti dalla UE". E di collegare l´inquietudine generata dall´immigrazione con i possibili effetti dell´allargamento. Così, i successi conseguiti dalla Commissione europea, durante la presidenza di Prodi, vengono letti a rovescio: come altrettanti fattori di insoddisfazione sociale. E diventano altrettanti motivi di polemica politica. Contro Prodi e contro l´Europa. Contro l´Europa e contro Prodi. Al tradizionale referendum pro o contro Berlusconi, che ha accompagnato tutte le elezioni della seconda Repubblica, in questa occasione se ne associa un altro, forse ancor più insidioso. Pro o contro Prodi. Pro o contro l´Europa. Il che suggerisce due considerazioni finali. La prima, riguarda la lista unitaria. Dovrebbe apparire una "coalizione degli entusiasti" (la formula è di Gianfranco Pasquino), per convincere. È ancora troppo "timida". Sospesa fra alleanza e soggetto politico. E lontano, Prodi. Sospeso fra Europa e Italia. A differenza di Berlusconi, ben presente e visibile nell´agòne elettorale. Il che rischia di riprodurre (per citare Mauro Calise su "Italianieuropei", n. 1/2004) "la storica incapacità dell´Ulivo di comunicare se stesso". La seconda considerazione ci riporta alla questione iniziale. Riguarda l´Europa. Inseguita, evocata per anni dai cittadini e dai partiti, con poche eccezioni, come antidoto al "male" che affligge la politica italiana. E, oggi, metabolizzata, dalla nostra politica. Pensavamo di europeizzare l´Italia. Abbiamo italianizzato l´Europa, ridotta e venduta come un prodotto a uso del nostro (super) mercato elettorale.
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