maggio 14, 2004 La lista unitaria si è ritirata sul fronte del 31,9 per cento La lista unitaria si è ritirata sul fronte del 31,9 per cento Stato di allerta nel comitato Prodi, che si lascia l’Iraq alle spalle
Il Nuovo Riformista, venerdì 14 maggio 2004
Trentuno virgola nove per cento. Tanto segna l'ultimo sondaggio in mano ai vertici della lista Prodi. Si tratta del record minimo nella serie di rilevazioni fornite ogni settimana al listone dalla Ipsos di Nando Pagnoncelli e arriva al culmine di una tendenza al ribasso che va avanti da tempo e che ha senz'altro condizionato anche le ultime prese di posizioni politiche della sinistra riformista, specie quelle sull'Iraq. Ieri, nel corso dei vertici ristretti che hanno preceduto e seguito la riunione del comitato nazionale della lista, si è parlato più di elezioni che di Iraq. Prodi e i leader dei partiti hanno discusso di come e perché la campagna elettorale finora non sia decollata. Il presidente della Commissione europea ha esordito con un monito: «Se serve che io sia più presente, sono a disposizione, ma bisogna tornare a dare visibilità alla lista più che ai partiti». E l'ex premier ha ribadito il concetto alla platea allargata del comitato: «Ho l'impressione che ci siano troppe iniziative sotto il segno dei partiti». Dal dibattito che ne è seguito è scaturita la decisione di dar vita a una replica fuori programma: una nuova convenzione nazionale della lista unitaria per il 22 maggio a Palermo, tutta focalizzata sui temi dell'alternativa a Berlusconi e della ripresa economica interna. Il suo entourage racconta di un Prodi molto preoccupato per il trend elettorale al ribasso, arrivato a Roma con la precisa intenzione di «mostrare il cartellino giallo ai partiti e ai leader troppo litigiosi». I quali hanno a loro volta le loro ansie: Rutelli per i non esaltanti riscontri della Margherita, Fassino per il costante lievitare dei partiti alla sinistra dei Ds. Nella medesima rilevazione che dà il listone al 31,9 per cento la sinistra rosso-verde viaggia complessivamente oltre il quindici per cento. Non sono certo questi i rapporti di forza che le forze riformiste speravano di imporre agli alleati tramite le urne. L'unica consolazione è il distacco di dieci punti inflitto a Forza Italia, ferma al 22 per cento. Ma nemmeno questo gap basta a riscattare un risultato intorno al 32 per cento che i prodiani definiscono «appena dignitoso» e che rappresenterebbe un grosso rischio per la tenuta della leadership del Professore. Insomma, un quadro sufficiente per decretare ieri lo stato d'allerta, che del resto è condiviso anche da molti al Botteghino. Dice al Riformista uno dei componenti il comitato nazionale: «Non siamo ancora all'allarme rosso, ma non ci nascondiamo che la non candidatura di Prodi e dei segretari ha reso più complicata la mobilitazione delle energie. Ma finalmente ci siamo messi l'Iraq alle spalle. Da oggi saremo noi che ricominceremo a sfilare voti ai pacifisti». Questo i vertici riformisti sperano che sia l'esito elettorale delle decisioni prese: il 20 maggio, in occasione del dibattito alla Camera, il listone chiederà il ritiro delle truppe italiane in Iraq insieme al resto dell'opposizione. Non c'è più svolta possibile, è la conclusione raggiunta, nonostante un primo documento licenziato dal vertice ristretto, e caldeggiato da Fassino e D'Alema, fosse ancora concepito come un «penultimo passo». Si diceva in sostanza: subordiniamo la richiesta di ritiro a ciò che Berlusconi riferirà del suo incontro con Bush. Ma alla fine a prevalere era una seconda e più radicale versione del documento, frutto dell'intesa tra Rutelli e i capigruppo Violante e Castagnetti. Dicono questi ultimi: da Berlusconi non ci si può aspettare niente. Toccava agli interventi di Giuliano Amato e Lamberto Dini ridisegnare la parte su un futuribile ruolo dell'Onu, mentre il solo Giorgio Napolitano insisteva (con successo) perché dal documento non fosse espunto persino il nome di Lakhdar Brahimi.
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