maggio 13, 2004  Kerry attacca l’arroganza di Bush
NEW YORK La popolarità di George W. Bush sprofonda nel disastro iracheno e il suo sfidante parte all'attacco. «Questa amministrazione è andata avanti con un calcolo sbagliato dietro l'altro, con un'arroganza che è costata all'America il prestigio e l'influenza di cui godeva nel mondo», ha dichiarato il senatore democratico John Kerry. Per lo scandalo delle torture di Abu Ghraib, ha chiesto ancora una volta le dimissioni del segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, indicato insieme a Bush come «responsabile delle sevizie subite dai prigionieri delle forze di occupazione in Iraq».
Kerry dice quello che dicono gli ultimi sondaggi: gli americani che ancora hanno fiducia in questo presidente sono appena il 44%, erano il 48% il mese scorso, il 58% a gennaio. E per la prima volta scavalca Bush nelle previsioni sui risultati elettorali di novembre, anche considerando la fuga di voti a sinistra verso il candidato di disturbo, l'ex avvocato dei consumatori Ralph Nader. Si votasse oggi, in un testa a testa tra Kerry e Bush, il primo vincerebbe per 50 punti percentuali contro 45; con Nader in mezzo il vantaggio si riduce a tre punti, 46% contro 43%, ma comunque al di sopra d'un margine d'errore possibile indicato in ragione del 2,5 per cento. Delusione e sfiducia alimentano un crescente clima di protesta negli Stati Uniti. Per il prossimo 5 giugno si annuncia a Washington una grande marcia lungo il percorso che porta dalla Casa Bianca al Pentagono per chiedere l'immediato ritiro delle truppe americane dall'Iraq. «Mai come in questo momento abbiamo bisogno di essere visibili, di farci sentire. Dobbiamo far sapere che George W. Bush, Donald Rumsfeld e tutti quelli che si sono macchiati di indicibili crimini di guerra, di crimini contro l'umanità e crimini contro la pace, non parlano a nome di noi americani», recita un comunicato degli organizzatori. «Il mondo intero e del Medio Oriente in particolare, hanno quotidianamente sotto gli occhi le immagini delle torture e delle umiliazioni imposte dai militari americani ai prigionieri iracheni. Non basta chiedere le dimissioni di Rumsfeld. Ovviamente lui è un criminale e deve rispondere delle proprie azioni, ma è la guerra di per se stessa che è un crimine. Decine di migliaia di uomini, donne e bambini sono stati uccisi in Iraq, le loro vite distrutte, le loro case rase al suolo, i loro cari fatti prigionieri», ha dichiarato un esponente della Answer Coalition, il gruppo che si batte contro la guerra e per la fine di ogni discriminazione razziale. Andrew Kohut, direttore del Pew Reserche Center, la società che ha curato l'ultimo sondaggio, spiega che per Bush il risultato è ancora più preoccupante di quel che potrebbe sembrare. Se la popolarità di Kerry non cresce in modo direttamente proporzionale al crollo di Bush, è solo per un meccanismo intrinseco ai mutamenti dell'opinione pubblica. «Non c'è motivo di aspettarsi una correlazione diretta tra la perdita di consenso dell'attuale presidente e un immediato sostegno per il suo sfidante. Prima gli elettori valutano se l'attuale presidente meriti di essere rieletto; solo in un secondo tempo considerano di offrire una possibilità al suo sfidante». Gli esperti di statistica hanno iniziato a fare i raffronti con il passato. Secondo Frank Newport, direttore dell'Istituto Gallup, la curva discendente di Bush segue una traiettoria del tutto simile a quella degli ultimi tre presidenti sconfitti nella corsa verso il secondo mandato: George Bush padre, Jimmy Carter e Gerald Ford. Non solo, nessuno degli ultimi presidenti che sono stati confermati per altri quattro anni era mai sceso sotto una soglia di consenso del 50 per cento. «Bush sta navigando davvero in cattive acque», ha osservato John Zogby, un altro mago dei sondaggi. L'analisi dei dati indica che gli americani bocciano Bush essenzialmente su due punti: l'economia e la guerra nel Golfo. Un fattore decisivo nel giudizio sulla guerra sono state le foto dei prigionieri torturati dai loro carcerieri, viste dal 76% degli intervistati. Per la prima volta il 51% degli americani ritiene che in Iraq le cose non stiano andando affatto bene e sull'opportunità di scatenare il conflitto le opinioni sono spaccate esattamente a metà. |