maggio 8, 2004  Bari: centrosinistra +12%
Bari o dispari? Promesse non mantenute. Liti e rivalità tra i partiti. Dopo una stagione di netto dominio, il centro-destra è in declino. Ma la risposta della sinistra è incerta e confusadi Mino Fuocillo Tanto tuonò che non piovve... Può il centro-destra perdere Bari e fare di questa città ciò che cinque anni fa fu Bologna per il centrosinistra e cioè la sovversione di una storia elettorale lunga mezzo secolo, il prologo di una sconfitta nazionale? Non può e con tutta probabilità non accadrà. Eppure ci sono andati, ci stanno andando molto vicini. Qui dove la Casa delle libertà e soprattutto i suoi antenati, Dc, Psi e Msi, sono non solo maggioranza ma anche tradizione, abitudine, costume, cultura, insomma l'aria stessa della vita pubblica, qui il centro-destra ha rischiato di morire di asfissia. A rubare l'ossigeno, a sedersi sulla giugulare del consenso, ad ostruire il flusso del governo e delle risorse sono stati i partiti, anzi le "famiglie" del centro-destra. Nemmeno coaguli di interessi contrapposti, invece stazioni di posta dove è obbligatorio fermarsi senza ristoro, caselli che esigono pedaggi in cambio di niente, labirinti che smarriscono. Due uomini tra loro lontani nel lavoro e nel sentimento politico, uno inventa e produce libri, l'altro è il manager del sistema aeroportuale regionale, raccontano la medesima storia. Alessandra Laterza: «I consigli comunali sono diventati luoghi di guerriglia permanente. Anni di paralisi amministrativa, può immaginare con quanta gioia da parte degli imprenditori. Due anni almeno di economia grigia, occupazione in calo. E, sopra lo stagna immobile, un altoparlante che ripete di continuo: ci penso io! ». Domenico di Paola: «C'è più bisogno di governo che di consenso. Venti anni fa facemmo uno studio sul risanamento delle periferie, sociale e non solo urbanistico. Purtroppo è ancora buono. Smarrita l'occasione di fare dell'Università un luogo di formazione qualificata, in via di smarrimento tante cose, qui e a Roma, eppure dopo il voto del 2001 c'erano le condizioni, forse come non mai». È storia locale, ma anche parabola nazionale. Forza Italia con un uomo solo al comando, energico e onnipotente. Ma il governatore Raffaele Fitto non basta a che il partito non si scomponga quando si fa governo degli uomini e delle cose.'Alleanza nazionale orgogliosa e robusta, ma impegnata, ossessionata dall'impedire che qualcuno o qualcosa le faccia ombra. Una tradizione democristiana apprezzata quanto inquieta, raminga e onnipresente, incombente e amebica. Di qui le liti e i veti, le gelosie e le manovre, la guerra sui candidati, la transumanza da uno schieramento all'altro, le terze, quarte e quinte liste. Ma non accade a caso e l'equivalenza, l'assonanza con la più generale vicenda italiana la mostra Bari più che i suoi tarantolati partiti. Trecentomila abitanti, divisi a metà: 150 mila ricchi e altrettanti poveri. Semplice, netto, drastico, politicamente scorretto a dirsi, politicamente ingestibile per il centrodestra italiano. I ricchi hanno il problema del traffico, dei parcheggi e della sicurezza urbana. Ma hanno anche livelli di reddito e di qualità della vita da difendere, insidiati dal ristagno dell'economia. I poveri hanno bisogno di case, lavoro e soldi pubblici Bari è contemporaneamente due città, una che deve conservare, l'altra che deve ancora avere. Una duplicità di fronte alla quale il centro-destra va in confusione ideologica, programmatica e pratica poiché il centro-destra è conservatore e populista, liberista e statalista, efficientista e clientelare. Orgoglioso di aver ridotto la spesa nella sanità, ma con una mappa dei tagli che ricalca e rispetta quella dei poteri e delle "famiglie" e non quella dei bisogni. Capace di far pagare finalmente le tasse comunali a qualcuno, prima non le pagava mai nessuno, ma impegnato nella predicazione anti fisco, avvezzo per cultura e natura a creare occupazione ma incatenato al dogma del finanziamento privato di ogni attività pubblica. Hanno finito per dare i numeri, uniti oggi solo nel rimpianto per quando c'era Pinuccio Tatarella, deus ex machina e gentiluomo. Pudicamente il sindaco uscente dopo due mandati, Simone di Canio Abbrescia, definisce tutto questo «una borghesia solida ma non sempre cosciente delle sue responsabilità». I suoi anni di governo non sono stati disastrosi, tutt'altro: centro della città più pulito, città vecchia risanata, relativo controllo della microcriminalità che resta viva ma lavora in sordina. Lui stesso racconta con buona credibilità di «una città che soffre l'incertezza del domani più che 'indigenza del presente», di uno stallo che spiace ma non angoscia: «Siamo i primi degli ultimi, non riusciamo a essere gli ultimi dei primi». Di una stretta creditizia che preoccupa, ma anche di una bassa aliquota lei, di un Comune finanziariamente sano. Bari non è certo tutta qui, ci sono anche San Paolo e Japigia, quartieri senza nulla che non sia la rabbia di vivere, un sistema ferroviario che incista la città e poco o nulla la collega con il resto d'Italia, un mare usato per decenni come discarica e che ora si vendica restituendo amianto alle spiagge riaperte con cura e decenza, un aeroporto che è una stazione cargo riadattata da dove, a conti fatti, un barese su cinque si muove la miseria di una volta l'anno, na virtuale industria turistica depressa dall'individualismo esasperato per cui se vuoi affittare una casa al mare te la devi andare a cercare in loco e contrattare di persona con il padrone. Trecento curo un biglietto Alitalia per venir qui, ne metti altri cento e vai a New York. Ma tutto questo c'era anche prima, anche quando cinque anni fa il centro-destra e le sue varie famiglie raccolsero qui il 64 per cento dei voti. Se ora vinceranno ancora, ma solo per il rotto della cuffia e sul filo di lana, è perché il centro-destra conservare e dare insieme non sa e non può. Dicono di sì al pilota Alitalia e all'operaio di Melfi e se li ritrovano entrambi dietro i blocchi di aeroporti e Fiat. In fondo si accapigliano perché non sono propriamente né destra né centro, soprattutto sono la somma che sballa di bisogni e privilegi. Ma allora perché non vince il centro-sinistra? Anziché maionese impazzita come quelli del centro-destra, questi partiti si sono decomposti, hanno altezzosamente abdicato, creature incartapecorite che si allontanano sdegnate dalla realtà. Un poco organizzativo e un ancora meno programmatico è stato fagocitato da una sostanziale auto candidatura, quella di Michele Emiliano. Lo faresti sindaco a prima vista, a prescindere. È simpaticamente imponente, se ne va per strada diresti a importunare passanti e invece lo salutano cordiali. Per lui tifa il tassista, la popolana che l'altra volta ha votato An. Gli danno confidenza i parenti di quelli che lui ha messo in galera perché fino a ieri faceva il magistrato. Gli danno credito i sociologi perché teorizza e pratica il contrasto non solo repressivo alla criminalità, lui infatti lo sa che la Sacra Corona Unita diventa Welfare e raccoglie consenso proprio quando arresti in massa. Gli va dietro il lunare candidato di Rifondazione che stampa sul personale manifesto: «Il sapere, finalmente di potere, con un paradigma che non sia più una forma di dominio degli uomini sulle donne di una merce degli uomini, della tecnosfera sulla biosfera e per una sessualità che sia dialettica delle differenze». Etilismo verbale. Ma con Emiliano anche i sobri ricercatori dell'Università, un bel po' di professionisti e da lontano qualche industriale gli fa i complimenti. Lui mette insieme Antonio Cassano, «simbolo dell'energia incontenibile dei nostri cinesi, del popolo disposto a tutto, a lavorare senza limiti o a trasgredire, dipende dall'opportunità che gli offri », e San Nicola che qui è insieme icona dei poteri e santo amico. Portarlo in processione di parte, in maniera anche simulata, non si deve, i due contendenti già si sono reciprocamente diffidati. Emiliano parla di «.ricugfre una città lacerata», coltiva "Forum", cioè embrioni di democrazia insieme orizzontale e governante. Ha risvegliato una sinistra così fresca che te ne innamori, ma che paga il prezzo di essere perdutamente innamorata di se stessa. Una sinistra giovane, ma che non vuole, non sa diventare adulta. Corrono a riscoprire e a mobilitare la città, ma si sono persi per strada il centro. Non solo e non tanto dell'elettorato, il presidente della Provincia Marcello Vernola che salta la barricata e quelli, non pochi, che tra Emiliano e Luigi Lo Buono, candidato sindaco del centro-destra, voteranno in mezzo, per Pino Pisicchio, ex Udeur. Si sono persi per strada il centro della questione: hanno demolito con l'evidenza dell'oggi l'ieri del centro-destra, le sue promesse non mantenute, la natura insieme oligarchica e inefficace del suo potere. Ma sul domani questa sinistra propone di «dare la parola al popolo» e si ferma qui. Bello, ma poco per questa città che esige sia un mercato protetto eppure aggressivo, sia un Welfare generoso come un bancomat di Stato. Come si fa, il centro-destra non sa e il centro-sinistra non dice. Emiliano porta dunque la buona novella della cacciata dei mercanti dal Tempio, ma appare più buon profeta il sindaco Abbrescia: «I baresi daranno altri due anni di tempo a Berlusconi, per vedere se mantiene le promesse». Nel frattempo si sorbiranno il mercato di favori e incarichi tra il primo e il secondo turno e si candidano a laboratorio elettorale nazionale: riuscirà il centro-destra, dopo aver sfiorato il soffocamento nel 2004, a riconquistare l'Italia nel 2006 con 50-100 euro al mese di Irpef in meno nel 2005? Forse sì, ma, se a Bari vanno quasi fuori pista planando da quota 64 per cento, nell'Italia tutta il paracadute è più stretto. |