
Mancano ancora poche ore al concretizzarsi di un’Unione Europea diversa da quella che ci è ormai familiare: più ampia e interessante ma, certo, più complicata. Si tratta, dunque, di un evento con valenze (e conseguenze) molteplici e, probabilmente, contraddittorie tra loro. Forse anche per questo, l’atteggiamento degli italiani nei confronti dell’ingresso dei dieci nuovi membri risulta fortemente diversificato. E’ caratterizzato da un acceso entusiasmo di principio, cui si oppongono talvolta lo scetticismo e, più spesso, l’incertezza riguardo alle implicazioni che l’evento comporterà. L’INFORMAZIONE - Come per tutte le vicende politiche, un gruppo consistente di cittadini si dichiara completamente all’oscuro. L’imminente processo di allargamento è ancora oggi ignorato da quasi un italiano su quattro, cui si affianca più di metà della popolazione che afferma prudentemente di «averne sentito parlare solo vagamente». Al solito, risultano meno informati i più giovani (fino ai 30 anni l’attenzione per le questioni politiche è generalmente scarsissima e, nella gran parte dei casi, totalmente subordinata a quella per le proprie vicende personali) e quanti posseggono titoli di studio meno elevati. Ma la campagna di comunicazione delle ultime settimane è servita: c’è un incremento di conoscenza molto rilevante rispetto al 2001, quando i «veramente informati» erano solo il 12%. Significativamente, il livello di conoscenza muta a seconda dei Paesi presi in considerazione. E’ maggiore per le nazioni più importanti, per rilievo economico, per numerosità di popolazione o, specialmente, per una maggiore presenza italiana, come la Polonia. Relativamente meno noto è l’ingresso di nazioni più piccole, come le Repubbliche baltiche e, malgrado se ne sia discusso molto in questi giorni, Cipro. Ma c'è ancora confusione. Tanto che molti ritengono imminente l’ingresso di Paesi per ora solo candidati. E un quarto della popolazione è convinto che stia per entrare anche l’Albania, che non è nemmeno candidata. Nell’insieme, tuttavia, ciò mostra l’esistenza di una forte aspettativa e, forse, di una «voglia» di allargamento ancora maggiore. I GIUDIZI - L’atteggiamento positivo si evince anche dai giudizi favorevoli sull’ingresso dei vari Paesi, espressi dalla maggioranza (o quasi) della popolazione, sia nei confronti di chi sta veramente per entrare, sia riguardo ad alcuni Paesi solamente candidati. Anche in questo caso, il consenso è maggiore per le nazioni più note e ampie, come Polonia e Ungheria cui si aggiunge Malta, forse grazie alla vicinanza all’Italia. Il favore all’estensione è collocabile nell’ambito della consolidata attitudine europeista degli italiani. Siamo sempre stati, secondo quanto documentano anche le rilevazioni dell’Eurobarometro, tra i Paesi più entusiasticamente sostenitori dell'unità europea. E la stessa Ue si colloca, anch'essa da sempre, ai più elevati livelli nelle graduatorie delle istituzioni verso cui gli italiani mostrano maggiore fiducia.
I TIMORI - Ma, al di là del consenso ideale, di fronte alle prospettive concrete derivanti dall'evento, l'atteggiamento è più confuso. La maggior parte delle risposte sugli effetti dell'allargamento è costituita da «non so», segno di grande incertezza e, in alcuni casi, timore. Che viene spesso espresso esplicitamente. Ad esempio, la sensazione più diffusa (lo pensa oggi quasi metà degli italiani, a fronte di poco più di un terzo rilevato tre anni fa) è che ci sarà un’instabilità del mercato del lavoro e una maggiore criminalità (nessuno sa della norma che prevede una forte gradualità nell'applicazione della libera circolazione delle forze di lavoro). Si tratta di una percezione più diffusa (54%) tra gli elettori del centrodestra, ma assai presente (40%) anche tra quanti stanno dalla parte dell'opposizione. Ancora, la maggioranza relativa (40% contro il 28% del 2001) ritiene - giustamente - che riceveremo minori aiuti finanziari dalla Ue. E risulta molto meno condivisa, rispetto al passato (dal 41% del 2001 al 35% di oggi) l'idea che «l'ampliamento porterà a un maggior sviluppo economico» (in questo caso l'opinione favorevole alla Ue è relativamente più accentuata tra gli elettori del centrosinistra). Insomma, molti pensano che l'iniziativa dell'allargamento dell'Ue sia encomiabile, ma che poi si finisca per rimetterci. Tanto che la maggioranza relativa (esclusi i «non so» che sono, al solito, prevalenti) ritiene che l'ingresso dei nuovi Paesi «danneggerà le imprese italiane». Anche questa opinione è andata fortemente accrescendosi negli ultimi anni e trova la sua diffusione massima tra gli imprenditori, tra i quali è anche largamente presente la convinzione che «non ci sarà nessun effetto». In definitiva, all'entusiasmo per una più ampia realizzazione dell'ideale europeo si contrappone il timore per le conseguenze reali. La paura è che, come ci ha detto un intervistato, «finisca come per l'euro: sembrava fantastico ma poi ha fatto aumentare i prezzi e mi fa vivere peggio». In alcuni altri Paesi europei ciò ha comportato la nascita di partiti dichiaratamente anti Ue. Alla luce di questi dati, non sarebbe sorprendente se ciò accadesse tra qualche tempo anche da noi o se, data la sua potenzialità di consensi, l'avversione alla Ue venisse esplicitamente adottata anche da qualche forza politica italiana.
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