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aprile 26, 2004


L’America dei sondaggi

La «coalizione dei volonterosi» sta perdendo i pezzi. Alcuni membri del Congresso giungono a ventilare l’ipotesi di una leva militare. Per giunta, in due best-seller delle ultime settimane si legge a chiare lettere che il quartetto Bush-Cheney-Rumsfeld-Wolfowitz era fermamente deciso a muovere guerra all’Iraq già ben prima degli attentati terroristici dell’11 settembre 2001.

Ma nonostante tutto, secondo vari sondaggi, il vantaggio di Bush sullo sfidante John Kerry è addirittura aumentato. Uno dei motivi sono certamente i 50 milioni di dollari che i repubblicani hanno speso in queste ultime settimane per la loro propaganda elettorale: una campagna di annunci a pagamento che viene ad aggiungersi all’alta esposizione mediatica di cui Bush gode per il semplice fatto di essere il presidente in carica. È vero che forse Bush non possiede il carisma mediatico del suo predecessore Clinton; ma è anche vero che Kerry è ancor più a corto di questo bene prezioso.

L’efficacia degli sforzi intrapresi dalla Casa Bianca e dai repubblicani per influenzare l’opinione pubblica è rispecchiata da un’indagine condotta su scala nazionale dall’università del Maryland. Dai risultati, appena pubblicati, non soltanto esce confermato il vantaggio di Bush su Kerry, ma con grande smacco dei democratici, emerge anche che Ralph Nader, ora che ha ufficializzato la sua candidatura alle presidenziali, rischia di sfilargli almeno il 3 per cento dei voti di novembre, accrescendo ulteriormente il vantaggio del presidente in carica.
Non meno deprimenti per i democratici – e forse rivelatori di quel che pensa davvero l’America oggi – sono i risultati che riguardano l’Iraq e Al Qaida. Secondo il sondaggio, malgrado quello che hanno detto gli esperti di tutto il mondo, due terzi degli americani continuano a credere che l’Iraq avesse armi di distruzione di massa già disponibili o comunque in programma. Inoltre, almeno un quinto è persuaso che l’Iraq sia direttamente implicato negli attentati dell’11 settembre, e quasi la metà è convinta che dagli esperti sia venuta una conferma del fatto che l’Iraq ha fornito ad Al Qaida un «appoggio sostanziale».

Quasi il 75 per cento degli americani che hanno dato queste risposte annuncia che voterà per Bush e non per Kerry. Di contro, di quella minoranza di elettori americani che crede agli esperti secondo cui di armi di distruzione di massa l’Iraq non ne aveva, ben tre quarti dichiarano che a novembre voteranno per Kerry e contro Bush.
Percentuali altrettanto cospicue di elettori americani interpellati nel sondaggio non si rendono conto di quanto sia diffusa nel mondo l’opposizione alla politica americana in Iraq e nel Medio Oriente. E anche fra coloro che ne sono consapevoli, almeno uno su quattro dichiara che voterà comunque per Bush.

Ecco quindi il compito immane cui sono chiamati Kerry e i democratici: accrescere, e di molto, il numero degli americani meglio informati su questi problemi. Lo studio dell’università del Maryland dimostra che i consensi al presidente in carica calano bruscamente quanto più i cittadini sono correttamente informati circa le analisi degli esperti e circa il giudizio del mondo, e in particolare dell’Europa, sugli Stati Uniti e la loro politica attuale. Un’analoga erosione dei consensi si verifica ogni volta che si diffonde una visione più realistica di quanto costi realmente la guerra in corso in Iraq in termini di sacrifici materiali e di vittime.

L’esile raggio di speranza per Kerry sta dunque nel fatto che malgrado il presidente mantenga il suo vantaggio su di lui nei sondaggi, nel corso degli ultimi dodici mesi il giudizio complessivo sulla condotta dell’amministrazione è peggiorato: benché non abbastanza, a quanto pare, da far uscire i democratici dallo stato depressivo che li attanaglia sempre più.

Joseph La Palombara
(traduzione di Marina Astrologo