La guerra sta cambiando la nostra vita, la nostra immagine della realtà. Lo abbiamo sentito dire spesso. E spesso lo abbiamo detto anche noi. Tanto spesso che rischia di scivolare nello stereotipo. Un luogo comune. La guerra globale. A furia di parlarne - e di vederla ridotta a spettacolo quotidiano - ci si assuefa. Agli attentati, alle azioni di guerriglia e a quelle militari. Alle vittime. Perfino agli ostaggi. Alle trattative annunciate in tivù. Ai silenzi stampa annunciati in tivù. E al dibattito politico sulla guerra. Alle divisioni politiche sulla presenza militare e sul ritiro. Con o senza l´Onu. Ci si assuefa, all´idea che tutto sia cambiato. E subentra l´impressione che non sia cambiato nulla. Che tutto sia rimasto come prima. Ma non è vero. Siamo cambiati profondamente, rispetto a qualche anno fa. Prima che le "torri gemelle" esplodessero. E il terrorismo, la guerra, ridisegnassero il mondo, ai nostri occhi. Siamo cambiati, rispetto a un anno fa, quando l´intervento in Iraq, guidato dagli Usa, sembrava aver chiuso in fretta, anche se in modo traumatico, la lunga sfida con Saddam Hussein. Finito Saddam, finito il suo regime, finita la guerra. Cominciava il dopoguerra, finalmente. La pacificazione, la democratizzazione. Un´impresa dura, pensavano tutti. Difficile. Ma, secondo la maggioranza degli italiani, intervistati un anno fa, l´opera di ricostruzione sociale e civile sarebbe riuscita, in qualche mese. O poco più. Non è andata così, evidentemente. E oggi - mostra il sondaggio curato da Demos-Eurisko per la Repubblica - sei italiani su dieci pensano che il conflitto, i conflitti, in Iraq, dureranno ancora a lungo. Quanto, non si sa. Le nuove guerre sono così. Cominciano quando sembrano finite. In Afghanistan non era apparso così chiaro, per il silenzio calato dopo la conquista di Kabul e Kandahar. Anche se, oltre due anni dopo, l´area non è certo stata pacificata. Ma in Iraq la coincidenza, la continuità, fra guerra e dopoguerra è molto più esplicita. Perché ci coinvolge in modo diretto. D´altronde, è viva la memoria della strage di Nassiriya. Mentre è cronaca il rapimento dei quattro civili impiegati in attività di sicurezza: l´uccisione di Quattrocchi, le trattative e la snervante attesa intorno alla sorte degli altri tre, ancora in ostaggio. Alla guerra, gli italiani, non si sono assuefatti. Né l´hanno metabolizzata, come un reality show (anche se la tentazione del cannibalismo televisivo preme). Il loro atteggiamento verso la guerra resta dichiaratamente pessimista. Oltre sei italiani su dieci considerano ancora l´intervento in Iraq sbagliato. Ma, soprattutto, la maggioranza degli italiani non crede che l´intervento armato abbia migliorato (o possa migliorare) le cose. Meno di tre persone su dieci pensano che, da allora, il rischio del terrorismo nel mondo sia diminuito. Meno di quattro che il processo democratico in Iraq si sia consolidato. Altrettanti, cioè una minoranza, credono che l´iniziativa militare abbia rafforzato la stabilità in Medio Oriente. D´altronde, bisognerebbe non avere occhi né orecchie, per pensare diversamente. La guerra non è finita e i problemi che avrebbe dovuto fronteggiare gravano, più pesanti di prima. La fiducia nelle istituzioni e nei soggetti politici è scesa ulteriormente, nell´ultimo anno. Non solo nei confronti del governo ("sfiduciato" da circa i tre quarti degli intervistati). Nei confronti degli Usa: esprime fiducia il 23% degli italiani. Quasi il 20% in meno di un anno fa. Nei confronti della Ue: il 48%. L´11% in meno. Ma il disincanto investe anche l´Onu l´organizzazione che la maggioranza (relativa) degli italiani e gran parte dei partiti, soprattutto di centrosinistra, vorrebbero coinvolgere direttamente nella ricostruzione sociale e politica dell´Iraq. Ebbene, l´Onu ottiene la fiducia del 46% della popolazione. Con un calo di oltre il´16%, in un anno. (Ennesimo paradosso della vita politica nazionale, visto che, per la gestione futura della crisi irachena, si confida in un soggetto di cui non ci si fida; di cui, almeno, ci si fida sempre meno) Pochi, i soggetti in grado di suscitare consenso. La chiesa, riferimento di valore. Inoltre: l´esercito e, ancor più, i carabinieri. Istituzioni che richiamano ordine e difesa. Altrettanti segni di una società disorientata e impaurita; in cerca di senso e rassicurazione. La guerra non è finita, pensano gli italiani. È destinata a durare ancora a lungo. E per questo si attrezzano. Da un lato si adattano. Hanno superato la paura di volare, di muoversi in paesi stranieri, che dimostravano dopo l´attacco alle torri gemelle e, a maggior ragione, dopo l´intervento in Iraq. In parte perché gli attentati aerei non si sono più ripetuti. In parte perché hanno riprogrammato i viaggi ? le destinazioni, gli itinerari. E il modo di viaggiare. Sono diventati più prudenti e competenti, nel muoversi. D´altra parte, gli italiani sono divenuti più parsimoniosi, nelle spese. Più cauti, nell´impiego dei loro risparmi. Ma, in questo caso, la depressione generata dalla guerra si confonde con il pessimismo alimentato dal mediocre andamento dei mercati economici e finanziari. Insieme contribuiscono a congelare il clima d´opinione. A intristire il sentimento sociale. Più in generale, ingrigisce l´idea del futuro. Che si rispecchia nel ricambio generazionale. Ogni generazione affida ai giovani la speranza di miglioramento, di rafforzamento. Ogni famiglia investe nei figli, le proprie aspettative di promozione. In Italia, a maggior ragione, vista la centralità, l´ipertrofia della famiglia, nell´organizzazione sociale e istituzionale. Ebbene, oggi solo due persone su dieci pensano che ai giovani sia riservato un futuro nel quale godranno di maggiore sicurezza personale, rispetto ai loro genitori. Tre italiani su dieci, inoltre, pronosticano che i giovani avranno un destino economico più felice, e quattro su dieci migliori possibilità di carriera professionale, e una rete di amicizie altrettanto fitta, rispetto ai genitori. Ed è significativo osservare che sono i genitori, i nonni, a dimostrarsi più pessimisti, a questo proposito. Forse perché i giovani sono cresciuti in tempi instabili. Sono abituati a muoversi in orizzonti stretti e incerti. Professionisti dell´incertezza. Mentre gli adulti e gli anziani proiettano sui figli l´inquietudine del presente e l´incapacità di pensare il futuro. Il proprio. La guerra. Quanto pesa la guerra su questa riduzione del tempo? Su questa progressiva incapacità di progettare la biografia? Di guardare avanti con un po´ di speranza? Pesa. Anche se non è facile misurare le emozioni e i sentimenti, il sondaggio Demos-Eurisko offre, al proposito, qualche indizio utile. L´immagine del futuro dei giovani, infatti, peggiora sensibilmente fra quanti prevedono che l´instabilità e gli scontri, in Iraq, si protrarranno ancora. Un anno e oltre. Così, i tempi previsti della guerra si allungano e parallelamente si ridimensionano le attese. Verso l´economia, la sicurezza, il tempo libero. Mentre si deteriorano la fiducia negli altri e il clima delle relazioni personali. La "guerra altrove" coinvolge anche noi. Dilata il nostro mondo e accorcia il nostro futuro. Ci spinge a guardare lontano, con occhiali da miope. E a interrogare il tempo, con un orologio senza lancette |