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aprile 21, 2004


Ancora giù la fiducia nell’economia

 Le deludenti stime sulla crescita e gli avvertimenti europei fanno vedere nero agli italiani

 

Ancora giù la fiducia nell’economia

 

di NANDO PAGNONCELLI


ANCORA qualche brutta notizia sul fronte economico. Questo mese, in un panorama di sostanziale stabilità, si muovono solo due indicatori. Il primo, e il più preoccupante, è quello relativo alla situazione economica generale del Paese. Questo indicatore cala di ben tre punti rispetto al mese scorso. Siamo di nuovo ai livelli più bassi, quelli registrati nel dicembre 2002, in piena crisi Fiat e con l'inflazione che per la prima volta mostrava i suoi effetti, o nel settembre 2003, con l'annuncio della crescita zero del Paese. Oggi questo decremento è dato dalle valutazioni generali sul nostro stato di salute. L'early warning dell'Europa, il richiamo preventivo, prima che sia troppo tardi. Le previsioni di crescita che non compensano l'incremento del debito. Qualcuno, anche da noi, parla di manovra aggiuntiva. Certo, forse, il patto di stabilità dovrebbe essere rivisto per sostenere maggiormente crescita e competitività. Certo, non siamo solo noi nella lente di ingrandimento europea. Con l'Italia ci sono grandi e forti paesi del nostro continente. Ma resta il fatto che la situazione italiana, gravata da un debito storico, è assai difficile. E questo è quanto è stato recepito dagli italiani. Il problema è che a questa sfiducia si aggiunge una percezione negativa su tutti gli aspetti dell'economia. Si accentua quindi la sensazione di declino che spesso abbiamo evidenziato e che si era particolarmente esasperata lo scorso mese. Insomma, l'idea di una possibile ripresa si allontana ulteriormente. Le ipotesi che sono state accennate (diminuzione delle tasse, sostegno alle imprese, ecc.) non convincono. L'altro indicatore che si muove, questa volta con segno positivo, è relativo alla competitività delle imprese italiane sui mercati internazionali. La fiducia sale di due punti rispetto allo scorso mese, passando da 43 a 45. Ma non basta a risalire la china. Il crollo dello scorso mese non è ancora recuperato. L'indicatore rimane ad uno dei livelli più bassi mai raggiunti. E' una convinzione che ci accompagna da qualche mese, grosso modo dallo scoppio della crisi Parmalat. Rimane, quindi, l'idea del declino. La situazione economica va male e le imprese fanno fatica a resistere. La piccola crescita della fiducia nella competitività delle nostre imprese è riconducibile sia al convegno milanese di Confindustria, nel corso del quale senza sottacere l'attuale situazione critica si sono levate autorevoli voci contro l'idea di declino, sia alla "metabolizzazione" della vicenda Parmalat - oggi meno presente nelle cronache - che aveva determinato la brusca flessione di questo indicatore nei mesi scorsi. Per il resto non cambia nulla. Tutti gli altri dati rimangono ai soliti bassi livelli cui siamo oramai abituati. L'inflazione non ci lascia e sta al centro delle nostre preoccupazioni.
Stabile la preoccupazione per la situazione occupazionale, sempre assai elevata. Niente da segnalare anche per quel che riguarda la situazione dell'economia personale e familiare: cupa, come questa primavera che stenta ad arrivare. La fiducia generale, somma di tutti gli aspetti, su una scala da 0 (nessuna fiducia) a 100 (totale fiducia) rimane ad un indice di 38. Se fossimo a scuola sarebbe un'insufficienza grave, da bocciatura. In generale si assiste ad un assestamento del dato di bassa fiducia. Si riducono le differenze sia in termini di età che di titolo di studio ed anche le differenze geografiche. La sfiducia è molto simile in tutti gli italiani, con poche diversità. Al Nord Est la fiducia tende a scendere, mentre risale di qualche punto al Nord Ovest, che il mese scorso segnalava livelli di fiducia tra i più bassi.
L'indicatore scende tra le persone attive, dai 31 ai 45 anni, migliora un po' tra gli anziani. Tutte queste piccole oscillazioni portano ad un dato simile per tutti. Insomma, siamo oramai davvero tutti sulla stessa barca.