aprile 20, 2004  Il premier sperava che il fattore-tasse "oscurasse" la guerra. Ma un sondaggio lo smentisce
Berlusconi teme l'escalation "Ora punteremo sulla Nato"CLAUDIO TITO ROMA -«Solo il 26% degli italiani crede che il governo taglierà davvero le tasse. Eppure lo faremo». In questa frase buttata là martedì notte da Silvio Berlusconi nell'incontro pre-pasquale con i parlamentari di Forza Italia, non c'è solo il rammarico per il risultato negativo di un sondaggio per la Casa delle libertà. C'è anche tutta la preoccupazione per una campagna elettorale che rischia di essere dominata dall'«effetto Iraq» anziché Ball'«effetto tasse». Dopo gli ultimi violenti incidenti in cui è in corso il contingente italiano a Nassiriya, infatti, il Cavaliere non ha nascosto la sua «preoccupazione» per lo sviluppo della situazione irachena. Non ha fatto nulla per comprimere la sua angoscia per i soldati italiani e per i rischi progressivamente in aumento. Senza trascurare i pericoli che ancora ieri il ministro dell'interno Pisanu ha elencato in una circolare sui tanti obiettivi sensibili che punteggiano la Penisola. Appunto rischi in crescita. Che se dovessero rivelarsi concreti, come ègià accaduto conl'attentato del 12 novembre, potrebbero risultare determinanti in campagna elettorale. «Se ci saranno altri scontri e dovessero avere un esito tragico - è la preoccupazione del premier - come lo spieghiamo agli italiani?». Uno stato d'animo che il premier non ha trattenuto neppure davanti alla platea numerosa di deputati e senatori forzisti riuniti all'hotel Exedra di Roma. Proprio per questo lo staff di Palazzo Chigi aveva messo a punto da tempo un piano che in larga misura ricalcava quello adottato da Bush in America: concentrare l'attenzione sotto il profilo della comunicazione sul taglio alle tasse anziché sull'«effetto Iraq». E i tempi scelti dal Cavaliere per rilanciare la politica fiscale dei due scaglioni ricadono esattamente in questa mossa. Ma la reazione dell'elettorato italiano - come ha raccontato lo stesso premier - è stata diversa da quella statunitense. Incrementando così la «preoccupazione» di Berlusconi. E trasformando la missione di pace in una sorta di mina elettorale. Che il presidente del consiglio vuole disinnescare. Come? «Dall'Iraq non ce ne possiamo andare, sembrerebbe una fuga - ripete l'inquilino di Palazzo Chigi - noi siamo lì solo per garantire la pace e ci siamo andati perché c'è già una risoluzione Onu che avalla la missione. Ma dobbiamo spiegarlo, qualcosa dobbiamo fare». E quel qualcosa sta prendendo le forme di una sorta di offensiva diplomatica per allargare la presenza internazionale in Iraq e mettere sotto un «cappello» più ampio il nostro contingente. A fine maggio volerà a Washington da Bush anche per questo, preceduto ad aprile dal vicepresidente del consiglio, Gianfranco Fini. In particolare, comunque, il premier vuole puntare sulla Nato: convincere l'Alleanza atlantica a rendere «più robusta la presenza» in Iraq e più legittimata. Il problema resta Francia e la Germania. Nel governo, però, adesso si considera possibile organizzare un pressing su Berlino e Parigi. Così come viene considerato indispensabile un passo nei confronti delle autorità iraniane che sono in grado di esercitare un peso su una parte della comunità sciita. In questo quadro è atteso anche un aiuto da Oltretevere. Dalla esperta diplomazia del Vaticano. «In effetti - spiega Fabrizio Cicchitto, vicecoordinatore di Forza Italia - la strada del coinvolgimento della Nato è sicuramente praticabile. Anzi auspicabile. La nostra missione di pace così potrebbe andare avanti con più sicurezza e con una ulteriore legittimazione». Di sicuro, fa notare un parlamentare esperto come il centrista Bruno Tabacci, «così la situazione è insopportabile. Ci vuole un nuovo quadro entro cui svolgere la missione. Serve l'Onu o la Nato, altrimenti la coalizione impegnata in Iraq si romperà». I prossimi passi di Berlusconi saranno quindi questi. Tenendo presente che le europee si avvicinano e sapendo, come ha ripetuto ai suoi parlamentari, che «c'è un sistema mediatico che trasforma ogni cosa che dico anche la più saggia, in una balla». E proprio per questo, dopo Pasqua, mobiliterà tutti i membri forzisti del governo per una offensiva mediatica fino alle urne di giugno: «riunirò tutti i ministri e i sottosegretari in una località segreta» e lì verranno definite tutte le parole d'ordine della campagna elettorale. Anche quelle sull'Iraq. |