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aprile 19, 2004


Orgoglio nazionale senza lo Stato

ILVO DIAMANTI

 

 

da Repubblica - 18 aprile 2004

 

IL VENTO dell´orgoglio nazionale. Sembra soffiare, dall´Iraq. Spinto, in primo luogo, dall´emozione prodotta dal sanguinoso attentato a Nassiriya contro i militari in missione. Rievocato, nei giorni scorsi, da Quattrocchi, ucciso da un gruppo di guerriglieri iracheni, dopo esser stato sequestrato insieme ad altri tre italiani, ancora in ostaggio. Gli ha dato voce, anche stavolta, il presidente Ciampi, che ne ha fatto la cifra principale del proprio mandato. Il presidente degli italiani. Orgoglioso d´esser tale. Su questa lunghezza d´onda s´è mosso anche Stefano Folli, in un editoriale (non firmato) del Corriere della Sera. Che ha indicato nella morte di Quattrocchi un´occasione inattesa per scoprire che la pianta dell´identità nazionale ha messo radici. E, inoltre, un seme, perché possa germinare ancora. Tuttavia, l´orgoglio nazionale non può nutrirsi ? solo ? d´emozioni, tragedie. Bandiere.

Rischia di trasformarsi in una virtù improduttiva. Se non dispone di attori e istituzioni capaci di utilizzarla. Ma questi sono tempi difficili, per gli Stati nazionali. E per il nostro, in particolare. Come dimostrano la guerra in Iraq e la vicenda degli italiani sequestrati a Falluja. Gli italiani: bersaglio principale delle bande integraliste per almeno tre ragioni, fra le altre. Per l´attività che svolgono. Per la natura dei loro committenti. Perché sono italiani.

Gli italiani, come molti altri "civili" presi in ostaggio nel "triangolo sunnita", sono impiegati e impegnati in agenzie che operano nel settore della "sicurezza". Professionisti nella protezione di persone, servizi, impianti presenti in Iraq (come in altre aree ad alto grado di instabilità e pericolo). Sono reclutati da imprese legate alle attività petrolifere, da uomini d´affari che operano in Iraq, nel campo esteso dell´economia di guerra. Una costellazione di iniziative e interessi che gravitano, perlopiù (ma non solo), sugli Stati Uniti. Peraltro, queste "figure professionali" agiscono, talora, a supporto di organismi "istituzionali" (addetti alla "sicurezza" di autorità locali o straniere, in missione). Queste attività non costituiscono una novità. Ma si sono sviluppate molto negli ultimi dieci anni, in seguito alla globalizzazione del terrore e delle guerre. Peraltro, questa tendenza è stata largamente sperimentata in molti paesi in via di sviluppo, dove Stati e governi si affidano, per compiti legati alla difesa, interna ed esterna, a milizie di professione. Oggi si è estesa anche in Occidente. Evoca un processo di "privatizzazione della sicurezza", ma anche della guerra. Ed è, in fondo, un segno di ulteriore "privatizzazione dello Stato" (ne hanno scritto, fra l´altro, i ricercatori francesi del Ceri). Visto che la sicurezza, la difesa interna ed esterna - con una sola formula: l´uso legittimo della forza - costituiscono una prerogativa fondamentale dello Stato moderno. Ora, invece, questi compiti sono stati, in parte, affidati al "mercato". Come possiamo verificare nel nostro stesso contesto di vita quotidiana, visto il moltiplicarsi delle polizie private. Ne consegue, per coloro che operano nel "terziario" bellico, la sostanziale dissociazione fra la nazionalità e lo Stato. Gli operatori della sicurezza, cioè, non sono più italiani, giapponesi, russi, o serbi. Ma, agli occhi delle milizie che agiscono nell´area, diventano americani, inglesi. Sono "identificati" con gli interessi delle aziende per cui lavorano e dei paesi su cui gravita la loro proprietà. La stessa galassia di gruppi e bande, che combattono, con armi proprie e improprie (attentati e sequestri, per esempio), in queste zone, rispondono, d´altronde, ad appartenenze claniche e religiose. Non hanno uno "Stato" a cui riferirsi. E´ difficile, in questo scenario, rivendicare la "nazionalità" come fonte di riconoscimento e di tutela. La privatizzazione della sicurezza, della guerra e di parte delle funzioni dello Stato, la neutralizza. La rende talora inutile. Controproducente. Per i giovani agenti catturati a Falluja, dunque, essere italiani non serve. Semmai, costituisce una condizione sfavorevole. Perché ha cambiato significato e percezione, negli ultimi anni, dopo il lungo periodo del dopoguerra. Nel corso del quale l´Italia ha agito da "ponte", fra l´Occidente, il "patto atlantico", di cui costituiva l´estrema frontiera, e il mondo arabo, mediterraneo e mediorientale, di cui era la sponda più diretta. L´Italia di Andreotti, Colombo, Moro; ma anche di Craxi. Considerata poco affidabile dagli americani e dagli alleati, per questa obliquità. Ma, comunque, capace di svolgere un ruolo di mediazione, pacificazione, collegamento. Fra diverse sponde. Fra i diversi blocchi. Flessibile, per necessità "geopolitica". Gli italiani: percepiti, anche per questo, come "brava gente", abile nell´arrangiarsi, dovunque, in ogni occasione. Predisposti all´uso sapiente delle armi della diplomazia e del dialogo. Abituati a fare i conti con la debolezza del loro esercito, ma anche delle loro istituzioni. Gli italiani: dotati, da sempre, di un elevato orgoglio nazionale (nella misura degli altri paesi europei, come dimostrano tutte le principali indagini), ma di alta sfiducia nello Stato e nelle istituzioni. Nazione senza Stato, lontana dallo Stato. Gli italiani: esprimono un´identità flessibile, mite. E, nelle missioni internazionali, si sono specializzati a svolgere compiti da Croce rossa. Sono quelli che arrivano a guerra finita: ricostruiscono. Infrastrutture e solidarietà. Gli italiani: oggi non riescono più a svolgere questo mestiere. Finito il bipolarismo internazionale, nella stagione del terrorismo e delle guerre preventive, hanno smesso la tradizionale obliquità. Per scivolare in una posizione più scomoda. E marginale. Alleati fedeli degli Usa, senza aver partecipato all´intervento contro il regime di Saddam Hussein. Senza disporre di una forza militare adeguata, senza avere voce e potere, nelle strategie dell´alleanza. Distinta, se non distante, dalla posizione della Ue. Con gli occhi puntati oltre Atlantico. Gli italiani in Iraq. Oggi faticano, molto più di prima, a svolgere il mestiere della ricostruzione. (Nonostante gli sforzi dei militari, a proseguire in questa direzione). Anche perché il governo non è in grado di (o, forse, non vuole) promuovere mediazione. Secondo la tradizione (e con la professionalità diplomatica) della Prima Repubblica. Sono percepiti, gli italiani, come soggetto coinvolto e schierato. Dalla parte degli Stati Uniti. Impossibile proporre un´identità mite e flessibile, in queste condizioni.

Così l´orgoglio nazionale gridato da Quattrocchi, davanti ai suoi assassini, suscita ammirazione. Ma anche tristezza. E un po´ di rabbia.

Perché Quattrocchi non è morto "per" l´Italia. Ma perché faceva una professione ad alto rischio, legata all´economia di guerra. Tuttavia, Quattrocchi è morto anche "perché è italiano". Perché l´Italia del tricolore, in Iraq, nella galassia della guerriglia islamica e irachena, appare uno Stato degli Usa. Peraltro, non gli è servito, a salvarsi, l´orgoglio nazionale. Né lo Stato nazionale, di cui era cittadino. Semmai, è vero il contrario. Dalla sua morte si è levato il vento dell´orgoglio nazionale.

Tuttavia, per crescere e sedimentare, l´orgoglio nazionale ha bisogno di uno Stato, di un interesse nazionale.

Ma come può affermarsi, dove gli Stati delegano al mercato l´esercizio della forza? E come può "sostenerlo", uno Stato forte a parole e debole nei fatti?

L´orgoglio nazionale, in queste condizioni, è come un albero piantato sulla sabbia. Una foglia trascinata dal vento. Un sentimento che, per essere ravvivato, ha bisogno di tragedie e vittime, di dolore e sacrificio.