aprile 18, 2004  Berlusconi, strategie dell’acchiappaconsensi
UNA RIVISTA DEDICA UN NUMERO MONOGRAFICO ALLA RIVOLUZIONE INTRODOTTA DAL «GRANDE COMUNICATORE»La rivista ComPol - Comunicazione Politica promossa dal Centro Interuniversitario di Comunicazione Politica e diretta da Giampietro Mazzoleni, esce in questi giorni con un numero speciale dal titolo «II grande comunicatone: Dieci anni di Berlusconi sulla ribalta politica». L'«epopea» del magnate televisivo diventato leader di partito e primo ministro è analizzata sotto vari aspetti: si va dall'«Antipolitica scende in campo» di Gianfranco Pasquino a «Berlusconi e il mercato elettorale» di Renato Mannheimera «Berlusconi in redazione: il fenomeno visto dai giornalisti» di Filippo Ceccarelli, di cui pubblichiamo la parte finale. La rivista sarà presentata il 26 aprile nel corso dì una tavola rotonda coordinata da Mazzoleni.
PER comprenderlo [Berlusconi] a pieno serviva a poco aver seguito, pure con scrupolo e diligenza, il processo di dissoluzione dei partiti della Prima Repubblica, l'epopea di Tangentopoli, la vampata referendaria o il cambio di marchio della «Cosa» di Occhetto. Berlusconi era lì, sul video, a reclamare un consenso emotivo e semplificato. Un prodigio di persuasione che si articolava in una serie di ganci ad alto impatto, talvolta per associazioni d'immagini, talaltra per strabordante parlantina. Un fluire di parole che non ammettevano né domande, né repliche, tantomeno uno straccio di contraddittorio. Si sarebbero capiti solo in un secondo momento i «segreti» della nuova retorica marketizzante del Cavaliere, quel suo affrontare gli argomenti in maniera ordinata e secondo il martellamento delle enumerazioni; il procurarsi sovente supporti visivi, lavagnette, foto, grafici, foglioni, evidenziatori; il linguaggio sempre straordinariamente comprensibile; la ripetizione del messaggio fino alla noia per dare l'impressione di coerenza; la cura costante riservata alle ambientazioni; il controllo personale dei dettagli; la precisione nell'individuare il target e immedesimarsi nelle platee. Anche qui, nel calore con cui affrontava il pubblico, ogni tipo di pubblico, i giornalisti avvertivano qualcosa di assolutamente inedito, a mezza strada tra la natura e la cultura, la tecnica commerciale e l'istintivo camaleontismo. Berlusconi parlava in piedi, muovendosi su e giù per il palcoscenico, con il microfono in mano. Bisognava aver visto i tele-predicatori americano, non aver consumato ore e ore osservando la fissità dei palchi congressuali della Prima Repubblica. Volta per volta si presentava come contadino, cittadino, operaio, imprenditore, perseguitato dalle «toghe rosse», «donnino di casa», attivista del 18 aprile, cantante, fidanzato di commesse Standa e donne francesi, figlio di rifugiato antifascista, lavoratore precario. In ogni caso, e per ogni maschera, seduttore famigeratissimo: «Un abbraccio a tutti e soprattutto alle belle ragazze, ma anche alle mie coetanee e alle nonne perché proprio oggi ho saputo che sarò nonno per la seconda volta...» Lo stesso uso smisurato delle rilevazioni demoscopiche sembrò all'inizio poco meno che una sfida smargiassa: «Dai più recenti sondaggi - scherzava Mino Martinazzoli un mese prima delle elezioni del 1994 - risulta che il 70 per cento dei cinesi vorrebbero il Cavaliere Berlusconi come imperatore». C'era ovviamente poco da ridere, specie da parte degli ex democristiani che poco dopo si ritrovarono cancellati dal panorama politico italiano. Ma la classe politica di allora, così come quella giornalistica, non aveva ancora capito che i sondaggi erano ormai gli unici rilevatori sociali in una situazione che proprio ai vecchi partiti era sfuggita di mano. Anche in termini elettorali, un venditore di Publitalia ne sapeva ormai irresistibilmente di più del segretario della federazione o del sindaco. Il segreto della pedagogia berlusconiana stava nella capacità di conoscere nel minor tempo le opinioni del «pubblico», allo scopo di assecondarne gli impulsi secondo logiche che ancor aoggi si traducono in consenso. Rispetto a queste nuove pratiche i partiti, oltretutto spompati e screditati (anche dalle tv berlusconiane), erano fermi all'età della pietra. Ma anche gli osservatori della carta stampata, palesemente, stentavano a cogliere la portata dell'innovazione. Senza proclami, tutto era destinato a cambiare. Inevitabilmente. I tempi. Gli spazi. La lingua. I personaggi. Le percezioni. E Berlusconi, a quel punto, sembrava non solo guidare il gioco ai suoi fini, ma addirittura dettare le nuove regole ai suoi avversari, e sul terreno più cruciale della politica, nel suo rapporto con la realtà. Una volta, in uno di quei fantastici sopralluoghi che presidente da Consiglio effettua prima dei grandi vertici internazionali, il Cavaliere ordinò di coprire l'intera facciata di un palazzo a Genova, perché gli sembrava troppo «moderno» per lo scenario che aveva in mente. L'edificio venne dunque mimetizzato con una colossale gigantografia di generica intonazione rinascimentale, con finti colori, finte porte, finte finestre, finti balconi, finto tutto. Quando l'opera apparve completa, ritornato Berlusconi sul luogo, o location che fosse, se la rimirò con soddisfazione pronunciando una frase sintomatica dello stravolgimento occorso all'intera filosofia del potere: «Lo dico sempre: la finzione è meglio della realtà». Ed è probabile che non dette alcun valore ai sorrisi, forse di complicità, che accompagnarono quel suo dire. Su tali basi concettuali, nonché programmatiche, si arriva così a comprendere come mai Berlusconi non abbia molto interesse a sembrare autorevole. Sembra piuttosto incline a far ridere, e comunque a suscitare un effetto di calore, vicinanza e meraviglia. Teme i funerali e gli eventi luttuosi; è chiaramente a disagio nelle grandi emergenze collettive. Oltre che nella messa in scena della sua politica, dà il meglio di sè nella simpatia e nell'entusiasmo che riesce a trasmettere presentandosi come soggetto alla mano e tuttavia unico al mondo. Di qui le continue barzellette, le gaffe «aggiustate» («Romolo e Remolo suona molto meglio»), la direzione d'orchestra nell'inno-karaoke, i cambi d'abito, il mausoleo di Arcore, l'agliofobia, lo jogging, il giardinaggio, i manifesti idolatrici (con il divieto agli altri candidati di mostrare i volti), la dimostrazione dal vivo di non aver scarpe con tacchi occulti, le pennette tricolore. Folklore? Sì, però distillato e quintessenziale in una vita pubblica ormai ampiamente e magari irreversibilmente folklorizzata. La diplomazia dell'ospitalità, ad esempio. «Eh - sospirava Andreotti invocando la pace tra De Mita e Craxi - mica devono andare insieme in villeggiatura». Ecco. Da ministro degli Esteri e presidente del Consiglio, Berlusconi ha compiutamente rovesciato il vetusto motto andreottiano invitando quanti più leader italiani e stranieri in Sardegna o a Portofino: appunto a passare le vacanze con lui. Invito idealmente esteso a tutti i telespettatori, allorché il presidente del Consiglio è sbarcato a sorpresa, come sempre con telecamere (sia pure amatoriali), affiancato dal cantautore Apicella in un villaggio turistico; e qui si è esibito, felice come una Pasqua, cantando «Meglio 'na canzone», sdolcinatissima creazione così battezzata nel corso di una cena para-istituzionale dall'onorevole La Russa, già «esule in patria» e ora riaccolto a titolo di Vip nello Stato spettacolo. Oppure si pensi al «Contratto con gli italiani», certificato dal «notaio» Vespa pochi giorni prima delle elezioni del 2001. Quella specie di tele-vendita dimostra a quale livello di professionalità spettacolare il Cavaliere abbia saputo sfruttare la credulità del pubblico, anche attraverso i mutamenti antropologici che lui stesso aveva contribuito a determinare. Dietro a quella scena c'era il lavoro di decine e decine di esperti e un numero inverosimile di simulazioni. E pare ancora di vedere quel foglio protocollo e la telecamera che inquadra la firma del Cavaliere, con tanto di svolazzo grafico. Vespa compunto, il tele-venditore politico serissimo. E i commenti della gente semplice, registrati il giorno dopo per le strade. Due donne, ad esempio, e una piuttosto infervorata: «Carmelì, quello ha firmato, l'ho visto io!». Ma di nuovo: dopo quel numero in fondo si rinnovava l'eterno catalogo delle insidie propagandistiche. E in positivo: per smontarle bisognava esserne all'altezza, dilatare i propri orizzonti, magari con il soccorso illuminante di Goffman: «Quanto più la rappresentazione dell'impostore si avvicina a quella vera, tanto più ne possiamo essere minacciati». Noi giornalisti, e Carmelina, testimone oculare, ma fallace, vittima della più evoluta tecnologia del «far credere». Ah, quante volte leggendo le cronache dell'era berlusconiana ci si è chiesti dove mai era finito il popolo dei furbi, dietro chi e che cosa si era nascosto quell'antico vanto italico che si trova inciso addirittura sulle mattonelle da muro: «Ca' nisciuno è fesso». Presentando una volta i candidati di Forza Italia alle elezioni, il presidente Berlusconi ha ripetuto in ambito politico la teoria, già ampiamente illustrata agli uomini delle sue tv, secondo cui il pubblico - e stavolta, più che il popolo, intendeva l'elettorato - è costituito mediamente da persone che avevano frequentato la seconda media, «e spesso nemmeno ai primi banchi». Alla fine della manifestazione - dove peraltro l'esecuzione karaoke di Fratelli d'Italia recava in sovrimpressione il verso «Stringiamoci a corte» anziché «a coorte» - sfollando all'imbrunire per i viali della Fiera di Roma, faceva uno strano effetto vedere lì politici smaliziatissimi e anche illustri colleghi giornalisti in attesa di scranno parlamentare, ma già felici come bambini con il «kit del candidato» sottobraccio, come un panettone prima delle feste. Chissà se, come accaduto nel 1994, avevano dovuto acquistarselo di tasca loro, così contribuendo ad accrescere le ricchezze e l'autostima del Cavaliere. Chissà. Stai a vedere che pure di questo allegro dubbio bisognerà essere grati a Berlusconi dopo che sarà stato sconfitto. Prima o poi. E meglio tardi, come si dice, che mai.
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