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aprile 20, 2004


Verso il voto/ "Berlusconi è pronto a riconquistare gli elettori". Il politologo Chiarini spiega ad Affari cosa accadrà da qui al 13 giugno



Saranno due mesi all'insegna di Silvio Berlusconi.

Due mesi in cui il presidente del Consiglio "non sarà più nell’angolo ma al centro del ring, dove lui è un maestro. Specie nel muoversi in campagna elettorale".
A sostenerlo è Roberto Chiarini, docente di Storia dei partiti e movimenti politici alla facoltà di Scienze Politiche dell'Università Statale di Milano che, ad Affari, ha spiegato cosa potrebbe succedere nello scenario politico nei prossimi mesi, quelli che porteranno al doppio voto di giugno.
"Nei prossimi due mesi il governo tenterà le più coraggiose e spericolate acrobazie per riconquistare la fiducia degli elettori del Centrodestra che sicuramente è in calo, anche se non si hanno indicazioni di trasferimenti di elettori verso il Centrosinistra".

A cosa imputa questo calo?
"In parte è fisiologico, essendo arrivati a metà legislatura, ma in parte deriva da problemi congiunturali e strutturali. Quelli congiunturali riguardano la situazione di crisi del sistema paese nella competizione internazionale. Problemi, questi, che si sono accavallati con quelli di intervento del governo sui grandi impegni e le grandi promesse fatte agli elettori: in particolare le riforme. Qualcosa è stato fatto, ma sono mancati i due pilastri: la riforma fiscale e quella pensionistica, che sono tra loro intrecciate. Poi ci sono i problemi strutturali di questa coalizione, quelli vecchi, che si trascinano fin dall'inizio, cui se ne sono aggiunti due nuovi: il primo è l’assenza di Bossi, che ha spinto la Lega verso una radicalità dovuta a questa situazione di interregno, il secondo è il risveglio di Fini, rimasto a lungo in un angolo dovendo risolvere diverse questioni interne. Ora, dopo la svolta, il presidente di An è uscito allo scoperto con pretese nella gestione generale della politica governativa".

Un brutto quadro per il premier...
"Sì, ma non particolarmente negativo. Berlusconi non è più nell’angolo ma al centro del ring, dove lui è un maestro nel muoversi in campagna elettorale.Una grande campagna mediatica potrebbe bastare, perché se fossero voti già passati al Centrosinistra significherebbe che si è rotto un rapporto, un patto con gli elettori, difficile da ricostruire dopo che la precedente promessa è stata ritenuta non rispettata. Ma non credo sia questa la situazione e se si tratta solo di una caduta di motivazioni, può bastare qualche nuovo elemento, per esempio qualcosa di concreto da inserire nel Dpef, che non a caso dovrebbe essere stilato prima di giugno, e il gioco potrebbe essere fatto. E' bene ricordare che l’elettorato moderato è più volubile e, quindi, conquistabile con una buona campagna elettorale. E in questo Berlusconi è un maestro".

Adesso, però, è sceso in campo anche Romano Prodi...
"Prodi è l’unico elemento di coesione dell’opposizione. Ma ormai la gente ha chiaro in mente che ci sono due sinistre: quella riformista e quella radicale. E' difficile che passi l’idea che questa sia una maggioranza alternativa a quella che attualmente governa".

Insomma, esclude che la Casa delle Libertà possa uscire pesantemente sconfitta?
"Non credo proprio. E, in ogni caso, il carisma di Berlusconi e il fatto che i suoi alleati, come An e Lega, abbiano le cartucce piuttosto bagnate, mi inducono a pensare che non ci saranno grandi problemi nemmeno in caso di sconfitta".

Il premier sperava che il fattore-tasse "oscurasse" la guerra. Ma un sondaggio lo smentisce

Berlusconi teme l'escalation

"Ora punteremo sulla Nato"

CLAUDIO TITO

ROMA -«Solo il 26% degli italiani crede che il governo taglierà davvero le tasse. Eppure lo faremo». In questa frase buttata là martedì notte da Silvio Berlusconi nell'incontro pre-pasquale con i parlamentari di Forza Italia, non c'è solo il rammarico per il risultato negativo di un sondaggio per la Casa delle libertà. C'è anche tutta la preoccupazione per una campagna elettorale che rischia di essere dominata dall'«effetto Iraq» anziché Ball'«effetto tasse».

Dopo gli ultimi violenti incidenti in cui è in corso il contingente italiano a Nassiriya, infatti, il Cavaliere non ha nascosto la sua «preoccupazione» per lo sviluppo della situazione irachena. Non ha fatto nulla per comprimere la sua angoscia per i soldati italiani e per i rischi progressivamente in aumento. Senza trascurare i pericoli che ancora ieri il ministro dell'interno Pisanu ha elencato in una circolare sui tanti obiettivi sensibili che punteggiano la Penisola.

Appunto rischi in crescita. Che se dovessero rivelarsi concreti, come ègià accaduto conl'attentato del 12 novembre, potrebbero risultare determinanti in campagna elettorale. «Se ci saranno altri scontri e dovessero avere un esito tragico - è la preoccupazione del premier - come lo spieghiamo agli italiani?». Uno stato d'animo che il premier non ha trattenuto neppure davanti alla platea numerosa di deputati e senatori forzisti riuniti all'hotel Exedra di Roma.

Proprio per questo lo staff di Palazzo Chigi aveva messo a punto da tempo un piano che in larga misura ricalcava quello adottato da Bush in America: concentrare l'attenzione sotto il profilo della comunicazione sul taglio alle tasse anziché sull'«effetto Iraq». E i tempi scelti dal Cavaliere per rilanciare la politica fiscale dei due scaglioni ricadono esattamente in questa mossa. Ma la reazione dell'elettorato italiano - come ha raccontato lo stesso premier - è stata diversa da quella statunitense. Incrementando così la «preoccupazione» di Berlusconi. E trasformando la missione di pace in una sorta di mina elettorale. Che il presidente del consiglio vuole disinnescare. Come? «Dall'Iraq non ce ne possiamo andare, sembrerebbe una fuga - ripete l'inquilino di Palazzo Chigi - noi siamo lì solo per garantire la pace e ci siamo andati perché c'è già una risoluzione Onu che avalla la missione. Ma dobbiamo spiegarlo, qualcosa dobbiamo fare».

 E quel qualcosa sta prendendo le forme di una sorta di offensiva diplomatica per allargare la presenza internazionale in Iraq e mettere sotto un «cappello» più ampio il nostro contingente. A fine maggio volerà a Washington da Bush anche per questo, preceduto ad aprile dal vicepresidente del consiglio, Gianfranco Fini. In particolare, comunque, il premier vuole puntare sulla Nato: convincere l'Alleanza atlantica a rendere «più  robusta la presenza» in Iraq e più legittimata. Il problema resta Francia e la Germania. Nel governo, però, adesso si considera possibile organizzare un pressing su Berlino e Parigi. Così come viene considerato indispensabile un passo nei confronti delle autorità iraniane che sono in grado di esercitare un peso su una parte della comunità sciita. In questo quadro è atteso anche un aiuto da Oltretevere. Dalla esperta diplomazia del Vaticano.

«In effetti - spiega Fabrizio Cicchitto, vicecoordinatore di Forza Italia - la strada del coinvolgimento della Nato è sicuramente praticabile. Anzi auspicabile. La nostra missione di pace così potrebbe andare avanti con più sicurezza e con una ulteriore legittimazione». Di sicuro, fa notare un parlamentare esperto come il centrista Bruno Tabacci, «così la situazione è insopportabile. Ci vuole un nuovo quadro entro cui svolgere la missione. Serve l'Onu o la Nato, altrimenti la coalizione impegnata in Iraq si romperà».

I prossimi passi di Berlusconi saranno quindi questi. Tenendo presente che le europee si avvicinano e sapendo, come ha ripetuto ai suoi parlamentari, che «c'è un sistema mediatico che trasforma ogni cosa che dico anche la più saggia, in una balla». E proprio per questo, dopo Pasqua, mobiliterà tutti i membri forzisti del governo per una offensiva mediatica fino alle urne di giugno: «riunirò tutti i ministri e i sottosegretari in una località segreta» e lì verranno definite tutte le parole d'ordine della campagna elettorale. Anche quelle sull'Iraq.