CHI parla di regime, per descrivere l´Italia come una "democrazia limitata", dovrebbe, forse, pesare e valutare meglio le parole. Perché il regime evoca il Grande Fratello orwelliano. Il potere pervasivo che tutto controlla. Che ci schiaccia. Ma oggi in Italia, lo scenario a cui assistiamo è esattamente l´opposto. Ricorda il GF televisivo. Una fiction mascherata da reality show, che scorre a tempo pieno sotto i nostri occhi, sui nostri schermi. Appare, ovunque. Sugli schermi e da qualche giorno sulle strade, nelle città. Da manifesti giganteschi. Ripetendo le stesse cose. Meno tasse. Meno criminalità. Più lavoro. Grandi opere qui e là. Con un piccolo problema. Che non gli crede quasi più nessuno. La riduzione fiscale, da avviarsi subito. Annunciata da Tremonti. Ribadita da Berlusconi. Non ci crede la gente comune (come sottolinea Mannheimer, sul Corriere della Sera di venerdì). Non ci credono gli industriali.. Non ci crede, non ci vuole credere la commissione europea. Visto che meno tasse significa meno spese sociali, più tagli. E il governo esclude ognuna di queste ipotesi. Non ci crede, non ci vuole credere neppure il vicepremier, Gianfranco Fini. Al quale spetterebbe, almeno, una parola, una opinione in merito, prima che le decisioni del governo venissero annunciate. Il Grande Fratello. Sembra di più un Grande Orecchio. Visto che il premier si limita ad ascoltare, constatando che «c´è uno scontro fra Tremonti e Fini». Ce n´eravamo accorti anche noi. E pensavamo che il leader di un Regime dovesse risolverlo lui, lo scontro. O almeno silenziarlo. Ma tant´è. I problemi di questa fase non sembrano derivare dall´accentramento e dalla ramificazione del potere. Ma, semmai, dal contrario, dall´in-decisione e dall´in-credibilità dei poteri costituiti. Dal fatto che il governo non decida; che le sue decisioni non abbiano effetto. Il che incoraggia e alimenta la "società degli apoti". Formula coniata da Prezzolini per evocare (e auspicare) lo scetticismo di "coloro che non le bevono". Un atteggiamento che non è sfiducia, ma molto peggio. Perché la sfiducia è uno sguardo coinvolto. Mentre lo "scetticismo degli apoti" è sguardo obliquo e disincantato. Di chi dà per scontato che ci raccontano storie. Che le decisioni annunciate dalle autorità non sono vere; comunque non si realizzeranno. Almeno, nei tempi e nei termini previsti. Gli episodi, più che gli indizi, di questo si accumulano, negli ultimi mesi, nelle ultime settimane. Ai livelli più svariati. Pensiamo alle polemiche sul costo della vita, sul reddito delle famiglie, sui risparmi. Da un lato la "percezione sociale", e alcuni istituti demoscopici, che raccontano il declino. La perdita di potere d´acquisto, la difficoltà di vivere. L´incapacità di risparmiare. Dall´altra, il governo, che, utilizzando altri dati, altre stime, garantisce che non è vera, la percezione della gente. È una leggenda popolare. Messa in giro ad arte (dai comunisti, annidati ovunque, soprattutto negli istituti statistici e di sondaggi). Ma creduta, evidentemente. Più del governo e delle sue stime. D´altra parte, a chi credere? Visto che l´Istat medesima è investita dalle polemiche dell´opposizione, del sindacato e dei consumatori, quando fornisce indici di inflazione diversi da quelli percepiti; mentre è criticata dal governo, quando confeziona stime dell´economia deludenti? Non ci sono metri di misura condivisi. Né istituzioni credute, in questa fase. Da cui l´improbabilità decisionale: che renderebbe inefficaci le decisioni anche se venissero realizzate. Perché non verrebbero riconosciute. Peraltro, è lo stesso "potere", è il governo ad alimentare l´in-credibilità decisionale. Si pensi alle norme in materia fiscale ed edilizia. Puntualmente condonate e ri-condonate. Condoni in autunno, a Natale, in primavera e poi in autunno. Con la stessa stagionalità degli sconti. Per assecondare le emergenze di bilancio dello Stato. Come pensare e come sperare che i cittadini non considerino l´evasione, l´irregolarità, l´abuso, pratiche "normali", che, poi, qualche "norma", puntualmente, "regolarizzerà"? Come pensare, come sperare che "credano" alle istituzioni e alle sue decisioni? Si pensi a quanto è avvenuto a Roma, in occasione del derby, due settimane fa. Una voce provocata ad arte, oppure una diceria che si propaga per contagio: non importa. Infondata. Ma a cui decine di migliaia di persone credono. Mentre rifiutano la "verità" istituzionale ? peraltro "vera" ? dichiarata dal questore e dal prefetto. E, a maggior ragione, rifiutano le loro decisioni. Per cui non si gioca. Come hanno "deciso" gli ultrà, i tifosi, la gente ammassata allo stadio. Più forti e credibili delle autorità, dei poteri istituzionali. Dello Stato. Un regime. È un sistema di poteri diffuso, che tutto controlla. E sovraordina. Determina. In Italia, in questa fase, il quadro appare molto diverso. Quasi opposto. La società non è sopita, narcotizzata. Ma in movimento costante, molecolare. Attiva e dispersa in mille proteste. In mille iniziative volontarie. Una società incredula, che si agita. Quasi a reagire, al vuoto di poteri e di legittimità. Di decisioni e credibilità. Una società incapace di fiducia, ma anche di sfiducia. Tanto che le intenzioni di voto sono, ormai, condizionate dall´astensione più che dai cambiamenti di scelta. E la prevalenza del centrosinistra è determinata dalla delusione degli elettori di Forza Italia molto più che da meriti propri. Non a caso il giudizio degli italiani sull´azione dell´opposizione è peggiore di quello attribuito alla maggioranza di governo (come ha affermato Nando Pagnoncelli, dell´Ipsos). Suggerisce, questa sindrome dell´in-decisione politica e dell´in-credibilità sociale, la crisi, forse la fine della stagione politica seguita alla prima Repubblica. La caduta dei miti che l´hanno contrassegnata e accompagnata. Il mito dell´imprenditore, del privato, che avrebbe dovuto rimpiazzare al meglio i limiti dello Stato, del pubblico. Si è quantomeno ridimensionato, di fronte all´incalzare delle turbolenze del mercato, delle difficoltà dei grandi gruppi industriali, finanziari e creditizi. E oggi gli imprenditori, i manager, i broker, non godono più di grande consenso, di grande credibilità. Il mito del "leader carismatico", interpretato in Italia da Berlusconi e da Bossi. Che hanno incarnato, più di tutti, lo "spirito" della seconda Repubblica, come ha scritto nei giorni scorsi, con particolare efficacia, Giuliano Ferrara sul Foglio. Bossi e Berlusconi hanno "forzato" il passaggio da una democrazia fondata sui partiti a un sistema imperniato sulla "fiducia" personale. Minimizzando il ruolo delle rappresentanze e delle mediazioni. Politiche, di interesse, ma anche istituzionali (come dimostra l´eclissi del Parlamento). Picconando i "poteri ostili": i magistrati, le banche, gli eurocrati. Enfatizzando l´importanza dell´immagine e della parola: i canali di relazione diretta con il "popolo sovrano". Mettendo mano alle regole, alle leggi, per renderle flessibili, duttili, rispetto alla missione del potere carismatico. Oggi, afferma Ferrara, questa stagione è finita. Bossi è lontano dalla scena. Letteralmente. Mentre Berlusconi "si muove in uno stato di ipnosi politica, con la realtà in dissoluzione della sua leadership". Da ciò il rischio del vuoto. Il vuoto. Di decisioni, di legittimità, di credibilità. Perché questo "modello" di democrazia carismatica e mediatica ha, nel suo corso, logorato gli altri poteri. I contrappesi. E i canali di mediazione. E la società si muove, si agita, senza padri, maestri, professori, magistrati, imprenditori. A cui credere. Senza istituzioni e norme da rispettare. Che, ai suoi occhi, meritino rispetto. Se questo è un regime, allora è un regime indeciso, impotente e inascoltato. Più che il Grande Fratello, è un "figlio minore" della Prima Repubblica. Siamo in attesa del nipote. Speriamo che sia migliore |