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marzo 24, 2004
Per Berlusconi l'euro non vale una lira


A volte ritornano, le vecchie lire. Come sui nuovi manifesti elettorali di Silvio Berlusconi. Accanto al volto sorridente del premier, il logo della Casa delle libertà, le stelle dell’Unione europea, il tricolore sullo sfondo blu della bandiera europea c’è il resoconto di quanto il governo sostiene di aver investito per le infrastrutture. «Grandi opere attivate per 93.000 miliardi di lire». Proprio così: lire, e nemmeno «vecchie» lire come si dice nei quiz televisivi, ma semplicemente lire, in soldoni, e la cosa fa un certo effetto paradossale se si pensa che si tratta di manifesti di una campagna per il voto europeo. Non si tratta certo di una svista, probabilmente è una questione di visibilità, di «marketing politico» come si dice in modo più sofisticato: 93 mila miliardi si vedono e vendono molto di più, fanno certamente un maggiore effetto della cifra corrispondente di 48 miliardi di euro. E, soprattutto, la gente fa ancora i conti in lire. Il manifesto ha suscitato roventi polemiche da parte dell’opposizione e un primo effetto lo ha certamente avuto: quello di far parlare di sé prima ancora di essere visto. Rimandando inevitabilmente, anche se si tratta di una scelta più «d’effetto», dovuta all’esigenza di maggiore chiarezza, alle polemiche sull'euro innescate da Berlusconi fin dalla conferenza del governo di inizio anno. Per il premier la causa dell'inflazione che imperversa in Italia è proprio l'introduzione della moneta unica. Gli aveva fatto eco anche il ministro dell'Economia Giulio Tremonti: «Il caro prezzi? Chiedetelo all'euro malfatto del candidato Prodi».
E così la campagna ellettorale ci ha riservato un'altra novità, introducendo per la prima volta un significato metasemantico a un cartellone elettorale, apparentemente semplice ma in realtà sofisticatissimo anche se per nulla subliminale: parlando delle opere pubbliche, in realtà sembra parlarci dell'euro e delle sue criticate conseguenze. Chissà fino a che punto i creatori della campagna sono consapevoli di tutto ciò.
Quando molti di noi passeranno davanti a quei manifesti non penseranno alle opere pubbliche, cioè ai contenuti (su cui l'opposizione ha reagito con durissime critiche, ironizzando sui risultati della legge obiettivo) ma alla diatriba sull'euro. Un euro per una parte colpevole di aver accelerato l'inflazione e impedito la possibilità di svalutare per favorire l'export e innocente per un'altra parte, per la quale è proprio grazie alla moneta unica se in Italia non si è verificato un rischio ancor più grave. Fuori da Eurolandia sarebbe stata possibile  un'impennata dei tassi di interesse e dunque anche un'esplosione incontrollata del nostro debito pubblico.  Prodi lo ha detto espressamente, in risposta alle polemiche di Tremonti: senza l'euro avremmo rischiato di fare la fine dell'Argentina.
D'altro canto quella cifra in lire sui manifesti ci ricorda che i conti è sempre meglio farli col vecchio conio se si vuole avere la netta dimensione di quanto vale un prodotto, uno stipendio, un progetto. Ci ricorda che è sempre meglio camminare con l'euro in tasca e la lira nella mente, come il titolo di un lucido libretto sull'argomento, se vogliamo impedire che qualcuno ci freghi, come peraltro ha fatto, mettendo in pratica l'equazione mille lire uguale un euro (e non cinquanta centesimi).
 E così, a più di due anni dall'introduzione della moneta unica europea, un fatto epocale che coinvolge 370 milioni di cittadini di dodici Paesi europei, la questione sulle sue conseguenze in Italia è tutt'altro che risolta: forse i conti finali li tireranno a giugno gli elettori.
Francesco Anfossi



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