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marzo 21, 2004
 La exit strategy all'italiana Berlusconi spera nel Papa
RITIRI 1. SOLO FINI E LEGA PUNTANO
SULL'EFFETTO BABILONIA
Come
restare in Iraq senza perdere le elezioni europee
La Spagna, ma non solo. La Polonia ci pensa, e poi ci ripensa
rimbrottata da Bush. E ieri la super-filoamericana Corea del sud ha sospeso
l'invio di soldati in Iraq perché chiede un'area diversa da Kirkuk, ritenuta
troppo pericolosa.
E l'Italia, cosa farà? Non va dimenticato, infatti, che il
30 giugno prossimo, due settimane dopo il voto per le europee, scade il
finanziamento della missione di Nassiriya. La data non è stata scelta
casualmente dal governo, che avrebbe potuto tranquillamente prorogare la
missione fino a dicembre. A febbraio si è invece pensato che un nuovo voto
parlamentare sul rifinanziamento avrebbe (ri)messo in luce le divisioni del
centrosinistra, riducendo la portata di un eventuale successo dell'opposizione
alle europee. Poi, però, sono arrivati gli attentati di Madrid, e la conseguente
paura degli italiani per il terrorismo. Sondaggi alla mano (sei italiani su
dieci temono un attacco, e la gran parte lo mettono in relazione alla presenza
italiana in Iraq), Berlusconi è consapevole che la questione babilonese non
produce consenso, anzi lo compromette, soprattutto tra il ceto medio,
tradizionale bacino di voti forzisti, su cui pesa «l'effetto al Qaeda». Proprio
per questo, il premier ha rinunciato al viaggio a Nassiriya, puntando su altre
mosse propagandistiche in vista delle europee. Meglio una visita ai cantieri
delle grandi opere, e l'annuncio di ulteriori investimenti per la
sicurezza
Comunque, al momento appare assai improbabile l'ipotesi che
qualcuno pensi nel centrodestra a un anticipato ritiro dall'Iraq. Antonio
Martino e Franco Frattini sono in costante contatto con l'ambasciatore americano
Mel Sembler, al quale hanno ribadito la assicurazione che la permanenza del
tricolore a Nassiriya è scontata. Eppure, dietro ai due ministri competenti ed
esclusi Gianfranco Fini e la Lega, qualche dubbio comincia ad affiorare,
complice l'avvicinarsi delle europee.
Se la patriottica An pensa
legittimamente di ricavare dall'Iraq qualche consenso in più, tanto che Fini sui
carabinieri di Nassiriya ci sta facendo la campagna elettorale (con tanto di
manifesti), l'avversione agli islamici è la ragione sociale del Carroccio, che
ha tutto l'interesse a mantenere alta la tensione per ricavarne profitti
elettorali. Non è così, invece, per Udc e Fi. Anche se Follini, Buttiglione e
D'Antoni non hanno un «effetto al Qaeda» da tamponare, devono però coltivare i
tradizionali rapporti con il Vaticano, il volontariato cattolico e parte della
Cisl. Ambienti che non chiedono il ritiro, ma spingono per il coinvolgimento in
Iraq di Onu, Francia e Germania. Pressioni simili le ricevono anche i cattolici
di Forza Italia, Claudio Scajola in primis. E anche se il ministro per il
programma è in questo momento minoritario in Fi, qualche segnale a Berlusconi lo
ha già lanciato, trovando orecchie interessate.
Il premier avrebbe infatti
avviato, attraverso Gianni Letta, contatti con la Santa Sede per comprendere
quante possibilità ci sono di costruire una exit strategy con l'aiuto vaticano.
Se Giovanni Paolo II, contrario da subito a Shock and awe, dall'alto della sua
autorevolezza riaffermasse la necessità da parte dell'Onu e della comunità
internazionale di farsi carico della ricostruzione irachena, il governo italiano
lo sosterrebbe con convinzione, in Europa e con gli Usa. Per Berlusconi sarebbe
un modo elegante per uscire dalla semi-solitudine internazionale in cui si è
trovato e dire agli italiani che lui e il Papa la pensano allo stesso modo.

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