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di RENATO MANNHEIMER
La
permanenza o meno della missione militare in Iraq continua a dividere l’opinione
pubblica, in misura ancora più netta dopo gli attentati terroristici in Spagna.
Nonostante questi ultimi e il conseguente accrescersi del timore di attacchi
anche nel nostro Paese, il mutamento delle opinioni appare più rivolto verso la
permanenza in Iraq delle truppe che verso il loro ritiro. Quella irachena è una
delle questioni politiche più « sentite » dagli italiani, poiché evoca una
tematica — la pace e la guerra — che ricopre da sempre un grande rilievo
emotivo. Tanto che, anche in questa occasione e contrariamente a quanto si
rileva di solito nei sondaggi, la percentuale di risposte « non so » è molto
esigua. Secondo gli ultimi dati, la maggioranza relativa degli italiani rimane
contraria — ma solo se la domanda viene posta senza ulteriori specifiche o
ragionamenti — alla permanenza in Iraq del contingente. È però più corretto
dire che la posizione favorevole al ritiro delle truppe rappresenta grossomodo
metà della popolazione, poiché la differenza tra le due opposte posizioni è
sempre più modesta e ormai ai limiti del margine statistico di approssimazione.
Come qualche mese fa, i favorevoli alla permanenza delle truppe sono di più tra
chi possiede un titolo di studio più elevato. E tra le persone più giovani, con
una punta massima tra i 25 ai 44 anni. Al solito, le opzioni per il ritiro si
accrescono progressivamente passando da chi si « sente » di destra a chi si
posiziona a sinistra. Ma, a dimostrazione della relativa « trasversalità » della
frattura di opinioni, anche tra gli elettori delle forze di opposizione
mediamente il 30% si dichiara per il mantenimento in Iraq del contingente, così
come tra i votanti per i partiti di governo una quota di poco inferiore è per il
ritiro. Rispetto a novembre, il flusso più significativo di opinioni non
proviene però tanto da chi ha una collocazione politica precisa, quanto da chi
dichiara di « non sapere dire » il proprio orientamento ove si manifesta il
massimo incremento di favorevoli alla permanenza in Iraq. Ponendo però il
quesito in modo più articolato e illustrando alcune possibili motivazioni per il
ritiro o il mantenimento delle truppe, si ha conferma di un fenomeno già
rilevato nel precedente sondaggio: la maggioranza relativa passa, stavolta con
una differenziazione più significativa, ai favorevoli alla permanenza in Iraq.
C’è insomma una sorta di duplicità di posizioni: quella di principio, che vede
contraria, sebbene in misura sempre più risicata, la maggioranza degli
italiani. E quella « politica » , sul « che fare oggi » , che mostra invece
una netta prevalenza dei favorevoli alla permanenza delle truppe. Appare anche
significativo il fatto che in entrambi i campi, i favorevoli e i contrari, le
motivazioni legate alla minaccia terroristica appaiono meno evocate di altre. In
particolare, risulta assai poco seguita — anche tra i favorevoli al ritiro del
truppe — l’argomentazione - spesso ripresa nei giorni scorsi in seguito alla
dichiarazione, forse incauta, di un esponente « pacifista » - che il ritiro
dall’Iraq sarebbe opportuno soprattutto per scongiurare attacchi terroristici
nel nostro paese. Ciò non significa che la minaccia terroristica non sia
fortemente sentita dagli italiani. Al contrario, il timore si è accresciuto
proprio negli ultimi giorni. Ma i dati mostrano come esso non costituisca uno
degli argomenti principali addotti per sostenere l’opportunità di lasciare
l’Iraq o di rimanervi. Molti osservatori si domandano che conseguenze può
avere tutto ciò sulle scelte elettorali alle prossime europee. Nonostante
l’assottigliamento della distanza tra le due opposte posizioni, l’intera vicenda
potrebbe portare un vantaggio maggiore ai partiti che si oppongono alla
permanenza del contingente. La posizione « no alla guerra » possiede infatti una
valenza mobilitante assai superiore a quella opposta. E, come anche le
consultazioni spagnole hanno dimostrato, la capacità di mobilitazione
costituisce uno degli elementi che più favoriscono il prevalere dell’una o
dell’altra coalizione. Il « no » alla guerra può far guadagnare voti alle
forze politiche in vista delle Europee I favorevoli alla missione prevalgono fra
i giovani e chi ha un titolo di studio più elevato
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