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marzo 20, 2004

La maggioranza rimane contraria all’intervento in Iraq ma il Paese è diviso


« Le truppe restino in Iraq »
Crescono i sì degli italiani

 

La maggioranza rimane contraria all’intervento ma il Paese è diviso
Meno indecisi, gli attacchi terroristici di Madrid spingono a scelte nette

 


di RENATO MANNHEIMER
La permanenza o meno della missione militare in Iraq continua a dividere l’opinione pubblica, in misura ancora più netta dopo gli attentati terroristici in Spagna. Nonostante questi ultimi e il conseguente accrescersi del timore di attacchi anche nel nostro Paese, il mutamento delle opinioni appare più rivolto verso la permanenza in Iraq delle truppe che verso il loro ritiro. Quella irachena è una delle questioni politiche più « sentite » dagli italiani, poiché evoca una tematica — la pace e la guerra — che ricopre da sempre un grande rilievo emotivo. Tanto che, anche in questa occasione e contrariamente a quanto si rileva di solito nei sondaggi, la percentuale di risposte « non so » è molto esigua. Secondo gli ultimi dati, la maggioranza relativa degli italiani rimane contraria — ma solo se la domanda viene posta senza ulteriori specifiche o ragionamenti — alla permanenza in Iraq del contingente.
È però più corretto dire che la posizione favorevole al ritiro delle truppe rappresenta grossomodo metà della popolazione, poiché la differenza tra le due opposte posizioni è sempre più modesta e ormai ai limiti del margine statistico di approssimazione. Come qualche mese fa, i favorevoli alla permanenza delle truppe sono di più tra chi possiede un titolo di studio più elevato. E tra le persone più giovani, con una punta massima tra i 25 ai 44 anni.
Al solito, le opzioni per il ritiro si accrescono progressivamente passando da chi si « sente » di destra a chi si posiziona a sinistra. Ma, a dimostrazione della relativa « trasversalità » della frattura di opinioni, anche tra gli elettori delle forze di opposizione mediamente il 30% si dichiara per il mantenimento in Iraq del contingente, così come tra i votanti per i partiti di governo una quota di poco inferiore è per il ritiro. Rispetto a novembre, il flusso più significativo di opinioni non proviene però tanto da chi ha una collocazione politica precisa, quanto da chi dichiara di « non sapere dire » il proprio orientamento ove si manifesta il massimo incremento di favorevoli alla permanenza in Iraq.
Ponendo però il quesito in modo più articolato e illustrando alcune possibili motivazioni per il ritiro o il mantenimento delle truppe, si ha conferma di un fenomeno già rilevato nel precedente sondaggio: la maggioranza relativa passa, stavolta con una differenziazione più significativa, ai favorevoli alla permanenza in Iraq. C’è insomma una sorta di duplicità di posizioni: quella di principio, che vede contraria, sebbene in misura sempre più risicata, la maggioranza degli italiani.
E quella « politica » , sul « che fare oggi » , che mostra invece una netta prevalenza dei favorevoli alla permanenza delle truppe. Appare anche significativo il fatto che in entrambi i campi, i favorevoli e i contrari, le motivazioni legate alla minaccia terroristica appaiono meno evocate di altre. In particolare, risulta assai poco seguita — anche tra i favorevoli al ritiro del truppe — l’argomentazione - spesso ripresa nei giorni scorsi in seguito alla dichiarazione, forse incauta, di un esponente « pacifista » - che il ritiro dall’Iraq sarebbe opportuno soprattutto per scongiurare attacchi terroristici nel nostro paese. Ciò non significa che la minaccia terroristica non sia fortemente sentita dagli italiani. Al contrario, il timore si è accresciuto proprio negli ultimi giorni.
Ma i dati mostrano come esso non costituisca uno degli argomenti principali addotti per sostenere l’opportunità di lasciare l’Iraq o di rimanervi.
Molti osservatori si domandano che conseguenze può avere tutto ciò sulle scelte elettorali alle prossime europee.
Nonostante l’assottigliamento della distanza tra le due opposte posizioni, l’intera vicenda potrebbe portare un vantaggio maggiore ai partiti che si oppongono alla permanenza del contingente. La posizione « no alla guerra » possiede infatti una valenza mobilitante assai superiore a quella opposta. E, come anche le consultazioni spagnole hanno dimostrato, la capacità di mobilitazione costituisce uno degli elementi che più favoriscono il prevalere dell’una o dell’altra coalizione.
Il « no » alla guerra può far guadagnare voti alle forze politiche in vista delle Europee I favorevoli alla missione prevalgono fra i giovani e chi ha un titolo di studio più elevato



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