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Al fondo del
dibattito, acceso, sulla scuola e il suo futuro assetto, fra gli attori politici
e gli osservatori di questo mondo, si coglie, talora esplicito, più spesso
accennato, un giudizio diffuso. Che il sistema dell´istruzione oggi sia di
qualità scadente. Che "per questo" debba essere riformato. In modo
sostanziale.
Lo stesso ministro
Letizia Moratti ha sostenuto, apertamente, che la scuola italiana «ha perduto
qualità». Non è di livello europeo. E, quanto alla lamentata riproduzione delle
disuguaglianze sociali, «peggio di così non può andare». C´è, inoltre, la
convinzione che la scuola e gli insegnanti - del settore pubblico in particolare
- oggi siano oggetto e causa di insoddisfazione. Soprattutto fra le componenti
maggiormente coinvolte: gli studenti e le loro famiglie. Da ciò la necessità di
rivoluzionare, più che riformare, l´intero percorso dell´istruzione.
Dall´infanzia all´età adulta. Di ciclo in ciclo. La didattica, la durata dei
cicli, l´età del passaggio tra le diverse fasi. E il vocabolario, come in ogni
rivoluzione che si rispetti. (La scuola dell´infanzia, invece di quella materna;
la scuola primaria invece delle elementari; la scuola secondaria di primo grado
invece delle medie, di secondo grado invece dei licei. Mentre l´università
affoga in una selva tre più due più uno più tre; fra lauree triennali,
specialistiche, master e dottorati... ). Da ciò l´imperativo a cambiare lo
statuto stesso del docente, a ogni livello. Perché ? è il retropensiero quasi
mai detto, ma sempre sussurrato ? la scuola non funziona. E il personale docente
ne è all´altezza (si fa per dire...). Questo processo di riforma, e il
(pre)concetto che lo accompagna, quasi come un "principio generale", non è
un´invenzione recente. Ha una storia lunga. Questa maggioranza, questo ministro
lo hanno solo perseguito con maggiore determinazione e con qualche accentuazione
ideologica, rispetto a prima. Va anche detto che l´esigenza di riformare il
sistema e la stessa professione docente non è infondata. Rispecchia le profonde
trasformazioni che hanno investito la società, il mercato del lavoro, i
meccanismi di elaborazione e di trasmissione del sapere. Tuttavia, è giusto fare
i conti con rappresentazioni reali e realistiche del contesto sul quale si
intende intervenire a fondo. Non con leggende, pregiudizi, dati per scontati e
inverificati. E per questo conviene prendere atto che la scuola e gli
insegnanti, soprattutto quelli impiegati nel settore pubblico, godono di grande
consenso, di grande fiducia fra i cittadini. In particolare fra gli studenti e
le loro famiglie. Lo chiarisce bene l´indagine condotta da Demos ed Eurisko.
Oltre il 60% dei cittadini, infatti, si dice soddisfatto della scuola, di ogni
grado. E gli insegnanti, categoria negletta, registrano una elevata reputazione
sociale. Nei loro confronti nutrono molta fiducia quasi sette italiani su dieci,
per quel che riguarda le scuole pubbliche. Mentre, per quel che riguarda le
scuole private, il gradimento scende a quattro italiani su dieci. Ma, a questo
proposito, il dato riflette anche un minor grado di consuetudine e di conoscenza
diretta. Gli insegnanti: vengono considerati preparati, capaci di gestire la
classe, disponibili nel rapporto con gli studenti (anche se meno nel dialogo con
i genitori). E, in generale, il maggiore riconoscimento, la maggiore fiducia,
giunge loro proprio dagli studenti più giovani.
Dunque, la scuola è fra i
servizi pubblici più apprezzati. Gli insegnanti, delle scuole pubbliche, sono
tra le figure più legittimate e riconosciute. In questo Paese, dove ciò che è
pubblico suscita normalmente ripulsa e rigetto. Per cui la scuola e gli
insegnanti costituiscono una risorsa importante, per saldare il legame difficile
fra i cittadini e lo Stato. Per costruire civismo. Invece, la leggenda del
nostro tempo li vuole tutti - scuola, insegnanti, servizio pubblico - scadenti e
privi di credito. A torto, evidentemente. Invece - indubbiamente - gli
insegnanti e il sistema scolastico vengono guardati con una certa pena. Con una
certa tristezza. Per le condizioni in cui versano. Perché gli italiani
interpretano i limiti della scuola, anzitutto, nella carenza di strumenti e
risorse. Perché gli insegnanti sono considerati una categoria pagata poco e
male. A ragione. Un percorso di riforma, qualsiasi percorso di riforma,
quindi, dovrebbe puntare, fra gli obiettivi primari, a ridurre lo squilibrio fra
reputazione e condizione sociale; fra ruolo e retribuzione. Troppo stridente,
oggi. D´altronde, come ha rilevato l´Osservatorio sul capitale sociale di Demos,
pubblicato su Repubblica qualche settimana fa, gli insegnanti sono fra le
professioni ritenute maggiormente in declino, in quanto a posizione
sociale.
Eppure, nella scala del prestigio continuano ad essere considerati
con rispetto. Non solo i professori universitari, a loro volta al centro di una
forte pressione riformatrice, che ne ha aumentato i carichi di lavoro, la
flessibilità (e, per i più giovani, la precarietà). Senza peraltro dotarli di
risorse coerenti con le nuove funzioni richieste. Ma anche i professori delle
scuole medie e superiori. E soprattutto i maestri. Le maestre. Gli insegnanti di
scuola elementare. Che hanno affrontato, negli ultimi vent´anni, cambiamenti
profondi dell´organizzazione didattica, sollecitati anche da ragioni di
necessità demografiche. Il calo della popolazione scolastica, infatti, ha
indotto ad allargare il numero dei maestri per classe e a operare in team. Con
esiti contrastanti, ma spesso innovativi e interessanti. E apprezzati. Come
dimostra questa indagine. Al punto che gli italiani attribuiscono ai maestri e
alle maestre un prestigio sociale pari agli imprenditori o ai liberi
professionisti. Un segno di stima, più che una misura della centralità, in
termini di reddito e potere. Parametri rispetto a cui gli insegnanti, tutti, si
posizionano molto più lateralmente. Il fatto è che, assai più degli imprenditori
e dei liberi professionisti, gli insegnanti svolgono un ruolo di interesse
"pubblico". Una persona su due, infatti, dichiara di avere in famiglia uno
studente. E agli insegnanti tocca il compito di comunicare, dialogare, fare
(appunto) da "maestri" alle generazioni giovanili. Affrontando fenomeni nuovi,
come l´integrazione dei figli degli immigrati. In tempi duri. Perché comunicare
è difficile, il mondo intorno è divenuto più largo, il futuro più corto e
indecifrabile. La scuola. Per gli adolescenti e per i giovani è luogo di
socialità. Relazioni. Amicizia. Ma anche di mobilitazione, visto l´estendersi
della protesta, dopo anni di silenzio. (E la protesta - civile - è un´occasione
importante; educa alla libertà, ai valori e alla socialità). Tutto questo è la
scuola. Ancora oggi. Nonostante la crisi di risorse, il disorientamento che
investe gli insegnanti, oltre agli studenti e alle famiglie. Riformarla è
giusto. E condiviso. Molte delle proposte avanzate dal governo registrano,
infatti, un ampio consenso sociale. Ed è giusto intervenire sulla professione e
sul ruolo degli insegnanti. Introdurre criteri di merito e di valutazione.
Approfondire la formazione. Rendere normale e ricorrente l´aggiornamento. Che
molti insegnanti, peraltro, affrontano autonomamente. Il problema è il modo,
l´approccio. Non si tratta di risanare un ambiente degradato. Un carrozzone
sgangherato. Né di restituire professionalità a figure disadattate. Nonostante i
problemi, la scuola e gli insegnanti (molti, se non tutti) offrono ancora un
servizio "pubblico" apprezzato. Per ricorrere al linguaggio del mercato (ancora
abusato, anche se sempre meno credibile): erogano prestazioni ampiamente
apprezzate dai consumatori. Che, incidentalmente, sono i cittadini. Le famiglie,
i giovani. Giusto, allora, riformare la scuola, la professione degli insegnanti.
Ma "insieme" a loro. Partendo dalla loro esperienza. Non senza di loro. Non
"contro" di loro.
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