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marzo 12, 2004
 Centrosinistra al 50%, Cdl sotto
L'espresso, 12.3.04 L'ULIVO FIORISCE A PRIMAVERA
Forza Italia in netto calo.
Listone in ascesa. I sondaggi assegnano al centro-sinistra il successo
alle europee. E tra Margherita e Ds sembra sfumare la temuta
rivalità di Edomono Berselli

Quelli della lista unitaria la
chiamano «rottura del pack». Il Polo si scongela, isole di consenso si staccano
ed escono in mare aperto, qualcuna va alla deriva fino a toccare il continente
el centro-sinistra. Non era mai accaduto in dieci anni di bipoiarismo. A leggere
l'ultimo sondaggio della Swg la dinamica è ormai percepibile. A destra precipita
Forza Italia, che oltretutto ottiene il suo risultato con un effetto Bancomat,
digitando il codice e svuotando il conto corrente degli alleati. Nel
centro-sinistra la lista unitaria si colloca un sospiro oltre la soglia
psicologica del 35 per cento; non si profila la temuta guerra fra Margherita e
Ds, nel senso che non si parla più di sorpassi: Fassino si muove a buona
andatura e Rutelli tiene, le gerarchie di grandezza non vengono sconvolte.
Semmai sorprende il risultato potenziale della lista Occhetto-Di Pietro, che
drena un po' di cattolici "radicali", raccoglie frange della sinistra
movimentista (e forse anche qualche traccia di destra giustizialista), al punto
da mettere un fermo alle ambizioni dì crescita di Rifondazione
comunista. Numeri. Pure astrazioni nel cielo della statistica. Figurazioni
angeliche della riscossa antiberlusconiana. Ma gli esperti della matematica
elettorale avvertono: non si tratta solo di uno svolazzo di cifre. Dietro le
curve e gli andamenti dei grafici c'è una realtà in movimento. Dati che
cambiano, si consolidano e si stratificano. E che mostrano come la situazione
politica sia in fase, se non tellurica, almeno bradisismica. Dice Piero Ignazi,
politologo: «Una rondine non fa primavera, ma la primavera scongela e scompone
il blocco sociale di destra, mostrando che gli interessi erano troppo
disomogenei per essere componibili, e che il messaggio mediatico-populista non
basta a tenere insieme gli opposti, il Nord e il Sud, l'impresa e il pubblico
impiego, i sussidiari e gli esposti alla concorrenza». Ammettiamo pure che
con un impegno eccezionale e una campagna tutta effetti speciali Silvio
Berlusconi riesca a recuperare l'ancora di "salvezza" del 25 per cento, il
limite su cui ha fissato la sua Ivlaginor. Resta il fatto che la quasi-tenuta di
Forza Italia sarebbe pagata in contanti da An e Udc. La svolta "antifascista" di
Fini sarebbe stata inutile sul piano elettorale, e la resistenza di Follini non
verrebbe premiata, con il rischio di finire sotto il livello-brivido dei 4 per
cento. La Lega dimostrerebbe una volta per tutte di essere un modesto nido sotto
l'ala di Forza Italia, che la tiene al caldo ma alla lunga la soffoca. Si
aprirebbero quindi scenari tutti da scoprire. Probabili faide al coltello, nei
corridoi della Casa. Senza escludere una sequenzadi straordinaria dinamicità
politica ed elettorale, con effetti o trasformismi inediti, passaggi di campo,
studio ossessivo di strategie del post-Berlusconi. Perché l'orizzonte è il
seguente. Le elezioni europee potrebbero sancire una vittoria in percentuale del
centro-sinistra sulla Casa delle libertà per 50 a 45. La valutazione è
prudenziale, ma gli esperti demoscopici sono piuttosto concordi nel valutare che
i dati di oggi sono assestati, che le tendenze appaiono verificate nel
medio-lungo periodo, e quindi è implausibile immaginare una riscossa rutilante
di Berlusconi. Anche Renato Mannheimer rileva che la spinta antipolitica dei
Cavaliere, sintetizzata dal "sono soldi rubati", nonché dalle invasioni
televisive e tecnico-tattiche sul Milan a due punte, «non ha portato finora a un
incremento dei consensi». Forza Italia può limare le perdite, ma il risultato
del 2001 sembra del tutto fuori portata. Ma a questo punto il problema
centrale riguarda il centro-sinistra. Le elezioni europee infatti possono
rappresentare una base di lancio per l'alternativa. Possono preludere anche a un
ridisegno della Casa delle libertà, di cui gli annunci a-partisan sul "metodo
repubblicano" di Giulio Tremonti e a ruota di Pier Ferdinando Casini
rappresentano lo sfondo operativo. La rottura del pack smuove territori che in
periferia ma non solo in periferia, presumibilmente, e non c'è solo il caso di
Paolo Citino Pomicino a dimostrarlo) avvertirebbero l'attrazione del "magnete"
costituito dalla lista prodiana, fosse pure soltanto in chiave di potere.
Dimostra che l'ascesa del Cavaliere era molto resistibile, e che la sua discesa
potrebbe essere irresistibile: nel bipolarismo imperfetto, il bandwaggoning,
ossia il salto in corsa sul carro dei vincitore, è la tentazione ineffabile di
tutti i futuri orfani. Per questo il congresso della Margherita di questo
fine settimana, giudicato inutile, una trovatina pubblicitaria di livello non
eccelso, costituisce in realtà un momento delicato e a suo modo cruciale per
risistemare i ruoli delle varie componenti del partito. Con Francesco Rutelli
confermato alla presidenza, e Franco Marini all'organizzazione, si assisterebbe
a una pacificazione delle tribù, lasciando tutto lo spazio alla gestione della
lista unitaria e del suo futuro, nonché alla ridefinizione del rapporto
strategico con i Ds. Il successo della lista Prodi non si rivelerebbe solo un
fattore di grande semplificazione, apprezzato dagli elettori, ma costituirebbe
anche un'entità politica in grado di assicurare la tonalità riformatrice
dell'Ulivo e del centro-sinistra allargato. Oltre il confine della lista
unitaria, infatti, la scena si movimenta, dato che non c'è più soltanto Fausto
Bertinotti a presidiare la linea dell'antagonismo: Occhetto e Di Pietro possono
anche fare da cerniera e da filtro. Per la prima volta dalla batosta del 2001,
"en attendane" Romano Prodi, per il centro-sinistra il pessimismo non sembra
più, a prima vista, una virtù.

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