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marzo 10, 2004

Il bunker di Arcore



di Pasquale Cascella

È il solo a perdere, sondaggi docent. E solo si riconsegna al passato della «discesa in campo», privando il centrodestra di quel respiro strategico che soffoca Casini e fa annaspare persino Tremonti. Equivale a una confessione di impotenza la reticenza mostrata, ieri, da Berlusconi di fronte alla circostanziata domanda di uno degli ascoltatori di «Radio anch’io» sul calo del centrodestra registrato dai sondaggi.
Tutti i sondaggi, compresi quelli commissionati in proprio e che guarda caso il premier non sbandiera più, danno Forza Italia perdente. Ma Forza Italia è Silvio Berlusconi, per cui lo smacco investe in pieno la sua leadership del governo e della maggioranza. Quello pubblicato ieri da “Il Corriere della sera”, per quanto edulcorato da un titolo, come dire, terzista, e dal ritegno del commento di Renato Mannheimer, segnala un ribaltamento assolutamente inedito del quadro bipolare, con l’opposizione che nel suo insieme sfonderebbe il muro del 50% tanto nel proporzionale, in cui è tradizionalmente penalizzata (per la precisione arriverebbe al 50,4%, contro il 45% della Casa delle libertà), quanto nel maggioritario, dove arriverebbe addirittura al 52,3% rispetto al 41,9% del centrodestra. Dati così clamorosi, evidentemente ben presenti a Berlusconi e al suo interlocutore, avrebbero dovuto indurre a un discorso di verità sulla contraddizione di una maggioranza numericamente senza eguali nella storia repubblicana (100 seggi in più) che non riesce più a cogliere le istanze e a rappresentare la maggioranza reale del paese. Il premier, invece, se ne è andato per la tangente, senza accorgersi che anche inseguendo il «vento che spira in tutta Europa» metteva a nudo l’incongruenza: se è vero che in Spagna i pronostici sono favorevoli alla conferma del centrodestra, mentre i sondaggi italiani penalizzano la maggioranza, vuol dire che non è la «responsabilità di governo», ma proprio il modo in cui questa viene esercitata a penalizzare la leadership italiana rispetto all’omologa al di là dei Pirenei.
Ma, come il gallo dei Vangeli, Berlusconi ha rinnegato la sua coalizione per la terza volta, vantando di aver recuperato con la chiusura della verifica una «grande compattezza». Non poteva non sapere, mentre negava sdegnosamente l’appartenenza agli «imbonitori di piazza», che già si smantellava la kermesse del «decennale della vittoria» a Roma, immaginata dal grande comunicatore come il suggello propagandistico della ritrovata concordia nel centrodestra. Quasi un mese dopo l’annuncio in pompa magna, l’evento è stato ufficialmente annullato per «motivi organizzativi». Che tanto insormontabili però non debbono essere se, sempre il 27 marzo, Forza Italia prevede di festeggiarsi da sola, come già per il monologo di Berlusconi nel decennale della discesa in campo. Questa volta lo spettacolo sarà allestito in quel di Palermo, dove il primato del partito del leader è fortemente insidiato, come ha testimoniato un altro sondaggio (offerto da “il foglio”) dagli scomodi alleati dell’Udc. Quelli, per intendersi, che non hanno dato affatto per conclusa la verifica. E, forse, si sarebbero mostrati anche refrattari a legittimare l’equivoco mostrandosi in piazza a braccetto con Umberto Bossi, alla stregua quantomeno del governatore del Lazio Francesco Storace, se non anche di altri esponenti di An. Fatto è che, al rischio di guastarsi la festa in compagnia, Berlusconi ha preferito esibirsi in solitudine per il proprio partito, chiudendosi in una leadership non più assoluta e, men che meno, incontrastata. Del resto, il sondaggio di Mannheimer segnala come Forza Italia si stia svenando, con un 22,5% ben al di sotto sia delle ultime elezioni europee sia delle politiche, non a danno, ma a vantaggio dei suoi stessi alleati. Il che rivela una crisi profonda, se non irreversibile, esattamente opposta alla rigenerazione coltivata dal leader pigliatutto con l’iperattivismo mediatico delle ultime settimane. La piega vittimista e populista di questa campagna (sul sistema che «non funziona», i politici che «rubano», l’evasione fiscale «giustificata», persino il Milan «a due punte») non ha minimamente scalfito la forza di attrattiva della lista unitaria di Prodi (accreditata del 34,4%, ben oltre la somma dei singoli partiti nella quota proporzionale delle ultime politiche), anzi accredita questa come la sola novità politica, trainante persino - al contrario del «freno» ipotizzato dal titolo del “Corriere” - del successo delle distinte identità alla sinistra dell’alleanza. Ma neppure la macchina da guerra berlusconiana riesce a schiacciare, all’interno dello stesso centrodestra, l’assillo di vie d’uscita non-partisan, per dirla con Giulio Tremonti, o moderate, come senza mezzi termini le definisce Pier Ferdinando Casini, dal muro contro muro teorizzato dal premier e dai suoi adulatori. A questo punto non più solo contro la minoranza parlamentare e le istituzioni, ma soprattutto contro la maggioranza del paese.


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