I dati sull’andamento dell’economia sono spesso contraddittori. A
statistiche e proiezioni positive sui trend in corso si contrappongono
frequentemente indicatori e conteggi che sembrano mostrare un quadro di segno
contrario. Molto più univoco è l’atteggiamento dei cittadini. Che si
caratterizza per una «negatività», spesso più accentuata di quanto non si rilevi
in altri Paesi europei. E che si connota anche per una più marcata
differenziazione tra la percezione soggettiva dell’andamento dell’economia e il
trend misurato dagli indicatori statistici ufficiali. Da noi, in altre parole,
il differenziale tra il dato «percepito» e quello «reale» risulta assai più
elevato che altrove. Naturalmente è difficile stabilire quale misura sia più
vicina a quella «vera», se sia più «giusto» il valore percepito o quello
indicato dalle statistiche ufficiali. Ma resta il fatto che il dato «percepito»
riveste una straordinaria importanza sul piano sociale e politico (e, per certi
versi, su quello economico). Per questo, riportiamo qui alcuni esempi della
percezione soggettiva di un campione rappresentativo di capifamiglia italiani. A
partire dal reddito. Poco meno di una famiglia su quattro dichiara che, nel
complesso, entrano grosso modo ogni mese 1000 euro. Un reddito così limitato si
trova in misura assai più frequente (33%) nei nuclei ove il capofamiglia ha più
di 65 anni. Si tratta in buona parte di famiglie costituite da una sola persona,
magari pensionata: ben il 40% dei nuclei con un solo componente dichiara di
guadagnare di meno di 1000 euro, a fronte di «solo» l’8% di famiglie con più di
quattro membri. Ma il sottogruppo in cui si trova più frequentemente un reddito
sotto i 1000 euro è rappresentato dai possessori di titoli di studio bassi
(licenza elementare o meno). Il livello di istruzione è, come si sa, un dato
correlato inversamente con l’età: ma esso risulta più rilevante di quest’ultima
nel comportare i livelli più bassi di reddito.
Un altro 26% dei capifamiglia
italiani afferma che l’introito mensile complessivo del proprio nucleo è tra
1000 e 1500 euro. Il profilo di questa categoria è simile a quello dei più
«poveri», con un reddito sotto i 1000 euro: anziani, pensionati, con basso
titolo di studio.
Nel complesso, dunque, in circa la metà delle famiglie
italiane entrano mensilmente, secondo le dichiarazioni dei capifamiglia, al
massimo 1500 euro. È naturalmente una percezione, in qualche misura imprecisa,
ma, come si è detto, molto rilevante sul piano sociale. Specie perché, secondo
gli intervistati, si tratta di un reddito insufficiente. Sembrerebbe un dato
scontato. È ovvio che tutti vogliano guadagnare di più. Ma la «ragionevolezza»
delle aspettative, il divario relativamente modesto tra il reddito «reale»
percepito e il guadagno mensile «sognato», fanno ritenere che l’insoddisfazione
si basi in larga misura su un disagio reale, forse sorto relativamente di
recente. Più del 42% (con un’accentuazione tra i 30-40 anni, nell’età in cui si
cerca di «fare carriera») vorrebbe un aumento di non più del 50% rispetto al
proprio reddito attuale. Un altro 33%, con frequenza maggiore tra i redditi più
bassi, vorrebbe guadagnare il doppio di quanto percepisce attualmente. Solo il
14% sogna di arricchirsi veramente, di incassare più del doppio di quanto
percepisce adesso. E c’è, infine, un «eroico» o semplicemente «fortunato» 12%
che afferma di disporre già ora di quanto serve per soddisfare tutte le proprie
esigenze. Va da sé che questa percentuale sale al crescere del reddito: nelle
famiglie che incassano ogni mese più di 2500 euro, quasi un terzo è
completamente appagato da quanto già percepisce. Ma questo genere di
soddisfazione si intensifica anche al crescere dell’età: anziani, pensionati,
vedovi si «accontentano» in misura maggiore di quello che hanno. Secondo la
maggioranza della popolazione, tuttavia, il reddito percepito è insufficiente.
Ciò che comporta, secondo i capifamiglia intervistati, una contrazione rispetto
al passato della possibilità di mettere via dei risparmi. L’80% dichiara di
risparmiare meno rispetto al passato. Meno di dieci mesi fa, nel maggio 2003, lo
affermava «solo» il 62%. È anche diminuita la misura della cifra risparmiata,
sia in valore assoluto, sia in percentuale rispetto al proprio reddito. Nel
complesso, dichiara di risparmiare qualcosa grosso modo un terzo degli italiani:
i restanti affermano di non riuscire a mettere da parte nulla.
Questi
andamenti dipendono anche dal «sentiment» sull’economia in generale. Che
continua a essere assai negativo. Con sensibili variazioni per età (più si è
anziani, più si è pessimisti) e per collocazione politica (gli elettori del
centrodestra sono tradizionalmente più ottimisti di quelli dell’opposizione).
Non sorprende, dunque, che solo un sesto degli italiani preveda un miglioramento
dell’economia in generale nei prossimi mesi e che meno ancora ritengano che la
propria situazione economica personale migliorerà di qui all’anno prossimo.
Non a caso, il Presidente Ciampi continua a insistere sulla necessità di
imprimere una vera e propria iniezione di fiducia nel futuro. È anche attraverso
quest’ultima che, forse, potremo trarre benefici dalla ripresa economica già in
corso altrove, ma non (ancora) «percepita» da noi.