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marzo 2, 2004 L'influenza della Chiesa e lo spostamento dei voti
PARLANO I SONDAGGISTI
Andrea Cangini
ROMA – A giudizio di alcuni tra i maggiori esperti di flussi elettorali, l'intemerata di Umberto Bossi contro il Vaticano non danneggerà il centrodestra. Non sarà per questo, insomma, che i cattolici orientati verso la Cdl sposteranno altrove i propri voti. Anche perché, come ha recentemente rivelato l'Eurisko, in Italia tutti si dicono cattolici, ma meno del 30% della popolazione è realmente osservante. Pertanto, il fatto che, come rende noto l'Eurispes, due italiani su tre abbiano fiducia nella Chiesa, conta poco. Le simpatie religiose, infatti, non incidono più sul comportamento elettorale. Senza contare che, per dirla col principe dei sondaggisti, Renato Mannheimer, «polemiche del genere non arrivano al grande pubblico: la gente, oggi, si interroga sul litigio sanremese tra Tony Renis e Simona Ventura, non certo sul senso delle accuse di Bossi». Il tutto, naturalmente, purché la polemica non diventi ossessiva e martellante, così come usa fare oggi. Ciò non toglie che l'invettiva bossiana risponda a un preciso calcolo elettorale. Ovvero, come spiega l'esperto di marketing politico Luigi Crespi, quello di «imporre la propria immagine». Per strano che possa apparire, infatti, l'elettorato d'opinione (quello, cioè, più volubile) tende a votare il politico che più cavalca la scena, indipendentemente dal merito delle sue posizioni. Vale, insomma, quel che diceva Mac Luhan a proposito della televisione: «Il mezzo è il messaggio». Bossi, dunque, come sostiene Mannheimer, attacca la Chiesa «solo perché, più dei suoi alleati, sotto elezioni ha un disperato bisogno di distinguersi». Sollevare polemiche, alzare la voce. E il fatto che il suo elettorato sia prevalentemente composto da cattolici, conta poco. Per loro, l'elemento identificativo non è la fede, ma la “norditudine”. In sintesi: se la Chiesa apre la strada agli immigrati e la chiude alla devolution, quelli, davanti all'urna elettorale, si dimenticano anche d'esser cristiani. Non solo, secondo Crespi «la retorica della Chiesa arricchita piace anche ai cattolici». I quali, oggi, diffidano delle gerarchie vaticane. Di più, «le identificano con l'immagine del vescovo grasso di cibo, un po' affarista e magari anche pedofilo». Attaccare la Chiesa, dunque, si può. Ma è un errore confondere il Papa con i vescovi. Secondo Crespi, infatti, «Giovanni Paolo II è l'uomo più amato e rispettato del momento e nell'immaginario collettivo è già santo: prenderlo di punta è un suicidio». Bossi, insomma, farebbe bene a correggere il tiro. Ma non certo per timore che il Vaticano orienti altrove i voti dei fedeli. Dice infatti Mannheimer che «la Chiesa potrebbe spostare molti voti ancora oggi, ma non lo fa più». Il patron dell'Ispo basa il proprio giudizio sulle tesi del sociologo Ilvo Diamanti: uno dei maggiori studiosi italiani della Chiesa così come della Lega. E' stato lui il primo a sostenere che il peso elettorale di Bossi è proporzionale all'intensità delle sue polemiche. Ed è stato lui a scrivere che «a differenza del passato, la “questione cattolica” non propone più un modello di relazioni con le forze politiche lineare e coerente». Con la fine del comunismo, della Prima Repubblica e della Dc, infatti, la Chiesa s'è fatta trasversale e trasversalmente sostiene non più un partito, ma una serie di provvedimenti. Basti l'esempio della fecondazione assistita. Conclude Diamanti: «La Chiesa sembra in grado di spostare i voti dei parlamentari più di quelli degli elettori».
(martedì 2 marzo 2004)

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