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 ISTITUTI DI SONDAGGIO

 ISAE: Clima di fiducia dei consumatori
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marzo 1, 2004

CENSIS
- Il Rapporto Annuale 2003XXXVII Rapporto sulla situazione sociale del paese 20035 Dicembre 2003
(pp. 1 - 77 del volume)
La numerazione delle tabelle e delle tavole riproduce quella del testo integrale La selettività dei comportamenti di consumo Con il tasso di inflazione in aumento e la spesa delle famiglie italiane in netto calo si chiude il 2003. I prezzi di alcuni generi alimentari sono aumentati di oltre il 15% (acqua minerale, pasta e zucchero, solo per fare pochi esempi) e le tariffe dei trasporti pubblici locali hanno subito aumenti superiori al 20%. Contestualmente l'Istat rileva dal 2000 una crescita sempre più esigua del reddito delle famiglie (solo lo 0,6% in più nel 2002) il cui potere di acquisto è eroso dall'aumento dei prezzi. I dati ufficiali sono chiari: i consumi sono in una fase di temporaneo declino manifestatosi già prima del changeover tra la lira e l'euro. E' dalla fine degli anni 90 che la spesa delle famiglie non è una componente trainante della crescita del sistema economico. L'82,4% dei consumatori considera sostanzialmente inefficaci o inesistenti le azioni messe in atto dalle autorità pubbliche - che dovrebbero presidiare il corretto funzionamento del mercato - per contrastare l'aumento dei prezzi dell'ultimo anno. Egualmente, il 30,3% del medesimo campione esprime molte perplessità sui controlli e sulla sicurezza dei prodotti alimentari offerti dal sistema distributivo, mentre il 54,7% si dichiara abbastanza sicuro, lasciando però intravedere qualche perplessità (fig. 2). Emerge una sorta di solitudine del consumatore.  Si assiste al deterioramento del clima di fiducia delle famiglie, passato da un valore dell'indice Isae a gennaio 2002 di 124 all'attuale 105,5, ma continuano ad aumentare le spese per i prodotti più innovativi, per le tecnologie d'uso domestico e per i servizi legati al tempo libero, al leisure e alla sfera del buon vivere. La liquidità in possesso delle famiglie resta ormai congelata, incapace di trasformarsi in linfa rivitalizzante dei circuiti economici; eppure contemporaneamente aumenta il ricorso al credito al consumo, che dovrebbe, invece, perdere parte della propria utilità data l'attuale ampia disponibilità di mezzi liquidi (tav. 1). Tav. 1 - Segnali contrastanti dal sistema dei consumi Scenari grigi con possibilità di recupero | Dagli inizi del 2002 il clima di fiducia dei consumatori italiani ha registrato un progressivo deterioramento: il relativo indice ISAE è passato da un valore di 124 nel gennaio 2002 ad un valore di 105,5 a metà del 2003. Peggiorano in modo costante le opinioni sul quadro economico generale del Paese. Nel corso della seconda metà del 2003 si intensificano le previsioni di acquisto di beni durevoli. | Cresce il ricorso al credito consumo in un contesto di raffreddamento delle spese | E' cresciuto del 5,9% il volume del credito al consumo nel 2002 rispetto all'anno precedente, per un valore complessivo di crediti erogati pari a 29 miliardi di euro. Positivo l'andamento anche nei primi sei mesi del 2003, con prestiti pari a 17,4 miliardi di euro e un incremento quasi del 19% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Le operazioni maggiormente finanziate sono quelle riguardanti l'acquisto di elettrodomestici, motocicli e autovetture. | La "bolla" della liquidità delle famiglie | Le performance poco brillanti dei principali mercati borsistici e le incertezze sul quadro economico generale spingono le famiglie a mantenere elevato il possesso di strumenti liquidi o facilmente liquidabili. Tra il 2000 e il 2002 le consistenze dei depositi bancari a vista sono aumentate del 12% e quelle in titoli obbligazionari sono incrementate del 21%. | Elementi di vivacità in una fase di declino temporaneo | A fronte di una riduzione dei consumi interni delle famiglie in Italia dello 0,1%, tra il 2002 e il 2001, si rivelano ancora in crescita le spese per apparecchi Tv, computer e Hi-Fi (+2,3%), di servizi per la comunicazione (+3,9%), viaggi e attività ricreative (+0,7%). Nel primo semestre del 2003 crescono dello 0,3% le spese delle famiglie per beni durevoli rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Aumenta in modo rilevante la spesa per immobili: si stima che nei primi cinque mesi del 2003 il numero di famiglie acquirenti sia aumentato del 31% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. |
Fonte: elaborazione Censis su dati Isae, Assofin, Banca d'Italia, Istat, Monitor Immobiliare Non mancano, tuttavia, segnali di vivacità, apparentemente incoerenti con la grave stagnazione dei consumi: ancora nel 2002 la spesa delle famiglie per apparecchi televisivi, Hi-Fi e computer è aumentata del 2,3%, quelle per le comunicazioni quasi del 4% e quelle per viaggi e tempo libero di un più modesto 0,7%. Anche nella prima metà del 2003 la spesa per i beni durevoli è aumentata dello 0,3%. Gli ultimi anni sono stati caratterizzati inoltre dalla crescita quasi esponenziale delle spese per l'acquisto di abitazioni: solo nei primi cinque mesi del 2003 il Censis stima che le famiglie acquirenti di immobili siano aumentate del 31% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, così come è aumentato in modo rilevante il ricorso ai mutui per la casa. In una fase declinante dei consumi, di recessione più o meno evidente e di pessimismo si spende con una forte selettività. Da cinque anni si assiste a un'evidente ricomposizione del portafoglio delle attività finanziarie delle famiglie, con la perdita crescente di peso degli investimenti più rischiosi e il parallelo incremento dell'incidenza di circolante e di strumenti facilmente liquidabili. Nel 1999 il circolante rappresentava poco più del 25% del risparmio finanziario delle famiglie; attualmente esso si avvicina al 29% e, egualmente, i titoli a reddito fisso, che costituivano nel 1999 il 17% del portafoglio, attualmente rappresentano quasi il 21% (fig. 3). )La famiglia italiana a più bassa liquidità, non rinuncia al consumo, ma si indebita tanto che nel 2002 il volume del credito al consumo è cresciuto quasi del 6% e nella prima metà del 2003, l'incremento è stato del 19% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. I prestiti sono richiesti per lo più per l'acquisto di elettrodomestici, autovetture e motocicli. La spaesata trasgressione degli adolescenti Svogliati a scuola, senza riferimenti e modelli etici, persi nella cultura dell'eccesso e della trasgressione. I dati disponibili sugli adolescenti italiani ci descrivono una situazione con luci ed ombre: - aumenta, negli ultimi anni, il consumo di alcolici fuori pasto: in particolare, tra i diciotto-diciannovenni si passa dal 22,9% del 1994, al 35,5% del 2001; il consumo di liquori in un triennio è aumentato di quattro punti percentuali, dal 26,9% del 1999 al 31,1% del 2001. Pur con intensità nettamente inferiori, gli stessi andamenti sono diffusi tra i giovanissimi: i 15-17enni che dichiarano di consumare alcolici fuori pasto passano dal 12,8% del 1994 al 18,8% del 2001; sempre nel 2001, ha avuto occasione di bere liquori il 13,4% del totale (tab. 1); la percezione del rischio in merito all'alcol non sembra, in effetti, essersi allentata negli ultimi anni: si passa dal 18% del 1999 al 25% del 2002 di adolescenti che non disapprovano ubriacarsi una volta alla settimana; - tende invece a diminuire il consumo di tabacco (dal 70,4% del 99 al 68,1% del 2002, di ragazzi che hanno fumato almeno una volta) e diminuisce l'accondiscendenza verso chi fuma. Non disapprova fumare sigarette occasionalmente il 72% dei teenager del 2002, rispetto al 78% del 1999 (tab. 2). Si consideri che i dati Istat al 2001 indicano un 7,5% di fumatori abituali tra gli adolescenti, contro una media della popolazione pari al 23,8%; - il consumo di droghe leggere, almeno negli ultimi anni sembra invece essere stazionario, anche se circa un adolescente su 3 ha fatto uso almeno una volta di cannabinoidi, ed una pari quota non disapprova fumare cannabis occasionalmente; di contro, aumenta in maniera significativa, passando dal 12% del '99 al 16% del 2002, la quota di coloro che non disapprovano fumare cannabis regolarmente. - il consumo di droghe più pesanti rimane su livelli complessivamente stabili, nel periodo 1999-2002, con alcune oscillazioni dettate dalle mode e dalle dinamiche di mercato: diminuisce il consumo di ecstasy e pasticche in genere, come dell'lsd ma aumenta il consumo di cocaina e di crack. Tab. 1 - Evoluzione del consumo di liquori ed alcolici fuori pasto tra gli adolescenti (val. % sul totale della classe d'età) Consumo | Fasce d'età - 1994 | Fasce d'età - 1999 | Fasce d'età - 2001 | - | 14 | 15-17 | 18-19 | pop +14 | 14 | 15-17 | 18-19 | pop +14 | 14 | 15-17 | 18-19 | pop +14 | Alcolici fuori pasto | 4,0 | 12,8 | 22,9 | 22,4 | 5,7 | 18,6 | 32,7 | 23,5 | 5,6 | 18,8 | 35,5 | 25,0 | Liquori | - | - | - | - | 4,7 | 12,1 | 26,9 | 24,8 | 2,7 | 13,4 | 31,1 | 26,1 |
Fonte: elaborazioni Censis su dati Istat Tab. 2 - Adolescenti 15-19 anni e droghe: uso e percezione del rischio (val. % sul totale) - | 1999 | 2002 | Non disapprova: | - | - | - fumare sigarette occasionalmente | 78 | 72 | - ubriarcarsi 1 volta alla settimana | 18 | 25 | - fumare cannabis occasionalmente | 33 | 34 | - fumare cannabis regolarmente | 12 | 16 | Ha usato almeno una volta: | - | - | - alcolici | 86,5 | 89,0 | - tabacco | 70,4 | 68,1 | - alcolici fino ad ubriacarsi | 52,7 | 54,6 | - cannabinoidi | 33,3 | 33,5 | - alcol e cannabinoidi | 32,0 | 21,6 | - ecstasy | 3,1 | 2,7 | - alcool e pasticche | 3,9 | 2,4 | - lsd | 3,4 | 2,3 | - cocaina | 4,8 | 5,1 | - crack | 0,7 | 1,4 |
Fonte: elaborazione Censis su dati indagini Espad La crescita degli immigrati non subalterni Il 2003 passerà alla storia come l'anno in cui, grazie alla regolarizzazione di circa 700.000 lavoratori extracomunitari, la quota di stranieri sulla popolazione italiana ha raggiunto circa il 5%, avvicinando l'Italia ai paesi europei di più vecchia immigrazione. Ma quest'anno è anche quello in cui si vanno affermando, con una forza sempre maggiore, fenomeni di acquisizione di potere proprio da parte degli immigrati, nel lavoro come nei consumi, nell'informazione come nella rappresentanza, che contrastano fortemente con la visione stereotipa comunicata dai media dell'immigrato come povero, emarginato, disagiato. I dati Inail testimoniano di un aumento delle assunzioni che nell'ottobre 2003 rappresentano il 15,7% del totale (nel 2001 erano il 9,9%); mentre Unioncamere prevede che almeno 149.579 nuove assunzioni nelle imprese, il 22,2% del totale, riguarderanno personale immigrato(tav. 2). Tav. 2 - L'affermazione degli immigrati sul mercato del lavoro(val. %) Fenomeni | - | Crescono gli occupati | - Gli immigrati assunti e regolarmente denunciati all'Inail sono passati da 505.906 nel 2001 (il 9,9% del totale) a 780.349 ad ottobre 2003 (il 15,5% del totale) | - | - Si prevede che nel 2003 almeno 149.579 nuove assunzioni, il 22,2% del totale abbiano riguardato gli immigrati | Aumentano i livelli di qualificazione richiesta | - Nel 2003 si prevede che vi sia stata una richiesta di 3.860 nuovi posti di lavoro per immigrati in aziende che offrono servizi avanzati, 2.066 posti in aziende di informatica e telecomunicazioni, 489 posti in servizi di istruzione e formazione, 6.974 posti in sanità e servizi privati | Si afferma l'imprenditoria etnica | - Nel 2002 i titolari di impresa nati all'estero risultano 125.461, nel 2000 erano 85.049 (+47,5%) | - | - Il 67% degli imprenditori immigrati ha aumentato in maniera significativa il proprio fatturato nel corso del 2002 e l'87% non si sente discriminato o svantaggiato rispetto agli italiani | Gli imprenditori immigrati assumono personale italiano | - Nelle imprese artigiane con titolare straniero gli italiani rappresentano il 29% dei dipendenti |
Fonte: elaborazione Censis su dati Inail, Unioncamere, Infocamere, Confartigianato Si evidenzia l'ingresso degli immigrati in settori quali i servizi avanzati alle imprese (ove nel 2003 si contano almeno 3.860 nuovi posti di lavoro, pari al 14,1% del totale); quelli di informatica e telecomunicazioni (2.066 posti, il 10,8% del totale); i servizi di istruzione e formativi (489 posti, il 14,1% del totale); la sanità e i servizi privati (6.974, il 28% del totale). Ma non è solo il lavoro dipendente a crescere; aumentano anche le cosiddette imprese etniche, ovvero le aziende di imprenditori immigrati: i dati prodotti da Infocamere e basati sui Registri Imprese delle Camere di Commercio e Artigianato segnalano l'esistenza di 125.461 titolari di impresa nati all'estero, pari al 3,6% del totale. Tra le regioni italiane è la Lombardia ad avere la quota più consistente di imprenditori stranieri (il 17,5% del totale) seguita dalla Toscana (10,7%) e dall'Emilia Romagna (9,1%); mentre i settori ove si contano un maggior numero di imprese sono il commercio (ben il 43,1% del totale), le costruzioni (21,1%) e le attività manifatturiere (14,1% del totale). Va evidenziato il trend di crescita che caratterizza il segmento dell'imprenditoria immigrata: dal 2000 al 2002 il totale delle imprese è passato da 85.049 a 125.461 (+47,5%); un valore che è ancora più eclatante se solo si pensa che, nello stesso periodo, il totale delle imprese registrate è passato da 3.437.658 a 3.477.124 con una crescita dell'1,1%. Un altro fenomeno significativo è quello della presenza di dipendenti italiani, che rappresentano il 29% dell'occupazione prodotta. Dunque non più imprese familiari o comunque di connazionali, ma imprese in cui il capo-azienda è immigrato e ha lavoratori italiani alle proprie dipendenze. E imprese che funzionano, visto che il 67% degli imprenditori immigrati ha aumentato in maniera significativa il fatturato nel corso del 2002 e l'87% non si sente svantaggiato o discriminato rispetto ad un'azienda gestita da imprenditori italiani. Una recente indagine del Censis condotta su di un campione di immigrati rivela come l'84,3% di essi possieda un telefono cellulare (più della media italiana che è del 79,6%), circa l'80% ha un televisore; il 26,8% ha il videoregistratore; il 15% un personal computer e il 10,4% la tv satellitare; in un mercato che, a differenza di quello autoctono, è ancora lontano dall'essere saturo (tab. 5). Tab. 5 - Immigrati e mercato dei consumi (val. %) | | | Possessori di: | Immigrati | Media Italia | | | | | | | Telefono cellulare | 84,3 | 79,6 | Personal computer | 15,0 | 56,3 | Televisore | 79,8 | 97,6 | Videoregistratore | 26,8 | 73,1 | Dvd | 5,1 | 17,5 | Tv satellitare | 10,4 | 22,0 | | | |
Fonte: indagini Censis, 2003 L'estate oscura degli anziani Nel corso dell'estate del 2003 circa 2,5 milioni di anziani hanno avuto problemi di salute legati al caldo, di questi almeno 1,4 milioni hanno dovuto fare ricorso al medico e circa 280 mila al ricovero ospedaliero, mentre per il periodo dal 16 luglio al 31 agosto sono oltre 7.600 i morti in più stimati rispetto all'anno precedente, con un incremento più forte tra le persone di 75 anni e più. Sono questi gli esiti della canicola estiva che ha dato visibilità ad un tessuto diffuso e solitamente sommerso di neofragilità tra gli anziani. Da una indagine del Censis è emerso che il 62,7% delle persone con almeno 65 anni ritiene che si diventi anziani con la perdita dell'autosufficienza e il 40,7% pone al vertice delle proprie paure l'insorgere di una malattia invalidante (seguita dalla paura della morte citata dal 17,8% degli anziani). In tale ottica, la terza età non è più una dimensione univoca, ma una realtà fortemente differenziata con confini incerti, soggettivi e non prevedibili legati all'evoluzione dello stato di salute e del connesso grado di autonomia individuale. Si consideri come permanga una quota, attualmente quasi il 20% delle famiglie anziane, che dichiara condizioni reddituali di povertà. Circa il 23% delle famiglie anziane non è proprietario di alcun immobile e il 40% circa delle persone con 75 anni e più vive solo, mentre sono circa 500 mila gli over 64 anni che in caso di necessità non hanno nessuno al quali rivolgersi. Attualmente è possibile stimare in circa 1,7 milioni le persone di 65 anni e oltre sostanzialmente non autosufficienti e, inoltre, nel 58% delle famiglie in cui vivono, dopo l'insorgere della loro malattia invalidante, si sono registrati mutamenti rilevanti nella vita affettiva, in quella professionale, nella situazione economica. Conferma dell'incapacità della società di elaborare una cultura dell'accettazione della crescente presenza degli anziani proviene anche dai dati che evidenziano come secondo più del 62% degli italiani, rispetto a 30 anni fa, nel nostro Paese c'è minore rispetto per gli anziani, per il 14,2% non ci sono stati mutamenti sostanziali ed il 16,2%, invece, è convinto che ci sia oggi maggiore rispetto per gli anziani. Si consideri, infine, che circa il 31% degli anziani dichiara di non essere felice, e la percentuale aumenta al crescere dell'età poiché si passa dal 21% tra i 65-69enni al 26,3% tra i 70-74enni, al 32,3% tra i 75-79enni al 39,6% tra gli 80-84enni fino al 46% tra le persone di 85 anni e più (tab. 10). Tab. 10 - Anziani che si dichiarano felici o infelici della propria vita, per età (val. %) - | Età | | - | 65-69 anni | 70-74 anni | 75-79 anni | 80-84 anni | 85 anni e oltre | Totale | Felice | 77,1 | 71,5 | 63,9 | 56,0 | 46,5 | 65,9 | Non felice | 21,0 | 26,3 | 32,3 | 39,6 | 46,0 | 30,7 | Non so | 1,9 | 2,2 | 3,8 | 4,4 | 7,5 | 3,4 | Totale | 100,0 | 100,0 | 100,0 | 100,0 | 100,0 | 100,0 |
Fonte: indagine Censis, 2003 Tutti contro tutti I soggetti nella società sono alla ricerca di nuovi livelli e piani di ricomposizione dell'individualismo, che ha segnato le vicende collettive negli ultimi dieci anni. Alcuni indicatori possono dare un'idea chiara del fenomeno, partendo proprio dallo strumento di conflittualità sociale (con possibili e frequenti effetti politici) per eccellenza, ossia lo sciopero. Nel quadriennio '98-'02, è cresciuta non tanto la conflittualità legata al rapporto di lavoro, quanto quella esterna ad esso, alimentata da motivazioni di tipo politico. Bastano i numeri assoluti per dare un'idea di questa tendenza all'acutizzarsi dello scontro: nel 1998 le ore perse per scioperi estranei al rapporto di lavoro sono state 256, nel 2002 sono state 27.921 (tab. 11). Si è trattato soprattutto di ore perse per scioperi generali, non solo di livello nazionale (sull'occupazione e contro la guerra), ma anche di diverse manifestazioni di livello provinciale. Tab. 11 - Ore di lavoro perdute, in base alla causa del conflitto. Anni 1998-2000-2002 (v.a. in migliaia e var. %) - | valori assoluti in migliaia | var. % | - | 1998 | 2000 | 2002 | 1998/2002 | 2000/2002 | Conflitti originati dal rapporto di lavoro: | - | - | - | - | - | - rinnovo contratto di lavoro | 542 | 1.362 | 2.153 | 297,2 | 31,9 | - rivendicazioni salariali | 238 | 160 | 83 | -65,1 | -48,1 | - rivend. economico normative | 1.192 | 3.005 | 1.344 | 12,8 | -55,3 | - licenz. e sospensione operai | 776 | 503 | 744 | -4,1 | 47,9 | - solidarietà | 110 | 60 | 538 | 389,1 | 796,7 | - altre cause | 948 | 753 | 1.242 | 31,0 | 64,9 | - totale | 3.807 | 6.113 | 6.104 | 60,3 | -0,1 | Conflitti estranei al rapporto di lavoro | 256 | 76 | 27.921 | 10.806,6 | 36.638,2 | Totale | 4.063 | 6.189 | 34.026 | 737,5 | 449,8 |
Fonte: elaborazione Censis su dati Istat Spostandoci sul piano dello scenario politico, il fenomeno dei radicalismi è ancora più evidente. Compiendo un'analisi degli avvenimenti e delle vicende che hanno caratterizzato la scena politica dell'ultimo anno, nel periodo gennaio-settembre, attraverso due dei principali quotidiani nazionali, il "Corriere della Sera" e "La Repubblica", appare evidente una accentuazione dei toni che in molti casi rivela la sostanza di una forte radicalizzazione del confronto, o per meglio dire, dello scontro politico. Nell'ultimo anno, si possono contare 442 articoli, con una media di 1,6 articoli al giorno, in cui la strategia prevalente sul piano della dialettica politica è stata quella della delegittimazione dell'avversario, mediante pesanti affermazioni verbali che hanno trovato poi spazio sugli organi di informazione e hanno fatto così il loro ingresso nel dibattito pubblico, sia a livello nazionale (76%), sia a livello locale (10%). Aggressioni verbali (45%), querele (9,7%), indagini e inchieste giudiziarie (7,4%) fanno dunque, ormai parte pienamente della stampa che si sviluppa sul panorama politico. L'economia crea nuovi comportamenti sociali Nel corso del 2003 sono stati varati alcuni provvedimenti dirompenti per le consuetudini nazionali che hanno, di fatto, avviato una rinnovata impostazione dei rapporti di reciprocità tra forze ed esigenze economiche, da un lato, e comportamenti collettivi ed individuali, dall'altro. I due fenomeni più rilevanti sono quelli della socializzazione del rischio stradale e dei danni del fumo, coordinate innovative che sotto l'impulso di precise esigenze economiche di cassa stanno profondamente mutando i comportamenti della società. I numeri in gioco sono notevoli (tav. 4): il fenomeno dell'incidentalità ha ormai acquisito in Italia, proporzioni insopportabili, comportando livelli di costo sociale che insistono sulle finanze pubbliche o comunque collettive con percentuali che si aggirano nell'ordine degli oltre 12 miliardi di euro annui. Tav. 4 - La socializzazione del rischio stradale I dati di partenza | Il costo sociale | L'azione coercitiva | I primi risultati | - negli anni dal 1993 al 2000 gli spostamenti con mezzo privato sono aumentati dall'84% all'86,8%;
- nella UE nel 2000 gli incidenti stradali sono stati circa 1.327.000 con oltre 40.000 morti;
- in Italia ogni anno si registrano circa 6.500 morti (7.500 secondo le statistiche sanitarie) e 300.000 feriti in oltre 200.000 incidenti;
- gli incidenti stradali sono la prima causa di morte per bambini e giovani fino ai 29 anni di età;
- in media gli "incidenti del sabato sera" contano una decina di morti e circa 350 feriti a settimana, con un tasso di pericolosità intorno ai 7-8 morti ogni 100 incidenti.
| - il costo sociale dell'incidentalità stradale nella Ue è stimato in oltre 75 miliardi di euro all'anno;
- in Italia il costo sociale dell'incidentalità stradale è stimato pari ad oltre 12 miliardi di euro all'anno, di cui circa il 37,5% per danni alle cose, circa il 40% per assistenza sanitaria e il restante 22,5% come costo sociale complessivo dei decessi;
- secondo alcune stime se in Italia si passasse dal 25-30% di utilizzo delle cinture di sicurezza alla media europea dell'80% si eviterebbero ogni anno oltre 2.000 morti.
| - con la Circolare 1.07.03 diramata dal Ministero dell'Interno in materia di D.L. 15.01.02 come modificato dal D.L. 27.06.03 è stata disciplinata la Patente a punti, entrata in vigore dal 30 giugno 2003, entrando in vigore l'articolo 126-bis del Codice della strada;
- a partire dal 1 gennaio 2004 dovrebbero entrare in vigore gli obblighi riguardanti l'equipaggiamento dei veicoli con giubbotti catarifrangenti;
- dal gennaio 2004 scatterà l'obbligo dell'attestato di guida (patentino) per i motocicli e le piccole macchine che possono essere guidate al di sotto dei 18 anni di età;
- è in preparazione l'estensione del regolamento a punti anche per il patentino dei ciclomotori.
| - nelle prime due settimane di luglio 2003, rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, si è registrata una flessione del 23% del numero degli incidenti, del 21% dei feriti e del 61% dei decessi;
- dal 1 luglio al 31 agosto 2003 gli incidenti stradali sono diminuiti da 36.115 a 28.003
(-22,7%, e gli incidenti stradali mortali -15,4%) con un risultato di oltre 200 vittime in meno (-22.8%); - dal 1 luglio al 28 agosto 2003 le multe con l'autovelox sono aumentate dell'83,8%, quelle per uso del telefonino al volante del 194%;
- al 1 settembre 2003 erano in partenza oltre 1.400 comunicazioni ad altrettanti automobilisti relativamente al "taglio" dei loro punti patente;
- l'introduzione della patente a punti potrà consentire un risparmio di circa 2 miliardi di euro all'anno.
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Fonte: elaborazione Censis su fonti varie, 2003 Di conseguenza l'introduzione della patente a punti, insiste su meccanismi comportamentali di radicale mutamento che stanno già apportando i loro primi indiscussi frutti: si stima, infatti, che nei primi due mesi di attuazione dei provvedimenti si sia già potuto riscontrare un calo superiore al 20% sia nella dimensione degli incidenti che in quella più scottante delle vittime. Con una "molla" finanziaria che consentirà, secondo prevedibili esiti, di ridurre di circa due miliardi di euro all'anno il costo per la collettività. Anche il secondo fenomeno, quello della socializzazione dei danni del fumo, non appare di diverso segno (tav. 5). Nel corso del 2003 la campagna antifumo ha condotto a rimodulare completamente gli assetti pubblicitari di impacchettamento delle sigarette. Tav. 5 - La socializzazione dei danni del fumo I dati di partenza | Il costo sociale | L'azione coercitiva | I primi risultati | - circa un terzo della popolazione mondiale pratica l'abitudine al fumo. Circa 5.600 miliardi di sigarette sono vendute ogni anno nel mondo;
- le multinazionali del tabacco spendono ogni anno oltre quattro miliardi di dollari in pubblicità; di questi circa 300-400 milioni di dollari sono destinati alle sponsorizzazioni della Formula Uno;
- con oltre 100 milioni di kg di tabacchi lavorati venduti l'Italia si conferma il secondo più grande mercato nell'UE dopo la Germania e prima di Francia e Spagna;
- il fumo attivo è responsabile del 15-20% di tutti i decessi, del 90% dei decessi per carcinoma polmonare, del 35% dei tumori, del 25% dei decessi per infarto del miocardio;
- in Italia la percentuale di fumatori di sigarette si attesta intorno al 29% della popolazione adulta, tra i livelli più alti in Europa;
- è in crescita il trend di fumatori tra le donne;
- i giovani fumatori di 15-24 anni fumano in media 11 sigarette al giorno.
| - recenti indagini hanno stimato il costo sanitario complessivo annuale del tabagismo in Italia pari a circa 8 miliardi di euro, il costo sociale pari a circa 26 miliardi di euro;
- gli introiti sul Monopolio del tabacco ammontano a circa 8 miliardi di euro (il 74,5% sul costo delle sigarette);
- la spesa ospedaliera complessiva per il trattamento delle patologie correlate al tabacco stimata per il 1997 ammontava a oltre un miliardo di euro. Il costo totale compreso il trattamento ambulatoriale e quello farmaceutico è stato stimato in complessivi 1,3 miliardi di euro; la perdita di produttività complessiva riconducibile al tabagismo è stata valutata in circa 30 milioni di euro.
| - dal 31 dicembre 2002 i produttori e gli importatori dei prodotti da fumo sono tenuti a fornire annualmente alle autorità competenti informazioni e motivazioni sulle sostanze utilizzate e sui loro effetti sulla salute;
- dal 1 ottobre 2003 la dimensione delle etichette di avvertenza sui pacchetti di sigarette è stata incrementata dal 5% al 30% sul fronte e al 40% sul retro;
- l'utilizzo di termini identificativi quali "low tar", "light" o "mild" è proibito dal 30 settembre 2003;
- dal 1 gennaio 2003 sono aumentate le sanzioni per chi trasgredisce il divieto di fumare nei locali dove vige il divieto. Sono state inasprite anche le sanzioni nei confronti di chi non appone gli appositi cartelli "vietato fumare" oppure non fa rispettare il divieto.
| - il mercato dei consumi si è progressivamente indirizzato verso prodotti con minore contenuto di condensato e nicotina;
- nella fascia di età tra i 15 ed i 24 anni l'abitudine al fumo delle ragazze è diminuita tra il 2001 e il 2003 dal 30,4% al 20,7%;
- le multinazionali del tabacco stanno pagando oltre 200 miliardi di dollari in cause legali negli Stati uniti e devono inoltre affrontare le accuse mosse dall'UE.
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Fonte: elaborazione Censis su fonti varie, 2003 Le difficoltà di tenuta nella crescita lenta La crescita lenta è da tempo il tratto distintivo di economie europee giunte con colpevole ritardo alla consapevolezza delle potenzialità insite nella terza rivoluzione industriale (dell'informazione e comunicazione). L'indicatore di sintesi più efficace per tracciare i contorni di tale condivisa difficoltà lo si ritrova nella perdita di quote di mercato sperimentata tra il 1996 e il 2002. In questo periodo, mentre il commercio mondiale cresceva complessivamente del 19,2% (fig. 5), la Germania perdeva il 2,1% del proprio peso, la Spagna il 5,0%, la Francia l'8,8%, il Regno Unito il 10,4%. Nello stesso periodo, le esportazioni italiane sono passate dal 4,7% al 3,9% del totale mondiale, per una contrazione del 17,0%.  Nell'ultimo anno i settori più direttamente riconducibili alle realtà distrettuali hanno palesato tutte le difficoltà di cui soffrono (fig. 6).  Con le esportazioni in calo dell'11,8% per il settore della concia, del 7,8% per quello dell'oreficeria, del 7,5% per il tessile, passando per le calzature (-6,5%), la meccanica (-4,4%) e i mobili (-3,5%); la crescita dell'1,0% dell'export di ceramica rappresenta l'unica nota positiva in un conteso di sofferenza generalizzata all'intera economia nazionale. Al Paese manca il volano dell'investimento privato visto, tra l'altro, che solo il 5% scarso di Pmi è coinvolto in "progetti di cooperazione per promuovere l'innovazione", dato che rappresenta il caso peggiore nel panorama UE, non paragonabile con realtà quali Francia, Olanda, Germania, Regno Unito, Finlandia, Irlanda, Svezia, Danimarca. Altrettanto può dirsi per l'investimento pubblico. E l'effetto finale della pochezza di mezzi impiegati sta nella percentuale di PIL destinata alle attività di Ricerca & Sviluppo (1,1%, fig. 7), mentre in Germania il 2,5% del Pil è destinato alla R&S e gran parte di questo (l'1,8%) è finanziato dal settore privato dell'economia; in Francia, con un ruolo dello Stato leggermente più marcato, la spesa complessiva raggiunge il 2,2% del Pil; nel Regno Unito la quota totale è dell'1,9%. o)Se alla carenza di risorse si aggiunge: a) il tasso di laureati nella fascia di età 25-64 anni più basso dell'Unione Europea (il 10,3%); b) la scarsezza della popolazione di laureati in discipline scientifiche ed ingegneristiche (il 5,6% nella fascia d'età 20-29 anni); c) l'evidenza che vuole i distretti industriali non essere più da anni portatori di innovazioni di rilievo. Si completa la cornice di riferimento di un quadro in cui è dipinta, giocoforza, la posizione di rincalzo (11a) che l'Italia occupa nella classifica dell'European Patent Office relativa alla concessione di brevetti (fig. 8). Nel 2002, dunque, a fronte delle richieste inoltrate, all'Italia sono stati concessi 28 brevetti per ogni milione di abitanti; alla Germania 137, alla Francia 64, al Regno Unito 36. Sono cifre eloquenti, capaci da sole di dare conto del modo in cui il Paese in fase di non crescita, non riesce neppure a mantenere le sue posizioni né si vanno costruendo le fondamenta per un nuovo e duraturo ciclo di sviluppo.  Fonte: elaborazione Censis su dati EPO, 2002 Multipli senza innovazione Nella gestione degli interessi collettivi si registra l'affollamento di soggetti che sono chiamati per legge o per regolamento a svolgere compiti analoghi e che stanno affollando segmenti di intervento di natura pubblicistica, dando la sensazione che cresca solo la confusione e non la qualità e la soddisfazione dell'utente/cittadino. Sul piano delle attività economiche c'è un fenomeno che segnala la tendenza a moltiplicare idee già collaudate, piuttosto che a sperimentarne delle nuove, ossia la diffusione delle catene di franchising. Si stima che le reti di franchising, pari a circa 606, nel 2001 siano cresciute del 7,8% rispetto all'anno precedente, mettendo in evidenza un giro di affari pari a 14.666 milioni di Euro. Con l'entrata a regime del sistema previsto dal decreto legislativo attuativo della Legge Biagi (n. 30/03) l'attività di intermediazione e di collocamento della manodopera viene consentita ad un pluralità di soggetti. Basti pensare che gli attori in grado di "competere" sulle funzioni di collocamento - escludendo gli organismi di derivazione sindacale (associazioni ed enti bilaterali) soggetti a particolari regimi di autorizzazione - sono almeno 12.361, fra cui spiccano i Comuni (8.101), gli istituti di scuola secondaria superiore (3.400), ma anche le Camere di Commercio (116) e le stesse agenzie di lavoro interinale che pur essendo "solo" 74 sviluppano un indotto di agenzie pari a 2.500 punti su strada (tab. 14). Tab. 14 - Soggetti potenzialmente interessati a svolgere attività di somministrazione, intermediazione, ricerca e selezione del personale - 2003 (v.a.) Soggetti | N. | Università pubbliche e private | 80 | Comuni | 8.101 | Camere di Commercio | 116 | Istituti di scuola secondaria di secondo grado | 3.400 | Società di lavoro interinale | 74 | di cui | | - Agenzie sul territorio | 2.500(*) | Società già accreditate presso il Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale | | - società di mediazione | 61 | - società di ricerca e selezione | 365 | - società di ricollocazione del personale | 44 | Società di ricerca di lavoro on line* | 120 | Totale | 12.361 |
(*) dato stimato Fonte: elaborazione e stime Censis su dati Ministero del Lavoro, Miur Se poi si contassero i circa 19 mila consulenti del lavoro che non possono operare individualmente, ma potrebbero far parte di una agenzia riconosciuta e gli stessi Centri per l'impiego, in tutto 666, che potrebbero partecipare ad altro titolo alla funzione di collocamento, ne risulta un quadro estremamente complicato, che potrebbe non raggiungere gli obiettivi di trasparenza che si è prefissato. L'eticità comandata dei nuovi stili di vita E' importante valutare la portata reale della spinta all'adozione di stili di vita più controllati e salutistici. La prevalenza del fumo negli adulti dei due sessi, dopo essere scesa fino agli inizi degli anni Novanta, appare sostanzialmente stabile negli ultimi dieci anni e i dati dimostrano una leggera flessione dei fumatori (non tra le donne) sul totale delle persone dai 14 anni in su, passati dal 25,4% (35,1% degli uomini e 16,4 delle donne) del 1993 al 24,1% (31,5% e 17,2%) del 2000, fino al 23,8% (31,2% degli uomini e 16,9% delle donne) del 2001 (tab. 16). Tab. 16 - Comportamenti di consumo e dati sui fattori di rischio per la salute (val. %, var. %) - | 1993 | 2000 | 2001 | 1993-2001 | Fumatori | 25,4 | 24,1 | 23,8 | -1,6 | - Maschi | 35,1 | 31,5 | 31,2 | -3,9 | - Femmine | 16,4 | 17,2 | 16,9 | +0,5 | Consumatori di vino | 58,0 | 57,1 | 59,6 | +1,6 | Consumatori di birra | 42,6 | 47,5 | 48,4 | +5,8 | Consumatori di alcolici fuori pasto | 20,9 | 23,3 | 25,0 | +5,0 |
(*) Percentuali sul totale delle persone dai 14 anni in su Fonte: Elaborazione Censis su dati Istat Relativamente al consumo di alcolici, i dati evidenziano una sostanziale stabilità del consumo di vino: il 59,6% delle persone dai 14 anni in su nel 2001 contro il 58,0% del 1993. Il consumo di birra appare invece in leggero incremento: si è passati dal 42,6% delle persone con 14 anni e più che consuma birra almeno una volta l'anno del 1993 al 48,4% del 2001. Il consumo di altri alcolici fuori pasto è anch'esso in aumento, ed ha riguardato nel 2001 il 25,0% degli italiani con 14 anni e più, contro il 20,9% del 1993. Nonostante i dati strutturali mostrino al 2001 una situazione ancora problematica tra gli italiani è crescente la consapevolezza del legame tra stili di vita sani e miglioramento dei livelli di salute. I dati Censis del Monitor biomedico di quest'anno sottolineano che è salita al 37,0% la quota di italiani che pratica attività sportiva, in crescita rispetto al 34,7% del 2001 mentre quasi il 30% si sottopone a diete alimentari a fronte del 25,6% del 2001 (tab. 18). Tab. 18 - Attività finalizzate al mantenimento della salute svolte regolarmente, per età (val. %) - | 18-29 anni | 30-44 anni | 45-64 anni | Oltre 64 anni | Totale | 2001 | - | - | - | - | - | Praticare attività sportiva | 63,3 | 38,3 | 26,5 | 14,1 | 34,7 | Sottoporsi a diete alimentari | 21,7 | 23,7 | 29,1 | 26,8 | 25,6 | 2003 | - | - | - | - | - | Praticare attività sportiva | 64,5 | 43,6 | 31,9 | 13,4 | 37,0 | Sottoporsi a diete alimentari | 32,8 | 24,6 | 31,9 | 28,6 | 29,3 |
I totali non sono uguali a 100 perché erano possibili più risposte Fonte: indagine Fbm-Censis, 2001e 2003 La prevenzione legata allo svolgimento di una qualche attività fisica risulta sensibilmente più presente tra gli intervistati più giovani e di livello di istruzione superiore: i valori salgono infatti al 64,5% tra le persone con un'età compresa tra i 18 ed i 29 anni, al 49,1% tra i laureati ed al 49% circa tra gli appartenenti ad uno status socio-culturale alto. Dai dati più recenti, la scelta di sottoporsi ad una dieta risulta invece poco differenziata rispetto all'età e al titolo di studio. La svolta salutista ha subito una accelerazione: il 53,5% degli italiani dichiara che nell'ultimo anno ha posto maggiore attenzione all'alimentazione, il 6,8% ha ridotto di molto il fumo, il 4,7% il consumo di alcool ed il 4,4% ha smesso di fumare, il 2,5% ha scelto di proteggersi nei rapporti sessuali occasionali. Al contrario, circa il 37% dei rispondenti non ha aderito di recente a nessuno di questi comportamenti "virtuosi" finalizzati al controllo dei fattori di rischio per la salute (tab. 20). Tab. 20 - Comportamenti dell'ultimo anno per la salvaguardia della propria salute, per status socioeconomico (val. %) Modalità di risposta | Status socioeconomico | - | - | Basso | Medio | Alto | Totale | Ho smesso di fumare | 4,4 | 4,2 | 4,9 | 4,4 | Ho ridotto di molto il fumo | 7,0 | 5,1 | 10,4 | 6,8 | Ho ridotto la quantità di alcool | 4,0 | 4,5 | 7,3 | 4,7 | Pongo maggiore attenzione alla alimentazione | 55,1 | 52,2 | 51,8 | 53,5 | Mi proteggo nei rapporti sessuali occasionali | 1,1 | 4,2 | 3,0 | 2,5 | Altro | 0,8 | 2,8 | 2,4 | 1,8 | Non ho fatto nulla di particolare | 37,6 | 38,2 | 33,5 | 37,1 |
Il totale non è uguale a 100 perché erano possibili più risposte Fonte: indagine FBM-Censis, 2003 La devolution confusionale La devolution diventa sempre di più una partita tutta giocata in termini intra-politici, come è misurabile anche dalla "freddezza" con cui gli italiani vivono l'eventualità di una riforma federalista. Secondo una recente indagine, complessivamente i giudizi negativi sulle novità introdotte dal federalismo aggregano il 44% degli italiani (tab. 22). Tab. 22 - Significato attribuito alle nuove politiche federaliste, per area geografica (val. %) Modalità di risposta | Nord Ovest | Nord Est | Centro | Sud e Isole | Italia | Una riforma che cambierà poco o nulla nei rapporti tra cittadino e amministrazioni pubbliche | 23,9 | 26,8 | 29,3 | 23,7 | 25,3 | Un modo per moltiplicare le occasioni di spreco di denaro pubblico da parte delle amministrazioni e dei partiti | 15,9 | 18,3 | 11,6 | 24,9 | 19,0 | Un'opportunità per una gestione più efficiente delle politiche locali | 26,9 | 20,0 | 25,2 | 19,2 | 22,3 | Un'opportunità di maggiore partecipazione del cittadino alle decisioni pubbliche che lo riguardano più da vicino | 16,3 | 19,6 | 22,4 | 16,7 | 18,1 | Un'opportunità per avvicinare il cittadino alla pubblica amministrazione | 17,0 | 15,3 | 11,6 | 15,5 | 15,3 | Totale | 100,0 | 100,0 | 100,0 | 100,0 | 100,0 |
Fonte: indagine Censis, 2003 La reazione più frequente (25% delle risposte) è la rassegnazione, poiché si ritiene che comunque cambierà poco o nulla nei rapporti fra cittadini e amministrazioni pubbliche; a questa posizione bisogna aggiungere quella di coloro (il 19%) che sono convinti che si tratti solo di un'altra forma di spreco di denaro pubblico imputabile al "gioco" dei partiti. Mentre si continua a "progettare", riformulare e stratificare di normative incoerenti la devolution, si rafforzano intanto gli effetti finanziari del decentramento amministrativo. A dieci anni di distanza dall'inizio del processo di attribuzione agli enti territoriali di proprie funzioni e responsabilità, e della corrispondente possibilità di prelevare tributi propri, il grado di autonomia finanziaria si è incrementato velocemente, non solo nel caso delle amministrazioni comunali, dove l'incidenza delle entrate proprie sul complesso delle entrate correnti era già relativamente elevato all'inizio degli anni '90: per le Province il tasso è infatti più che triplicato, passando dal 14,5% al 53,4% tra il 1990 e il 2001 (tab. 23). Tab. 23 - Grado di autonomia finanziaria (incidenza delle entrate proprie sulle entrate correnti) delle amministrazioni comunali e provinciali, 1990 e 2001 (val. %) - | 1990 | 2001 | Diff. 1990-2001 | Comuni | - | - | - | Nord | 42,6 | 67,3 | 24,7 | Centro | 37,4 | 63,6 | 26,2 | Mezzogiorno | 22,1 | 44,9 | 22,8 | Italia | 34,9 | 59,5 | 24,6 | Province(*) | - | - | - | Nord | 19,1 | 60,0 | 40,9 | Centro | 15,7 | 57,8 | 42,1 | Mezzogiorno | 8,7 | 40,0 | 31,3 | Italia | 14,5 | 53,4 | 38,9 |
(*)Escluse le Province autonome di Trento e Bolzano Fonte: elaborazione Censis su dati Istat TORNA SU L'inflazione diseguale Il dato ufficiale dell'inflazione è da tempo sotto controllo (benché risulti spesso superiore alla media europea), ma la sensazione è che, con la sua naturale sinteticità, non riesca più a disegnare una quotidianità fatta di innumerevoli sfaccettature. Le difficoltà di milioni di consumatori non trovano più chiarimento in un tasso di crescita dei prezzi da sette anni inferiore al 3% (fu il 3,9% nel 1996). Benché nel lungo periodo l'inflazione sia dannosa per l'intera economia, nel breve periodo i suoi effetti si dispiegano in maniera difforme tra diverse categorie: particolarmente svantaggiati sono i percettori di reddito fisso: chi riceve uno stipendio, un salario, una pensione, un sussidio. Chi, sostanzialmente, non è nelle condizioni di adeguare "automaticamente" il proprio reddito nominale, subendo gli effetti reali dell'aumento dei prezzi sul potere di acquisto (diminuito del 3,2%, tra il 1995 e il 2002, per le famiglie di operai e impiegati). L'impressione è che in questo momento storico il dato sintetico (il tasso di inflazione) rappresenti nulla più che la media ponderata di una serie di aumenti dei prezzi estremamente eterogenei tra loro. E la sensazione lascia il posto alla certezza quando si vada ad indagare il dettaglio dell'inflazione che sta colpendo i singoli beni e servizi, lì dove appare che, relativamente al periodo agosto 2002/agosto 2003, su 205 voci di consumo monitorate dall'Istat: 69 (il 33,7% del totale) hanno avuto una dinamica incrementale dei prezzi superiore al 3,0% (preso a riferimento in quanto parametro di convergenza in ambito europeo); 20 (il 9,8%) un tasso di crescita dei prezzi prossimo a zero o addirittura negativo; la crescita maggiore è pari a 32,5% ("altri servizi di alloggio"), quella inferiore a -15,0% (una diminuzione dei prezzi, dunque, per il "materiale per il trattamento dell'informazione"); alcuni beni di particolare rilievo nella quotidianità della maggioranza della popolazione hanno subito rincari superiori o molto superiori al tasso di inflazione ufficiale: come nel caso degli ortaggi freschi (+9,3%) delle patate (+9,0%) e della frutta fresca (+6,3%), del gas (+6,8%), dei lubrificanti per automobili (+13,6%) e dei pedaggi autostradali (+6,7%), dell'istruzione secondaria (+8,2%). In maniera più sistematica - nello stesso arco temporale di dodici mesi - la totalità dei beni e servizi ha avuto una dinamica di prezzo rappresentata nella fig. 11 e sintetizzabile sottolineando come una crescita superiore alla media complessiva (2,7%) abbia riguardato: il 50,8% delle voci di consumo che rientrano nella categoria "alimentari, bevande e tabacchi"; il 55,6% della categoria "abbigliamento e calzature"; il 62,5% di "abitazione ed energia"; e via via sino ad una riduzione per i beni e servizi per le "comunicazioni" nei quali si sono riscontrati stabilità o diminuzione di prezzi e tariffe. Prendendo in considerazione quattro tra le più rilevanti categorie di spesa (alimentari, abitazione, sanità e trasporti) e tre tipologie di percettori di reddito (imprenditori e liberi professionisti, operai e "ritirati dal lavoro", in rappresentanza dei pensionati), lo scenario che si delinea arriva a sollevare problematiche ancora più gravi di quanto non ci si potesse attendere, se è vero che: le quattro categorie di spesa assorbono il 63,6% della spesa complessiva delle famiglie di imprenditori e liberi professionisti, il 69,3% di quelle degli operai e il 75,2% di quelle dei pensionati; le stesse categorie di spesa hanno subito una crescita dei prezzi decisamente superiore al resto dei beni e servizi (un tasso di inflazione superiore al dato nazionale del 2,7%, infatti, si è registrato nel 50,5% dei beni compresi nelle categorie considerate e nel 36,4% di quelli che compongono il resto del paniere complessivo) (fig. 11).   Privatizzazioni con esiti oligopolistici Il buio in cui l'intera nazione si è risvegliata il 28 settembre scorso ha rotto il silenzio calato, da almeno due anni a questa parte, sul tema delle privatizzazioni. Risvegliando un processo che, prima con la cessione delle quote Enel, poi con lo sblocco delle procedure di collocamento per Alitalia, sembra aver ripreso il suo corso. E' poi, seguita la cessione di un'ulteriore quota dell'Enel, mentre per Rai e Alitalia il dibattito resta fluido. La moltiplicazione degli attori economici sembrerebbe, almeno sulla carta, dar ragione a chi considera ormai inevitabile l'evoluzione dei mercati verso assetti più competitivi e concorrenziali: basti pensare che tra 1998 e 2002, il numero delle imprese attive nel settore dell'energia e del gas è cresciuto del 24,7%, e di quelle operanti nel comparto delle telecomunicazioni del 27,8% (tab. 28). Tab. 28 - L'effetto delle liberalizzazioni in alcuni settori, 1998-2002 (val. % e var. %) - | Quota mercato 1° impresa (val. % sul mercato totale) (2) | Var. % 1998-2002 (1) | - | Imprese | Occupazione | Prezzi al consumo (3) | - | - | - | 1998 2003 | 2002 2003 | Energia elettrica | 66,0 | 24,7 | -13,1 | 17,2 | 4,9 | Gas | 65,3 | 8,8 | 3,7 | Trasporti ferroviari | 100,0 | -2,8 | -12,0 | 10,9 | 2,6 | Trasporti aerei | 66,9 | -8,9 | 19,3 | 11,7 | -1,0 | Servizi finanziari | 8,9 | 2,2 | 0,3 | 49,2 | 17,9 | Servizi assicurativi | 22,2 | -3,1 | -6,9 | 88,6 | 9,9 | Servizi telecomunicazione | 70,8 (rete fissa) 50,2 (rete mobile) | 27,8 | 8,2 | -7,8 | -0,4 |
(1) Con riferimento al settore dei trasporti ferroviari e aerei, il dato sul numero delle imprese si riferisce all'intervallo 1998-2000, mentre quello sugli occupati, all'anno 1998-2001 per i trasporti ferroviari e 1998-2000 per quelli aerei (2) La quota di mercato si riferisce alle vendite per il comparto elettrico e del gas, al traffico nazionale per i trasporti, alla raccolta del risparmio per i servizi finanziari, alla raccolta premi nel ramo RCA per quelli assicurativi, al traffico per i servizi di telefonia (3) Per il 2003 si fa riferimento alla media dei primi sei mesi Fonte: elaborazione Censis su dati Assinform, Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, Autorità per l'energia elettrica e il gas, Ania, Banca d'Italia, Istat, Mediobanca, Movimprese A più di cinque anni di distanza dall'avvio delle liberalizzazioni, l'assetto captive dei principali mercati dei servizi pubblici impedisce di fatto lo sviluppo di un regime competitivo: è il caso dell'energia e del gas dove la prima azienda di settore copre rispettivamente il 66% e 65,3% della quota di mercato della telefonia fissa, dove il primo operatore nazionale ha una quota di mercato del 70,8%, di quella mobile (50,2%), dei trasporti aerei (66,9%) e dei servizi assicurativi (22,2%). La razionalizzazione dei costi di produzione ha prodotto una contrazione significativa del numero degli occupati in alcuni comparti: basti pensare che tra 1998 e 2002 il numero di occupati è diminuito del 13,1% nel settore dell'energia e gas, del 6,9% in quello assicurativo, del 12% nei trasporti ferroviari. La conseguente inefficienza ha finito per gravare sui consumatori buona parte in termini di costo effettivo e qualità del servizio. Negli ultimi quattro anni infatti, i prezzi dei principali servizi di pubblica utilità sono quasi tutti cresciuti: quelli assicurativi e bancari sono esplosi (raddoppiando i primi e crescendo del 49,2% i secondi), e anche quelli dei servizi in cui i recenti processi di liberalizzazione avevano alimentato le attese dei consumatori, hanno registrato incrementi significativi: il prezzo del gas è aumentato dell'8,8%, quello dell'energia elettrica del 17,2%, (registrando peraltro nei primi sei mesi del 2003 una crescita del 5,9%) quello dei trasporti - ferroviari e aerei - di più del 10%, sebbene i secondi siano diminuiti nei primi sei mesi del 2003 dell'1%. L'aumento dei prezzi si è fatto sentire sulla spesa complessiva delle famiglie, cresciuta per tutti i servizi indicati (fig. 14).  Il risultato globale è che il nostro resta ancora uno dei paesi più cari d'Europa (tab. 29). Tab. 29 - Prezzi medi europei dell'energia, gas, telefonia fissa, servizi postali e ferroviari, 2002 (Media Eu=100) - | Prezzi energia elettrica al netto delle imposte per utenze domestiche | Prezzi gas naturale al netto delle imposte per utenze domestiche | Costo chiamata interurbana di 3 minuti ora di punta da linea fissa | Prezzi posta prioritaria | Prezzo medio di biglietto di sola andata per tratta ferroviaria di 200 Km in 2° classe | Austria | 86,8 | 101,2 | 127,3 | 106,3 | 98,4 | Belgio | 107,1 | 104,3 | 109,1 | 102,1 | 63,7 | Danimarca | 89,9 | - | 100,0 | 118,8 | 124,5 | Finlandia | 70,2 | 91,6 | 118,2 | 125,0 | 94,5 | Francia | 87,5 | 112,3 | 118,2 | 95,8 | 123,4 | Germania | 122,0 | 120,8 | 90,9 | 114,6 | 158,9 | Grecia | 54,9 | - | 72,7 | 93,8 | 28,2 | Irlanda | 91,7 | 114,4 | 118,2 | 85,4 | 123,4 | Italia | 113,2 | 104,5 | 90,9 | 129,2 | 104,1 | Lussemburgo | 116,5 | 89,1 | 72,7 | 93,8 | 153,1 | Norvegia | 117,1 | - | - | - | - | Olanda | 92,2 | 87,0 | 100,0 | 81,3 | 103,4 | Portogallo | 107,2 | 140,9 | 109,1 | 89,6 | 47,1 | Regno Unito | 104,8 | 78,5 | 145,5 | 85,4 | 0,0 | Spagna | 79,8 | 112,5 | 72,7 | 54,2 | 63,7 | Svezia | 80,2 | 107,3 | 90,9 | 125,0 | 111,0 | Europa | 100,0 | 100,0 | 100,0 | 100,0 | 100,0 |
Fonte: elaborazione Censis su dati Autorità garante dell'energia e del gas, Eurostat e European Commission, DG Information Society Rispetto alla media, gli italiani spendono il 29,2% in più per inviare posta prioritaria, il 13,2% in più sulla bolletta dell'elettricità e il 4,5% in più su quella del gas; anche viaggiare in treno costa mediamente di più (circa il 4,1% in più per un biglietto di seconda classe). E se sul fronte del risparmio, le attese degli italiani sono state di gran lunga deluse, anche sotto il profilo della qualità dei servizi, il passaggio dalla gestione pubblica a quella privata non sembra aver prodotto risultati particolarmente apprezzabili (fig. 16).  Più relazioni che soggetti Nonostante l'allarme di molti osservatori, a ben vedere non si conferma l'ipotesi di un certo indebolimento della famiglia come luogo di socializzazione, dal momento che i contatti dei suoi membri sono intensi e, soprattutto allargati. Chi ha ancora in vita i genitori e non vive con loro, li visita diverse volte a settimana (rispettivamente l'8,3% degli italiani con riguardo al padre e l'11,5% con riguardo alla madre), senza contare le visite ai fratelli o alle sorelle che nel 20,8% dei casi vengono anch'esse fatte con la stessa periodicità. Analoga intensità di rapporti si registra fra parenti: i nipoti sono le persone più frequentate ( più di due volte nell'ultimo mese per il 41,6% dei casi), seguite dai cognati (33,6%) e dai suoceri (25,8%) (tabb. 31 e 32). Tab. 31 - Frequenza di visite ai familiari (val. %) Frequenza | Visita al padre | Visita alla madre | Incontri con sorelle e fratelli | Tutti i giorni | 6,3 | 9,4 | 11,8 | Diverse volte a settimana | 8,3 | 11,5 | 20,8 | Almeno 1 volta a settimana | 7,3 | 7,9 | 16,5 | Almeno 1 volta al mese | 3,4 | 4,2 | 19,4 | Diverse volte all'anno | 2,5 | 2,6 | 11,3 | Più raramente | 1,2 | 0,7 | 5,3 | Mai | 0,6 | 1,1 | - | Deceduto | 51,4 | 39,6 | - | Vive nella mia stessa casa | 18,8 | 23,0 | 14,9 | Non so dove vive | 0,2 | - | - | Totale | 100,0 | 100,0 | 100,0 |
Fonte: indagine Censis-Ispp, 2003 Tab.32 - Frequenza di contatto con i parenti (val. %) Frequenza | Zii/zie | Suoceri/ suocere | Cognati/ cognate | Nipoti | Più di due volte durante le ultime quattro settimane | 14,1 | 25,8 | 33,6 | 41,6 | Una o due volte durante le ultime quattro settimane | 26,2 | 10,4 | 26,4 | 25,0 | Mai durante le ultime quattro settimane | 35,7 | 9,9 | 20,4 | 15,0 | Non ho parenti di questo grado ancora in vita | 24,0 | 53,9 | 19,6 | 18,4 | Totale | 100,0 | 100,0 | 100,0 | 100,0 |
Fonte: indagine Censis-Ispp, 2003 Gli italiani aiutano il prossimo con azioni di altruismo che spesso vanno a sostenere stati di vera a propria marginalità e disagio sociale: fra i comportamenti più diffusi, infatti, c'è quello di aiutare chi è in difficoltà (68,6%) e quello di soccorrere nelle attività domestiche chi non è in grado di farvi fronte da sé (60,3%) (tav. 9). Tav. 9 - Gli impegni individuali orientati al sociale L'aiuto al prossimo | Ci sono molte persone che aiutano altri non familiari in difficoltà (68,6%) e li soccorrono direttamente nelle attività domestiche (60,3%) | Il coinvolgimento nella economia sociale | Il 26,6% degli italiani svolge attività di volontariato L'utenza chiede ai servizi sociali di crescere in qualità delle risorse impiegate (52,5%) e nell'uso di tecnologie (44,5%) | La partecipazione non organizzata | Il 53,8% degli italiani si riconosce nell'attività di gruppi spontanei che operano nel settore sociale | La partecipazione pre-politica | Il 24,9% degli italiani è parte di una associazione alla cui attività partecipa attivamente Il 21,8% della popolazione in età attiva ha preso parte ad almeno una mobilitazione spontanea di piazza |
Fonte: indagine Censis 2003, VIII Rapporto Iref sull'Associazionismo Sociale, 2003 Da qui, si passa verso forme di coinvolgimento nell'economia sociale che vanno dalla prestazione attiva di forme di volontariato (che coinvolge un 26,6% di attività), allo sviluppo di un modo diverso di pensare ai servizi sociali. Anche sul versante economico, le relazioni stanno diventando un forte elemento di discontinuità rispetto alla staticità dei comportamenti strategici dei suoi attori. Una prima conferma deriva dal considerare che i sindacati dei lavoratori, stanno aumentando il numero degli iscritti attivi. L'aumento di iscritti attivi dal 2001 al 2002 è stato superiore di un punto percentuale per la Cgil (1,7%) e per la Cisl (1,1%), e pari allo 0,9% per la Uil (tab. 33). Tab. 33 - Andamento delle iscrizioni ai sindacati italiani (val. %, var. % e v.a.) Sindacati | Categorie | 2001 | 2002 | Var. % 2001-2002 | Cgil | Attivi | 44,9 | 45,1 | 1,7 | Pensionati | 54,5 | 54,2 | 0,6 | Disoccupati | 0,6 | 0,7 | 2,8 | Totale iscritti | 100,0 | 100,0 | 1,1 | Cisl | Attivi | 47,6 | 47,5 | 0,7 | Pensionati | 51,2 | 51,3 | 1,0 | Altri (1) | 1,2 | 1,2 | 1,8 | Totale iscritti | 100,0 | 100,0 | 0,9 | Uil | Attivi | 62,9 | 62,6 | 0,1 | Pensionati | 25,1 | 25,3 | 0,9 | Iscritti di II affiliazione | 9,4 | 9,4 | 2,3 | Altri (2) | 2,7 | 2,7 | -0,7 | Totale iscritti | 100,0 | 100,0 | 1,5 | Totale iscritti Cgil, Cisl, Uil (v.a.) | | 11.316.621 | 11.437.435 | 1,5 |
Disoccupati, giovani, frontalieri (2) Disoccupati, lavoratori autonomi, frontalieri Fonte: elaborazione Censis su dati Cgil, Cisl, Uil Nel mondo dell'impresa, e della piccola impresa in particolare, si rileva la presenza di un numero di relazioni informali di un certo interesse che, insieme ai legami formali, sembrano essere uno strumento tramite il quale le imprese tendono ad aumentare la loro competitività, proprio perché sono le relazioni che possono far recuperare dall'esterno gli svantaggi che presenta la piccola dimensione. 309 mila Pmi, pari al 7,4% delle imprese, sono coinvolte in rapporti di collaborazione, che vanno da intese di produzione sui beni e i servizi, ai rapporti di commessa e di sub-fornitura (tab. 34) Tab. 34 - Imprese con meno di 100 addetti che hanno accordi di collaborazione in base alla classe di addetti. Anno 2001 (val. %) Fonte: indagine Censis-Findomestic, 2003 - | Classi di addetti | Totale | - | 1-2 | 3-9 | 10-19 | 20-49 | 50-99 | Imprese con accordi di collaborazione (migliaia) | 196 | 78 | 21 | 11 | 3 | 309 | Percentuale sul totale delle imprese | 6,0 | 10,5 | 17,6 | 20,7 | 27,4 | 7,4 | Tipi di accordi (*) | - | - | - | - | - | - | Produzione | 32,5 | 36,1 | 48,8 | 51,7 | 52,6 | 35,5 | Franchising | 1,6 | 3,3 | 2,3 | 2,5 | 2,2 | 2,1 | Gruppi di acquisto | 4,8 | 9,4 | 7,8 | 8,7 | 14,9 | 6,4 | Reti di vendita e marketing | 8,4 | 11,0 | 12,3 | 13,3 | 15,0 | 9,6 | Distribuzione, trasporto e magazzinaggio | 8,5 | 10,6 | 12,4 | 12,4 | 12,9 | 9,5 | Esportazione | 1,0 | 0,7 | 2,2 | 2,4 | 3,6 | 1,1 | Consorzi e cooperative di garanzia | 4,1 | 3,3 | 7,4 | 7,1 | 7,8 | 4,3 | Ricerca e sviluppo, innovazione | 4,4 | 5,0 | 6,2 | 8,6 | 11,0 | 4,9 | Informatica e telecomunicazioni | 7,8 | 7,2 | 8,3 | 11,1 | 18,0 | 8,0 | Altri servizi | 38,9 | 31,1 | 24,5 | 22,2 | 26,0 | 35,2 | Ambiti degli accordi (*) | - | - | - | - | - | - | Nazionale | 88,5 | 87,3 | 87,6 | 86,6 | 89,2 | 88,2 | - stessa regione | 77,8 | 72,1 | 72,7 | 70,6 | 72,6 | 75,8 | - altra regione italiana | 19,3 | 29,2 | 33,7 | 37,0 | 43,7 | 23,7 | Estero | 5,3 | 6,8 | 9,6 | 15,7 | 18,0 | 6,5 | - Ue | 3,5 | 4,8 | 7,5 | 11,6 | 13,3 | 4,5 | - Extra-Ue | 2,1 | 3,4 | 5,4 | 8,1 | 9,4 | 3,0 | Altri paesi europei | 1,1 | 1,7 | 3,8 | 4,7 | 5,4 | 1,6 | Altri paesi non europei | 1,4 | 2,5 | 3,6 | 5,6 | 6,1 | 2,1 |
(*) Percentuali sul totale delle imprese con accordi di collaborazione Fonte: Istat, elaborazione sul modulo Multiscopo dell'Indagine sui risultati economici delle Pmi (dati provvisori 2003)

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