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febbraio 29, 2004

Quella strana e ambigua voglia di Stato


da Repubblica - 29 febbraio 2004

 ILVO DIAMANTI

IL CALO della fiducia nell´impresa e nel privato. Prosegue, senza rallentamenti. Anche perché non c´è pausa, nell´incedere degli attori e degli istituti, che ne costituiscono i riferimenti visibili. I grandi imprenditori, le banche, la borsa. Fino alle società di calcio. Aziende anomale. E non c´è motivo valido, perché il clima d´opinione cambi. La lunga, estenuante campagna elettorale, in pieno corso, semmai, contribuisce a inquinare ulteriormente l´aria. Lo ha ribadito il presidente, Ciampi. Tra l´indignato e il rassegnato. Perché la sfiducia non delegittima solo una parte politica, ma le stesse fondamenta del sistema economico e finanziario. E delle istituzioni.

L´altra faccia del declino del mito imprenditore e privato è la voglia di Stato e di pubblico, che si respira in questa fase. Imprevedibile, fino a pochi anni fa. Incredibile, per molti versi, visto l´indirizzo assunto dal dibattito in ambito politico e sociale, a partire dagli anni Ottanta. Quando, molto rapidamente, lo Stato, il pubblico, anche nel senso comune, divennero dis-valori. Sistemi di regolazione da cui rifuggire, perché onerosi, inefficaci; ma al contempo incapaci di produrre risposte adeguate alle esigenze degli individui. Il pubblico. Occorreva ridurne il peso, dovunque. A favore del privato. Ma anche del "terzo settore". Il volontariato, l´associazionismo e, soprattutto, le "imprese sociali". Lo Stato, il pubblico. Il loro peso induceva molti osservatori a considerare l´Italia degli anni Novanta come l´ultimo residuo di "socialismo reale", sopravvissuto alla caduta dei regimi comunisti dell´Est. Da ciò i progetti e i processi di "privatizzazione" delle aziende pubbliche.

La destrutturazione delle partecipazioni statali. L´introduzione di regole e di figure privatistiche negli enti locali. L´imprenditorializzazione dei principali servizi sociali. La sanità, l´assistenza, la scuola, la formazione. Fino alla decisione, assunta per referendum e ribadita, programmaticamente, da tutte le principali forze politiche di privatizzare il centro della vita politica e della vita quotidiana del nostro tempo: il sistema radiotelevisivo.

Il trionfo del privato. Una tendenza tanto rapida quanto profonda e radicale. Affermatasi in poco più di un decennio. Come in altri paesi occidentali. Il pendolo dei processi sociali, per usare il noto modello ciclico di Hirschman, dopo vent´anni di "felicità pubblica", già verso la fine degli anni Settanta, si era orientato diversamente. Verso il privato. Per delusione, verso lo "stato sociale", verso il centralismo delle decisioni, verso luoghi e forme di partecipazione di tipo collettivo. Ma anche perché la diffusione del benessere e della cultura aveva alimentato domande di affermazione soggettiva, di autorealizzazione personale. Oggi, in modo sorprendente e repentino, il pendolo pare avere di nuovo invertito la direzione. Verso il "pubblico". Anzitutto negli orientamenti sociali. Il VI Rapporto su "gli italiani e lo Stato", condotto da Demos per Repubblica, nel passato mese di dicembre, ne fornisce indizi molto chiari. Il peso della popolazione che ritiene necessario ridurre la presenza dello Stato nel settore della sanità a favore dei privati, dal 2000 al 2003, cala dal 37% al 20%. Un sondaggio ancor più recente, condotto dall´Ipsos nello scorso gennaio per il Forum della pubblica amministrazione, conferma e precisa questa tendenza. Otto italiani su dieci, secondo questa indagine, ritengono maggiormente opportuno che il servizio scolastico venga gestito dal pubblico. Pensano lo stesso sette persone su dieci per quel che riguarda la sanità, i servizi socio-assistenziali e la previdenza (le pensioni..). Sei su dieci per i trasporti. E la maggioranza dei cittadini (54%) anche per le televisioni (mentre il 35% preferisce il "privato" e l´11% non ha un´opinione). Si tratta, peraltro, di orientamenti diffusi, che non interessano solo le zone tradizionalmente protette assistite, come il Mezzogiorno. Tanto che un´indagine condotta in Veneto e nel Friuli Venezia Giulia nelle scorse settimane (Osservatorio sul Nord Est per il Gazzettino) rileva, per quel che riguarda la gestione della sanità e dell´istruzione, un consenso ancor più largo a favore del pubblico.

I riflessi di questo orientamento si rintracciano, sempre più evidenti e numerosi, anche nelle decisioni politiche e di governo. Come, a maggior ragione, nelle rivendicazioni della società. Si pensi, per restare alle vicende più recenti, alla deriva del processo di privatizzazione dell´Alitalia. Alle proteste suscitate dalla riforma Moratti, accusata di schiodare l´impalcatura del sistema pubblico dell´istruzione. Ma anche all´ostilità espressa dai lavoratori verso la riduzione del regime pubblico delle pensioni a favore dei fondi integrativi gestiti da privati. D´altronde, sono numerosi i giudizi positivi sull´andamento di aziende a partecipazione pubblica (come l´Enel). Mentre, nei confronti del settore radiotelevisivo, il clima di sfiducia che sale dalla società, oltre che da ampi settori del sistema politico, chiama in causa, soprattutto, la sovrapposizione degli interessi privati a quelli pubblici, riassunta nella persona del premier. Imprenditore mediatico che, per ruolo istituzionale, esercita grande influenza sulle reti pubbliche.

Insomma, c´è un ritorno dello Stato, nelle preferenze dei cittadini. E, di conseguenza, nelle strategie politiche. Non solo della sinistra. Anche del governo, vista l´attenzione che il premier dedica agli umori della società. Tuttavia, più che desiderio di pubblico, questa tendenza trasuda sfiducia nei confronti del privato. E paura. Non a caso, le componenti sociali che aderiscono maggiormente a questa prospettiva sono anche le più deboli, sul mercato del lavoro. E le più vulnerabili, dal punto di vista della condizione sociale. I pensionati, le casalinghe, i disoccupati, le persone che risiedono nelle periferie metropolitane. Inoltre, la domanda di pubblico cresce parallelamente alla sfiducia nel futuro dell´economia. Sintomi di una unica sindrome. Che riproduce l´insicurezza del nostro tempo. Ma rivela e svela, al tempo stesso, i vizi e gli insuccessi delle privatizzazioni all´italiana. Sconta, oltre agli incerti orizzonti dell´economia globale, anche i dissesti e gli scandali dell´economia nazionale e locale. Dietro a questo irruente ritorno del pubblico, per usare le parole di un osservatore senza pregiudizi come Innocenzo Cipolletta, c´è il fatto che «l´azione delle imprese sia stata vista non come contributo ai problemi del Paese, ma come ricerca esacerbata dei propri interessi». Lo stesso esito della consultazione in vista dell´elezione del prossimo presidente di Confindustria, in fondo, riflette questo passaggio. La sconfitta di Tognana, alleato con il presidente uscente, D´Amato, segna il declino di una stagione dal conflitto nelle relazioni industriali e dal collateralismo con il governo. In nome della centralità dell´impresa. Meglio: della piccola impresa. Aggressiva e molecolare. Mentre l´investitura di Montezemolo sottende la richiesta, simmetrica, di "mediazione", fra diversi settori di imprese, fra impresa e sindacato. Fra imprese e Stato. Fra i diversi attori politici

La domanda di pubblico. Segnala la crisi del "pensiero unico". Il fallimento del privato come valore e regolatore: dell´economia, della vita sociale e individuale. Non ancora la fiducia in un riferimento, lo Stato, che gli italiani, in effetti, non hanno mai stimato ne tanto meno amato troppo. Verso il quale continuano a esprimere disincanto. E che, nel corso degli ultimi anni, nonostante le buone intenzioni, non è stato riformato. Ma, piuttosto, manipolato, revisionato, rivisitato. Usato. Senza, un progetto.

Da ciò il rischio: che dopo vent´anni di infatuazione verso il privato, gli italiani tornino ad apprezzare il pubblico. Solo per disperazione. Può crescere, durare, se non la passione, almeno la fiducia, quando nasce dalla disperazione?



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