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ILVO DIAMANTI
IL CALO della
fiducia nell´impresa e nel privato. Prosegue, senza rallentamenti. Anche perché
non c´è pausa, nell´incedere degli attori e degli istituti, che ne costituiscono
i riferimenti visibili. I grandi imprenditori, le banche, la borsa. Fino alle
società di calcio. Aziende anomale. E non c´è motivo valido, perché il clima
d´opinione cambi. La lunga, estenuante campagna elettorale, in pieno corso,
semmai, contribuisce a inquinare ulteriormente l´aria. Lo ha ribadito il
presidente, Ciampi. Tra l´indignato e il rassegnato. Perché la sfiducia non
delegittima solo una parte politica, ma le stesse fondamenta del sistema
economico e finanziario. E delle istituzioni.
L´altra faccia del declino del
mito imprenditore e privato è la voglia di Stato e di pubblico, che si respira
in questa fase. Imprevedibile, fino a pochi anni fa. Incredibile, per molti
versi, visto l´indirizzo assunto dal dibattito in ambito politico e sociale, a
partire dagli anni Ottanta. Quando, molto rapidamente, lo Stato, il pubblico,
anche nel senso comune, divennero dis-valori. Sistemi di regolazione da cui
rifuggire, perché onerosi, inefficaci; ma al contempo incapaci di produrre
risposte adeguate alle esigenze degli individui. Il pubblico. Occorreva ridurne
il peso, dovunque. A favore del privato. Ma anche del "terzo settore". Il
volontariato, l´associazionismo e, soprattutto, le "imprese sociali". Lo Stato,
il pubblico. Il loro peso induceva molti osservatori a considerare l´Italia
degli anni Novanta come l´ultimo residuo di "socialismo reale", sopravvissuto
alla caduta dei regimi comunisti dell´Est. Da ciò i progetti e i processi di
"privatizzazione" delle aziende pubbliche.
La destrutturazione
delle partecipazioni statali. L´introduzione di regole e di figure privatistiche
negli enti locali. L´imprenditorializzazione dei principali servizi sociali. La
sanità, l´assistenza, la scuola, la formazione. Fino alla decisione, assunta per
referendum e ribadita, programmaticamente, da tutte le principali forze
politiche di privatizzare il centro della vita politica e della vita quotidiana
del nostro tempo: il sistema radiotelevisivo.
Il trionfo del privato. Una
tendenza tanto rapida quanto profonda e radicale. Affermatasi in poco più di un
decennio. Come in altri paesi occidentali. Il pendolo dei processi sociali, per
usare il noto modello ciclico di Hirschman, dopo vent´anni di "felicità
pubblica", già verso la fine degli anni Settanta, si era orientato diversamente.
Verso il privato. Per delusione, verso lo "stato sociale", verso il centralismo
delle decisioni, verso luoghi e forme di partecipazione di tipo collettivo. Ma
anche perché la diffusione del benessere e della cultura aveva alimentato
domande di affermazione soggettiva, di autorealizzazione personale. Oggi, in
modo sorprendente e repentino, il pendolo pare avere di nuovo invertito la
direzione. Verso il "pubblico". Anzitutto negli orientamenti sociali. Il VI
Rapporto su "gli italiani e lo Stato", condotto da Demos per Repubblica, nel
passato mese di dicembre, ne fornisce indizi molto chiari. Il peso della
popolazione che ritiene necessario ridurre la presenza dello Stato nel settore
della sanità a favore dei privati, dal 2000 al 2003, cala dal 37% al 20%. Un
sondaggio ancor più recente, condotto dall´Ipsos nello scorso gennaio per il
Forum della pubblica amministrazione, conferma e precisa questa tendenza. Otto
italiani su dieci, secondo questa indagine, ritengono maggiormente opportuno che
il servizio scolastico venga gestito dal pubblico. Pensano lo stesso sette
persone su dieci per quel che riguarda la sanità, i servizi socio-assistenziali
e la previdenza (le pensioni..). Sei su dieci per i trasporti. E la maggioranza
dei cittadini (54%) anche per le televisioni (mentre il 35% preferisce il
"privato" e l´11% non ha un´opinione). Si tratta, peraltro, di orientamenti
diffusi, che non interessano solo le zone tradizionalmente protette assistite,
come il Mezzogiorno. Tanto che un´indagine condotta in Veneto e nel Friuli
Venezia Giulia nelle scorse settimane (Osservatorio sul Nord Est per il
Gazzettino) rileva, per quel che riguarda la gestione della sanità e
dell´istruzione, un consenso ancor più largo a favore del pubblico.
I
riflessi di questo orientamento si rintracciano, sempre più evidenti e numerosi,
anche nelle decisioni politiche e di governo. Come, a maggior ragione, nelle
rivendicazioni della società. Si pensi, per restare alle vicende più recenti,
alla deriva del processo di privatizzazione dell´Alitalia. Alle proteste
suscitate dalla riforma Moratti, accusata di schiodare l´impalcatura del sistema
pubblico dell´istruzione. Ma anche all´ostilità espressa dai lavoratori verso la
riduzione del regime pubblico delle pensioni a favore dei fondi integrativi
gestiti da privati. D´altronde, sono numerosi i giudizi positivi sull´andamento
di aziende a partecipazione pubblica (come l´Enel). Mentre, nei confronti del
settore radiotelevisivo, il clima di sfiducia che sale dalla società, oltre che
da ampi settori del sistema politico, chiama in causa, soprattutto, la
sovrapposizione degli interessi privati a quelli pubblici, riassunta nella
persona del premier. Imprenditore mediatico che, per ruolo istituzionale,
esercita grande influenza sulle reti pubbliche.
Insomma, c´è un ritorno dello
Stato, nelle preferenze dei cittadini. E, di conseguenza, nelle strategie
politiche. Non solo della sinistra. Anche del governo, vista l´attenzione che il
premier dedica agli umori della società. Tuttavia, più che desiderio di
pubblico, questa tendenza trasuda sfiducia nei confronti del privato. E paura.
Non a caso, le componenti sociali che aderiscono maggiormente a questa
prospettiva sono anche le più deboli, sul mercato del lavoro. E le più
vulnerabili, dal punto di vista della condizione sociale. I pensionati, le
casalinghe, i disoccupati, le persone che risiedono nelle periferie
metropolitane. Inoltre, la domanda di pubblico cresce parallelamente alla
sfiducia nel futuro dell´economia. Sintomi di una unica sindrome. Che riproduce
l´insicurezza del nostro tempo. Ma rivela e svela, al tempo stesso, i vizi e gli
insuccessi delle privatizzazioni all´italiana. Sconta, oltre agli incerti
orizzonti dell´economia globale, anche i dissesti e gli scandali dell´economia
nazionale e locale. Dietro a questo irruente ritorno del pubblico, per usare le
parole di un osservatore senza pregiudizi come Innocenzo Cipolletta, c´è il
fatto che «l´azione delle imprese sia stata vista non come contributo ai
problemi del Paese, ma come ricerca esacerbata dei propri interessi». Lo stesso
esito della consultazione in vista dell´elezione del prossimo presidente di
Confindustria, in fondo, riflette questo passaggio. La sconfitta di Tognana,
alleato con il presidente uscente, D´Amato, segna il declino di una stagione dal
conflitto nelle relazioni industriali e dal collateralismo con il governo. In
nome della centralità dell´impresa. Meglio: della piccola impresa. Aggressiva e
molecolare. Mentre l´investitura di Montezemolo sottende la richiesta,
simmetrica, di "mediazione", fra diversi settori di imprese, fra impresa e
sindacato. Fra imprese e Stato. Fra i diversi attori politici
La domanda di
pubblico. Segnala la crisi del "pensiero unico". Il fallimento del privato come
valore e regolatore: dell´economia, della vita sociale e individuale. Non ancora
la fiducia in un riferimento, lo Stato, che gli italiani, in effetti, non hanno
mai stimato ne tanto meno amato troppo. Verso il quale continuano a esprimere
disincanto. E che, nel corso degli ultimi anni, nonostante le buone intenzioni,
non è stato riformato. Ma, piuttosto, manipolato, revisionato, rivisitato.
Usato. Senza, un progetto.
Da ciò il rischio: che dopo vent´anni di
infatuazione verso il privato, gli italiani tornino ad apprezzare il pubblico.
Solo per disperazione. Può crescere, durare, se non la passione, almeno la
fiducia, quando nasce dalla disperazione?
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