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LA SINDROME DEI PENULTIMI Chi stava in
mezzo marciava verso una posizione migliore, ora si sente scivolare Le
categorie professionali sentono d´aver peggiorato la loro condizione
sociale
LA SFIDUCIA
nelle prospettive economiche. La convinzione che il reddito sia divenuto
inadeguato a sostenere la vita e i suoi costi (crescenti); e il lavoro più
incerto, rispetto a qualche anno addietro. È possibile si tratti di percezioni
distorte, che non trovano conferma nella statistica. E nella realtà. È
possibile. Ma riflettono, comunque, un sentimento diffuso e radicato. Come
mostra l´indagine trimestrale sul "capitale sociale degli italiani", condotta da
Demos, nei giorni scorsi. Disegna, l´indagine, uno scenario noto. Pervaso da un
pessimismo cronico.
ALIMENTATO ad arte,
secondo alcuni, per calcolo di propaganda politica o mediatica. È possibile. In
fondo, pochi anni fa l´immigrazione era percepita (e descritta) come
un´invasione; la criminalità come una minaccia incombente sull´incolumità
personale di tutti. Oggi l´allarme è stato ridimensionato. Anche se le
statistiche giudiziarie denunciano un nuovo aumento dei reati, dopo anni di
flessione. E i flussi migratori sono cresciuti allo stesso ritmo di un tempo. Le
logiche mediatiche, il rumore della polemica politica, allora, possono aver
contribuito anche oggi. Ma non riescono a spiegare, per intero, il collasso
delle aspettative sociali. Che altri fattori, molto significativi, concorrono a
precisare.
1. Il primo è il confronto con il passato. Un tempo agiva da
meccanismo propulsivo. Ogni decennio una sfida. La ricostruzione, il boom, il
welfare, il capitalismo di piccola impresa, il benessere diffuso. Infine,
nell´ultimo decennio, il risanamento pubblico, l´ingresso nell´unione monetaria
europea. Ogni decennio una prova. Puntualmente superata. Ora non più. Il passato
causa frustrazione comparativa. L´indagine Demos ne offre un esempio chiaro.
Secondo le persone intervistate, infatti, gran parte delle categorie
professionali, negli ultimi anni, hanno peggiorato la loro condizione sociale e
di vita. Non solo quelle più periferiche: i pensionati, gli operai. Anche i
protagonisti della grande espansione degli ultimi vent´anni ? artigiani e
piccoli imprenditori ? sono percepiti in declino. Come, d´altronde, le figure
professionali ritenute, non troppo tempo fa, garantite e degne di considerazione
sociale: gli impiegati, i tecnici del settore privato; gli insegnanti, i
professori. I ceti medi, emergenti e tradizionali, pubblici e privati, agli
occhi degli italiani hanno, quindi, perso ruolo e prestigio. È, peraltro,
significativo osservare come il senso di frustrazione emerga soprattutto nei
confronti dell´attività professionale svolta da ciascuno. Per cui gli artigiani,
più degli altri, ritengono peggiorata la loro condizione. E così i professori, i
piccoli imprenditori, e via proseguendo. E´ come se vedessero frustrate le
aspettative maturate nel passato e temessero, al contempo, di misurarsi con il
futuro
2. Il secondo fattore di insoddisfazione sociale riguarda le attese
di cambiamento intergenerazionale. Nel corso del dopoguerra ogni giovane
generazione è stata mossa dalla convinzione che avrebbe realizzato un destino
migliore rispetto a quello degli adulti. Oggi non è così. Un giovane su due
pensa che ad attenderlo vi sia una prospettiva meno gratificante di quella
raggiunta dai suoi genitori. E i suoi genitori, i suoi nonni, al proposito,
appaiono ancor più pessimisti. D´altronde, le politiche sociali, del lavoro,
dell´educazione, non danno molti motivi di speranza ai giovani.
3.Il terzo
fattore riguarda la struttura e la mobilità sociale. Gli atteggiamenti degli
italiani delineano una scala sociale caratterizzata da una grande concentrazione
nelle posizioni "intermedie". Quasi sei persone su dieci, infatti, definiscono
la loro famiglia di classe sociale "media". Una su dieci si definisce di classe
sociale alta o medio-alta. Il terzo che rimane, infine, si colloca al di sotto
dell´Italia media. Il 22% degli intervistati si sente di classe sociale
"medio-bassa". Il 10%, bassa. Racchiude, quest´ultima posizione, gli "ultimi".
Coloro, almeno, che si sentono tali. In maggioranza donne, di età matura e
anziana, di basso livello di istruzione. Casalinghe (sole), pensionate (e
pensionati). Oppure operai (e operaie), del privato. Hanno poche e deboli
relazioni sociali. Guardano il futuro economico con sfiducia e pessimismo.
Consumano poco, risparmiano ancora meno, non vanno praticamente in ferie, nè al
ristorante. Magari esagerano i media, o le cassandre mosse da intenti
propagandistici. Ma non sembra poi tanto azzardato pensare che gli "ultimi"
ritengano faticoso il mestiere di vivere. E si accontentino di
sopravvivere.
Se si sale un poco, sulla scala, e si valutano gli
atteggiamenti e la condizione delle persone che si definiscono di ceto
"medio-basso", lo scenario propone molte analogie. Cambia, sicuramente, il
profilo generazionale e professionale. Uomini e donne si equilibrano. Prevalgono
le persone di età centrale, ma non mancano i giovani. Mentre, accanto ai
pensionati, è significativa la presenza di operai, ma anche di tecnici e
impiegati, pubblici e privati. Ceti medi e classe operaia, a reddito fisso.
Riescono a "consumare" più degli "ultimi". Ma con fatica. E al costo, negli
ultimi anni, di non mettere da parte nulla. Sono, anch´essi, frustrati,
pessimisti: sull´andamento dell´economia, circa la propria condizione familiare.
E disorientati: più degli "ultimi". Si sentono, per questo, al più
"penultimi"
Coloro che stanno "nel mezzo" della scala sociale, d´altronde,
sembrano spaccati in due. Metà di essi (vi coesistono operai, impiegati ma anche
lavoratori autonomi) manifestano incertezza nel futuro, insicurezza nelle
prospettive economiche, insoddisfazione del reddito familiare. Non riesce a
guardare il futuro con fiducia. È qui la principale differenza rispetto alle
precedenti fasi del dopoguerra. Fino a qualche anno fa, la struttura sociale
italiana era attraversata da aspettative di mutamento e mobilità. Tutti,
individui e categorie, guardavano avanti. Si proiettavano oltre chi li
precedeva, nella gerarchia sociale. Nell´Italia dei ceti medi, tutti erano
determinati a migliorare le proprie condizioni e quelle dei figli. Gli operai a
farsi artigiani, gli artigiani a farsi imprenditori, gli impiegati e i tecnici a
sviluppare una carriera professionale, dentro le aziende o in proprio. E tutti,
dediti a integrare professione e reddito con altre risorse, altri percorsi
paralleli. L´Italia laboriosa e parsimoniosa; l´Italia imprenditiva, redditiera
e giuliva. Fatta di produttori, risparmiatori, piccoli azionisti e consumatori.
È finita. Questa età. O, almeno, staziona. Esclusi gli "ultimi", che alle spalle
non hanno nessuno (solo i poveri che arrivano da altri paesi), tutti gli
italiani guardano indietro, con trepidazione. Soprattutto coloro che stanno nel
mezzo o appena sotto. Un tempo erano in marcia, verso una posizione migliore.
Oggi temono di scivolare ancora. Di perdere ciò che hanno costruito, di
generazione in generazione. L´Italia media. Oggi è troppo impegnata a vivere e a
sopravvivere, per indulgere al "sogno italiano", coltivato e interpretato dal
premier. E sono troppo impegnati, i giovani, a navigare nel mare del presente,
per immaginare il futuro. Tutti, temono di scivolare indietro. Di toccare il
fondo. E resistono. Insoddisfatti e incazzati.
Il male sottile che affligge
la società italiana. È la sindrome dei "penultimi".
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