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febbraio 22, 2004

Silvio, l'impolitico che insegue la gente


Berlusconi il ritorno dell'impolitico

Insomma, può piacere o no: ma bisogna prenderne atto. Berlusconi è la sola vera nota originale dell'orizzonte politico di questi ultimi anni. In un certo senso, alcuni tratti della sua originalità possono ricordare Bettino Craxi. Amava stupire e scandalizzare anche il grande leader socialista, oggi unanimemente compianto anche da quanti a suo tempo si erano accaniti su di lui (e d'altro canto dimenticato da chi ne aveva ricevuto dei benefici: si pensi al suo originale modo d'impostare la politica mediterranea, rinnegato dagli ex-craxiani berluscones appiattiti sull'atlantismo). Ma Craxi, dite quel che vi pare, era un politico di razza: e anche le sue sventure sono state determinate dall'aver fatto fino in fondo scelte politiche, anzi arcipolitiche.
Berlusconi, no. Il Cavaliere può anche spedire una nuova edizione del «Principe» di Machiavelli ai quadri del suo partito, ai quali consiglia altresì docce frequenti, camicie di marca e cravatte in tinta: ma resta fondamentalmente e metodicamente un antipolitico. Lì è la sua forza: in ciò, egli è perfetto discepolo, sia pure in mutate condizioni storiche, dei grandi leader popolari e carismatici del secolo scorso. Egli sa di aver bisogno, per mantenere il suo potere postdemocratico, del costante appoggio della gente. Badate: non del popolo, non dei cittadini, non delle masse, tutti concetti desueti in termini di polverizzazione individualistica della società. La «gente» può anche far parte del popolo, può esser fatta di cittadini, può appartenere alla massa. Ma è anzitutto, e resta, «gente»: qualcosa di più vicino ai consumatori e ai teleutenti che non al Popolo Sovrano, di cui è pur formalmente parte costitutiva.

E'questa una delle chiavi del successo nonostante tutto e tutti, perfino nonostante se stesso, di questo impenitente gaffeur ch'è riuscito a far soldi e a crearsi un impero finanziario (il che non è da tutti: e fa di lui un modello esplicito o inconfessato di un sacco di persone) ma non ha mai saputo farsi una cultura, non ha alcun senso dello Stato, disprezza ostentatamente istituzioni e interlocutori, alleati e avversari: anche – e soprattutto – quando li accoglie a barzellette e a manate sulla spalla, col suo largo sorriso a trentadue dentoni di bianchezza troppo smagliante per esser vera. Berlusconi incarna perfettamente la vecchia leggenda metropolitana del «self made man», tanto per dirla in quell'inglese che gli piace tanto e che finge di conoscer tanto bene. I politici, loro, sono in fondo piccoli uomini: sanno parlare magari al popolo e alle masse, ma non alla gente. Perché la gente non è quella delle grandi manifestazioni politiche o sindacali, delle mobilitazioni, delle petizioni, dei referendum: quello è popolo che pensa, magari ingenuamente; che vuol capire e impegnarsi, che vuol partecipare alla vita democratica anche se non gli riesce perché la vita democratica, nel frattempo, è cambiata, e quella a chi esso pensa (quella «un uomo vale un voto» e «la maggioranza vince») non esiste più, ammesso che sia mai esistita. Parlare al popolo, alle masse, non serve e non rende: governare gli italiani, come diceva il Duce, non è impossibile, è inutile; spiegar loro come e perché li si vuol governare, e invitarli a rifletterci sopra, è impresa ariostescamente folle.

Ma il Berlusca tutte queste cose le sa, o le intuisce. Perché è uomo di buon intuito e di buon istinto, anche se disordinato e soprattutto non sorretto da alcun senso morale che vada oltre le conformistiche apparenze (l'ordine per le strade, il comune senso del pudore e così via). Il Berlusca, lui, parla alla gente: ch'è quella dei supermarket, quella che la domenica porta la famigliola a passeggio nei centri commerciali, quella che segue «Il Grande Fratello» e «La Talpa» e che, se gli chiedete che cosa sono la globalizzazione, la Fao o il Wto, non lo sa, però conosce i minimi dettagli della nobile contesa tra Bonolis e «Striscia la notizia». Sono queste le cose di cui si parla in giro: io faccio il «pendolare» da molti anni, ch'è uno splendido test per capire la gente: e vi assicuro che da anni ormai i ragazzi non parlano quasi più di politica o di musica, e poco anche d'amore. Ma parlano di vacanze, di scarpe Nike, di magliette Adidas, di stelle e stelline della tv. Che volete che gl'interessi, a loro, di Europa unita, di Vicino Oriente, d'Iraq e di conflitti d'interessi? Non ci si deve quindi stupire se, negli ultimi giorni, le battute del Berlusca, avvicinandosi le scadenze elettorali sia europee, sia locali, sono cresciute di tono e di frequenza e si sono ulteriormente abbassate quanto a qualità e buon gusto. Il Berlusca insegue il trend (come direbbero i suoi anglofoni collaboratori) della gente che lo vota, lo sostiene, che vorrebbe saper frodare il fisco e gestire il potere come fa tanto bene lui, che non ha alcuna sensibilità per i problemi della società civile perché tanto «sono tutte chiacchiere» e «quel che conta è lavorare e guadagnare» e «la politica è una cosa sporca». Se la CdL farà lista unica alle europee, il Berlusca magari vincerà ancora, fagocitando i voti di An che nel contempo si è disciolta per quanto i suoi dirigenti restino sulle loro poltrone (in attesa che qualcuno di loro venga salvato, fra qualche mese, nel partitone unico).
A volte, tuttavia, le spara tanto grosse da far dubitare del suo equilibrio. Che senso ha raccontar barzellette sulla Shoah, o dir che se c'è in Italia la crisi dei prezzi determinata dalle speculazioni sull'euro la colpa è delle massaie che non sanno far più la spesa come faceva sua madre, o sostener che se un politico (compreso uno dei suoi) si fa la casa in montagna e al mare vuol dir che ha rubato? Lo scopo strategico è chiaro. Far capire ai politici, anche a quelli che lo circondano e lo seguono, che il padrone è lui, che senza di lui loro sono perduti, che se e quando cadrà lui cadranno anche loro, anche perché poco o nulla hanno fatto per sopravvivergli (a parte qualche tentativo di Fini, di Casini o di Follini e di qualche altro: ma tinmido, incerto, debole). Puntar sull'impoliticità per mantener la leadership politica è un'ottima mossa: ha del geniale. Il punto è che, sul piano tattico, l'uomo non è sempre all'altezza del suo piano strategico. C'è qualcosa di falso, di stonato, d'inquietante nell'ultimo Berlusconi tirato a lucido da un maquillage che in apparenza gli ha tolto vent'anni ricordando così a tutti che invece non è più né giovane, né, forse, troppo sano. L'eterno riso del premier, alternato a fasi di muta irritazione e d'incontrollati scatti di rabbia, ha qualcosa di macabro e di malsano. Il Berlusca che si avvia ai settant'anni, che non riesce a tener bene in piedi la sua coalizione di governo che scalpita e ondeggia, che ha mancato molti obiettivi di governo e che ha fallito i traguardi del suo semestre di presidenza europea, appare sempre più truce e triste, dietro lo smagliante falso sorriso. Pensa al potere che potrebbe sfuggirgli, ai guai che potrebbero venir dopo, al tempo che intanto fa lento e implacabile il suo corso. I vecchi, quando invecchiano male, fanno pena. E non riuscir a cominciar ad aprirsi alla prospettiva di avviarsi sul Viale del Tramonto, l'ostinarsi a voler tenere insieme tutto fingendo di credere che sia per sempre, è penoso. Quel che mi sentirei di augurargli, ora, non sarebbe un nuovo successo e nemmeno una nuova vittoria: sarebbe il recupero dell'equilibrio interiore, della serenità. Anche gli impolitici che si ostinano a far politica ne hanno bisogno. Loro più di altri.
Franco Cardini



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