|
HOME
aprile 2004 marzo 2004 febbraio 2004 gennaio 2004 dicembre 2003 novembre 2003 ottobre 2003 settembre 2003 agosto 2003 luglio 2003 marzo 2003









 ISTITUTI DI SONDAGGIO

 ISAE: Clima di fiducia dei consumatori
NEWS
|

febbraio 22, 2004
 Silvio, l'impolitico che insegue la gente
Berlusconi il ritorno dell'impolitico
Insomma, può piacere o no: ma bisogna prenderne atto. Berlusconi
è la sola vera nota originale dell'orizzonte politico di questi ultimi anni. In
un certo senso, alcuni tratti della sua originalità possono ricordare Bettino
Craxi. Amava stupire e scandalizzare anche il grande leader socialista, oggi
unanimemente compianto anche da quanti a suo tempo si erano accaniti su di lui
(e d'altro canto dimenticato da chi ne aveva ricevuto dei benefici: si pensi al
suo originale modo d'impostare la politica mediterranea, rinnegato dagli
ex-craxiani berluscones appiattiti sull'atlantismo). Ma Craxi, dite quel che vi
pare, era un politico di razza: e anche le sue sventure sono state determinate
dall'aver fatto fino in fondo scelte politiche, anzi
arcipolitiche. Berlusconi, no. Il Cavaliere può anche spedire una nuova
edizione del «Principe» di Machiavelli ai quadri del suo partito, ai quali
consiglia altresì docce frequenti, camicie di marca e cravatte in tinta: ma
resta fondamentalmente e metodicamente un antipolitico. Lì è la sua forza: in
ciò, egli è perfetto discepolo, sia pure in mutate condizioni storiche, dei
grandi leader popolari e carismatici del secolo scorso. Egli sa di aver bisogno,
per mantenere il suo potere postdemocratico, del costante appoggio della gente.
Badate: non del popolo, non dei cittadini, non delle masse, tutti concetti
desueti in termini di polverizzazione individualistica della società. La «gente»
può anche far parte del popolo, può esser fatta di cittadini, può appartenere
alla massa. Ma è anzitutto, e resta, «gente»: qualcosa di più vicino ai
consumatori e ai teleutenti che non al Popolo Sovrano, di cui è pur formalmente
parte costitutiva.
E'questa una delle chiavi del successo nonostante
tutto e tutti, perfino nonostante se stesso, di questo impenitente gaffeur ch'è
riuscito a far soldi e a crearsi un impero finanziario (il che non è da tutti: e
fa di lui un modello esplicito o inconfessato di un sacco di persone) ma non ha
mai saputo farsi una cultura, non ha alcun senso dello Stato, disprezza
ostentatamente istituzioni e interlocutori, alleati e avversari: anche – e
soprattutto – quando li accoglie a barzellette e a manate sulla spalla, col suo
largo sorriso a trentadue dentoni di bianchezza troppo smagliante per esser
vera. Berlusconi incarna perfettamente la vecchia leggenda metropolitana del
«self made man», tanto per dirla in quell'inglese che gli piace tanto e che
finge di conoscer tanto bene. I politici, loro, sono in fondo piccoli uomini:
sanno parlare magari al popolo e alle masse, ma non alla gente. Perché la gente
non è quella delle grandi manifestazioni politiche o sindacali, delle
mobilitazioni, delle petizioni, dei referendum: quello è popolo che pensa,
magari ingenuamente; che vuol capire e impegnarsi, che vuol partecipare alla
vita democratica anche se non gli riesce perché la vita democratica, nel
frattempo, è cambiata, e quella a chi esso pensa (quella «un uomo vale un voto»
e «la maggioranza vince») non esiste più, ammesso che sia mai esistita. Parlare
al popolo, alle masse, non serve e non rende: governare gli italiani, come
diceva il Duce, non è impossibile, è inutile; spiegar loro come e perché li si
vuol governare, e invitarli a rifletterci sopra, è impresa ariostescamente
folle.
Ma il Berlusca tutte queste cose le sa, o le intuisce. Perché è
uomo di buon intuito e di buon istinto, anche se disordinato e soprattutto non
sorretto da alcun senso morale che vada oltre le conformistiche apparenze
(l'ordine per le strade, il comune senso del pudore e così via). Il Berlusca,
lui, parla alla gente: ch'è quella dei supermarket, quella che la domenica porta
la famigliola a passeggio nei centri commerciali, quella che segue «Il Grande
Fratello» e «La Talpa» e che, se gli chiedete che cosa sono la globalizzazione,
la Fao o il Wto, non lo sa, però conosce i minimi dettagli della nobile contesa
tra Bonolis e «Striscia la notizia». Sono queste le cose di cui si parla in
giro: io faccio il «pendolare» da molti anni, ch'è uno splendido test per capire
la gente: e vi assicuro che da anni ormai i ragazzi non parlano quasi più di
politica o di musica, e poco anche d'amore. Ma parlano di vacanze, di scarpe
Nike, di magliette Adidas, di stelle e stelline della tv. Che volete che
gl'interessi, a loro, di Europa unita, di Vicino Oriente, d'Iraq e di conflitti
d'interessi? Non ci si deve quindi stupire se, negli ultimi giorni, le battute
del Berlusca, avvicinandosi le scadenze elettorali sia europee, sia locali, sono cresciute di tono e di frequenza e si sono
ulteriormente abbassate quanto a qualità e buon gusto. Il Berlusca insegue il
trend (come direbbero i suoi anglofoni collaboratori) della gente che lo vota,
lo sostiene, che vorrebbe saper frodare il fisco e gestire il potere come fa
tanto bene lui, che non ha alcuna sensibilità per i problemi della società
civile perché tanto «sono tutte chiacchiere» e «quel che conta è lavorare e
guadagnare» e «la politica è una cosa sporca». Se la CdL farà lista unica alle
europee, il Berlusca magari vincerà ancora, fagocitando i voti di An che nel
contempo si è disciolta per quanto i suoi dirigenti restino sulle loro poltrone
(in attesa che qualcuno di loro venga salvato, fra qualche mese, nel partitone
unico). A volte, tuttavia, le spara tanto grosse da far dubitare del suo
equilibrio. Che senso ha raccontar barzellette sulla Shoah, o dir che se c'è in
Italia la crisi dei prezzi determinata dalle speculazioni sull'euro la colpa è
delle massaie che non sanno far più la spesa come faceva sua madre, o sostener
che se un politico (compreso uno dei suoi) si fa la casa in montagna e al mare
vuol dir che ha rubato? Lo scopo strategico è chiaro. Far capire ai politici,
anche a quelli che lo circondano e lo seguono, che il padrone è lui, che senza
di lui loro sono perduti, che se e quando cadrà lui cadranno anche loro, anche
perché poco o nulla hanno fatto per sopravvivergli (a parte qualche tentativo di
Fini, di Casini o di Follini e di qualche altro: ma tinmido, incerto, debole).
Puntar sull'impoliticità per mantener la leadership politica è un'ottima mossa:
ha del geniale. Il punto è che, sul piano tattico, l'uomo non è sempre
all'altezza del suo piano strategico. C'è qualcosa di falso, di stonato,
d'inquietante nell'ultimo Berlusconi tirato a lucido da un maquillage che in
apparenza gli ha tolto vent'anni ricordando così a tutti che invece non è più né
giovane, né, forse, troppo sano. L'eterno riso del premier, alternato a fasi di
muta irritazione e d'incontrollati scatti di rabbia, ha qualcosa di macabro e di
malsano. Il Berlusca che si avvia ai settant'anni, che non riesce a tener bene
in piedi la sua coalizione di governo che scalpita e ondeggia, che ha mancato
molti obiettivi di governo e che ha fallito i traguardi del suo semestre di
presidenza europea, appare sempre più truce e triste, dietro lo smagliante falso
sorriso. Pensa al potere che potrebbe sfuggirgli, ai guai che potrebbero venir
dopo, al tempo che intanto fa lento e implacabile il suo corso. I vecchi, quando
invecchiano male, fanno pena. E non riuscir a cominciar ad aprirsi alla
prospettiva di avviarsi sul Viale del Tramonto, l'ostinarsi a voler tenere
insieme tutto fingendo di credere che sia per sempre, è penoso. Quel che mi
sentirei di augurargli, ora, non sarebbe un nuovo successo e nemmeno una nuova
vittoria: sarebbe il recupero dell'equilibrio interiore, della serenità. Anche
gli impolitici che si ostinano a far politica ne hanno bisogno. Loro più di
altri. Franco Cardini

|