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febbraio 20, 2004

Ispo: Italiani, troppe tasse ma la protesta è in calo


 


Insoddisfatti dall’ 85 al 70% in otto anni, più diffusi nel Nord- Ovest
Diminuisce anche chi considera iniqua la distribuzione delle imposte

 di RENATO MANNHEIMER


La maggioranza degli italiani trova, ancora oggi, eccessiva la pressione fiscale ( nonostante si sia cercato di attenuare la naturale predisposizione in questo senso, sottolineando nel quesito come le tasse servano a finanziare la sanità, le pensioni, l’istruzione, ecc.). Il giudizio è condiviso da tutte le categorie sociali, con una significativa accentuazione tra i pensionati. Contrariamente ad altre tematiche, l’atteggiamento è pressoché eguale tra gli elettori di tutti i partiti.
Ma la protesta fiscale sembra avere subito una attenuazione negli ultimi anni. Dall’ 85% di insoddisfatti nel 1996 si passa oggi al 70%. Di converso, è cresciuta — più che raddoppiandosi — la quota di chi esprime una indecisione, sostenendo che le tasse non sono « né alte né basse » o rispondendo « non so » . Un andamento analogo è assunto dal giudizio sulla distribuzione delle tasse tra i cittadini. La maggioranza assoluta la ritiene iniqua. Con una accentuazione nel centrosinistra, cui corrisponde una maggiore presenza di « non so » tra gli elettori della Casa delle Libertà. Ma la diffusione è, anche in questo caso, calata negli ultimi anni. Senza portare ad un incremento di chi ritiene che la distribuzione sia « giusta » , ma, come nel caso precedente, accentuando la più neutrale risposta « non so » .
Un’ultima indicazione proviene dai giudizi sull’equità tra tasse pagate e prestazioni ricevute. La maggioranza assoluta ritiene di ricevere meno benefici rispetto alle tasse che paga.
Ma, ancora una volta, è calata la numerosità di chi ha questa opinione, con un incremento sia delle risposte « non so » , sia di chi ritiene di ottenere una quantità di servizi proporzionale alle tasse versate. Quest’ultima opinione è condivisa dal 12%, in particolare tra le classi di età estreme ( giovanissimi e anziani) e — la cosa può sembrare curiosa — tra chi dichiara di voler votare il partito radicale. Ma in generale risultano, anche in questo caso, lievemente più soddisfatti i votanti per il centrodestra, ove quasi uno su cinque ritiene di ricevere benefici almeno in proporzione alle tasse pagate.
Dall’insieme delle risposte, è possibile tracciare un identikit dell’ « insoddisfatto fiscale » . Lo è « estremamente » il 16% dei cittadini e « molto » un altro 34%. Insomma, almeno metà degli italiani vive un rapporto fortemente conflittuale con l’imposizione fiscale. Con una maggiore presenza nel Nord- Ovest e una ancora maggiore tra i pensionati. L’atteggiamento critico si distribuisce in maniera non tanto diversa tra le varie forze politiche, a destra come a sinistra, con punte di più acceso scontento tra chi vota An, Lega e, specialmente, Rifondazione comunista.
Malgrado questo orientamento, una quota rilevante — e, quel che è più significativo, accresciutasi nel tempo — di cittadini propone uno Stato sociale che intervenga in un’ampia gamma di servizi gratuiti o quasi per tutti. Ma la maggioranza, come nel passato, preferisce uno Stato sociale « leggero » , che finanzi un ambito limitato di settori. È, ancora una volta, una opinione più diffusa nel centrodestra. Ma anche tra gli elettori del centrosinistra ( e perfino tra quelli di Rifondazione comun i s t a ) l a maggioranza opta per lo Stato sociale « leggero » . Salvo poi, come nota Ferrera, protestare vivacemente — nell’elettorato di destra come in quello di sinistra — non appena si fanno passi concreti in questa direzione e si viene a toccare qualche interesse o vantaggio che si dava per scontato o acquisito per sempre.
Ma se si resta al livello della mera opinione, questi dati confermano che il tema della protesta fiscale costituisce una  issue  assai popolare e, al tempo stesso, « facile » . Capace di raccogliere consensi « trasversali » in occasione delle elezioni e, specialmente, di mobilitare gli indecisi. Insomma, chi, a torto o a ragione, « cavalca » la questione fiscale ha più
chance  di vincere le elezioni. Non a caso, essa fu subito assunta come propria e posta al centro della campagna della Casa delle Libertà nel 2001, favorendone largamente la vittoria. E, non a caso, è stata riproposta in modo eclatante dal presidente del Consiglio proprio in questi giorni.
I più scontenti sono gli elettori che dichiarano di aver votato Rifondazione comunista, poi quelli della Lega Nord e di Alleanza nazionale Rispetto al 1996 raddoppia la quota di popolazione indecisa che considera i tributi né eccessivi né bassi rispetto ai servizi pubblici

L’ANALISI

 

 

 

L’avversione al fisco rimane molto elevata: inferiore il dato europeo

 


di MAURIZIO FERRERA
Le tasse sono davvero troppo alte in Italia? Il sondaggio
Corriere- Ispo  lo ha chiesto direttamente ai contribuenti. Ne sono emerse tre preziose indicazioni: 1) il livello di insoddisfazione fiscale è elevato; 2) l’insoddisfazione è collegata a valutazioni negative sulla distribuzione del prelievo e sul rapporto tasse/ benefici; 3) rispetto a otto anni fa, l’insoddisfazione è tuttavia significativamente calata.
Per interpretare correttamente queste indicazioni conviene partire dalla tendenza di cambiamento. Nell’inverno del 1996 ( a Palazzo Chigi c’era Dini) lo scontento fiscale raggiunse un vero e proprio picco. Si era nel mezzo del burrascoso viaggio verso l’euro, in meno di dieci anni la pressione tributaria era cresciuta di molti punti percentuali. Sospinta dalla Lega, l’onda antistatalista stava investendo il nostro sistema politico, fortemente delegittimato dagli scandali di Tangentopoli.
Rispetto a quel periodo, lo scenario appare oggi nettamente migliorato: l’insoddisfazione è diminuita sia di livello sia di intensità.
Ma la fotografia del presente conferma che il rapporto fra italiani e fisco resta molto problematico. Quasi tutti i Paesi europei registrano oggi tassi elevati di insoddisfazione fiscale: i livelli italiani sono però decisamente fuori norma. Ciò riflette in parte un tratto profondo della cultura politica nazionale: la sfiducia nello Stato, la percezione delle imposte come « sottrazione » piuttosto che come contributo a un qualche « tesoro comune » — come avviene nell’Europa del Nord. Ma il fenomeno riflette anche elementi più di superficie, che si potrebbero cambiare e che invece non cambiano: un’amministrazione tributaria ( e pubblica in generale) rigida e opaca, la bassa efficienza dei servizi pubblici, l’iniqua distribuzione del carico fiscale fra categorie.
E’ interessante notare come lo scontento tenda a salire fra i lavoratori dipendenti, i pensionati e chi vive nel Nord- Ovest: dati che riflettono probabilmente quell’impoverimento del ceto medio- basso a reddito fisso, denunciato dalle inchieste del

Corriere  e poi documentato da molte statistiche.
Due terzi circa degli intervistati, poco meno che nel 1996, dicono di preferire uno stato sociale più « leggero » , che garantisca alcuni servizi di base irrinunciabili e lasci libertà di scelta ( e presumibilmente onere di finanziamento) al di sopra di questo zoccolo di base. C’è da fidarsi di questa indicazione? A giudicare dalle proteste che esplodono ogni volta che si cerca di sfoltire un po’ le tutele pubbliche, non si direbbe proprio. E’ però possibile che il problema non stia nell’attendibilità dei dati, ma nella scarsa capacità tanto del governo quanto dell’opposizione di trasformare questa generica disponibilità al cambiamento da parte dei cittadini in proposte convincenti sotto il profilo dell’efficienza e dell’equità.
Riconfigurare il
 welfare  è socialmente possibile, sembrano dirci i dati: serve però un’offerta politica più seria e coraggiosa.

 

Corriere della Sera - 20/02/2004



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