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febbraio 19, 2004

Sciopero delle toghe: italiani divisi


 

 

Barometro Ipsos/ La maggioranza non apprezza la riforma ma ne conosce poco i contenuti

 

di NANDO PAGNONCELLI

IL TEMA della riforma della giustizia è uno dei capisaldi del programma di governo ed è al centro delle attenzioni del presidente del Consiglio, che tratta frequentemente questo argomento. Recentemente il Senato ha approvato il progetto di riforma. I magistrati hanno reagito proclamando uno sciopero, evento del tutto eccezionale nella storia del nostro paese. In che misura gli italiani sono coinvolti dal problema? Come giudicano la riforma e lo sciopero?
Il coinvolgimento, come potevamo aspettarci, è piuttosto basso. Sappiamo che gli italiani, in linea di massima, sono presi da altri problemi. Solo il 5% degli intervistati infatti si dichiara ben informato sulla questione, il 29% ne ha una conoscenza piuttosto generica, il 32% ne ha solo sentito parlare, il 34% non la conosce affatto.
Nella lettura dei nostri dati dovremo quindi sempre tener presente che stiamo parlando con persone in generale assai poco informate. Il tema principe che viene continuamente reiterato dal presidente del Consiglio e dal suo ministro è quello della separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici.
Qui le opinioni sono equamente suddivise: 36% d'accordo, altrettanti contrari. Ma il corollario di questa proposta, l'assoggettamento dei magistrati all'esecutivo, viene radicalmente respinto: il 68% è contrario e sostiene che i giudici hanno tutti i diritti di interpretare la legge che applicano. Solo il 12% pensa che sia la politica a dettare la corretta interpretazione delle leggi che emana.
Le posizioni sembrano in linea con molti degli esperti della questione: la separazione delle carriere può forse essere affrontata, purché non si metta in discussione l'indipendenza dei poteri dello Stato. Check and balance, insomma.
L'altra spinosa questione è relativa all'impegno politico dei magistrati: è giusto vietare loro la possibilità di aderire a movimenti o partiti? Poco meno della metà degli italiani pensa di sì, per garantire la credibilità della magistratura, mentre il 36% pensa di no, perché non è giusto limitare la libertà di espressione di chicchessia.
Dopo essersi espressi sui due cardini della riforma, il giudizio generale sulla stessa è negativo: il 50% la giudica una proposta che non affronta i problemi e semmai limita l'indipendenza della magistratura, mentre solo il 25% confida nelle posizioni del governo e ritiene che la riforma miri a risolvere i problemi della giustizia e del suo rapporto con la politica.
L'ultimo tema affrontato è relativo allo sciopero preannunciato dalla magistratura. Il 60% degli intervistati sapeva della decisione di scioperare. E la maggioranza netta, sia pur con sfumature diverse, approva o comprende questa scelta. Il 30% infatti la ritiene una scelta necessaria, il 33% la condivide, pur ritenendola una decisione eccessiva. Solo il 27% la ritiene del tutto sbagliata.
In sostanza, pur nel quadro di un livello di informazione piuttosto limitato, gli italiani sono disponibili a ragionare sulla separazione delle carriere ma bocciano una riforma che sembra loro eccessivamente mirata a rafforzare i poteri dell'esecutivo spezzando l'equilibrio su cui si basa il nostro Stato, e solidarizzano (anche qui con qualche dubbio) con i magistrati.
Come si differenziano queste posizioni? Innanzitutto, naturalmente, in relazione al comportamento elettorale. Ma se gli elettori dell'Ulivo bocciano senza riserve la riforma (il 72% è contrario), gli elettori della Casa delle Libertà non sono altrettanto decisi nel sostenerla. Solo il 41% la ritiene infatti una riforma giusta, mentre il 36% la boccia. Una vittoria di misura nello stesso elettorato che sostiene il governo.
Le difficoltà sono poi più evidenti proprio tra gli elettori di Forza Italia, dove prevale la bocciatura (38% contro 35% che la approva). Solo gli elettori di An fanno prevalere decisamente l'approvazione (58%). Un ulteriore segnale delle difficoltà di comunicazione dell'esecutivo anche con il proprio elettorato.



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