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febbraio 17, 2004
Perché per la prima volta in dieci anni il centrosinistra stavolta parte in vantaggio


FUSION. LA «MEGLIO EREDITÀ» DI COMUNISTI, DEMOCRISTIANI E SOCIALISTI

DI MAURO CALISE

Perché per la prima volta in dieci anni il centrosinistra stavolta parte in vantaggio

Per vincere deve strappare l’orgoglio nazionale a Berlusconi e trovare un codice di comunicazione

E’ la prima volta, in dieci anni, che il centrosinistra parte in vantaggio. Sul terreno strategico: non di chi fa la voce più grossa, ma di chi ha il partito più grande. La sfida è appena cominciata, ci sono ancora cento trabocchetti. E la prova fatale delle urne. Ma la scommessa, e la posta, è sul tavolo: conquistare, consolidare un terzo dell’elettorato. E farlo mettendo insieme le risorse dei tre grandi partiti storici della democrazia italiana. Comunisti, democristiani, socialisti: i nomi oggi sono cambiati, ma l’eredità - e l’orgoglio - sono quelli. E’ questa la portata dell’evento, il fuoco da attraversare. Solo se si usano parole chiare, risulta chiara l’entità dei processi che sono stati messi in moto. Ulivo, Quercia, Margherita: benvenute siano le metafore botaniche che aiutano a indorare la pillola. Ma guai a dimenticarci che stiamo ingurgitando, rimasticando e ricreando mezzo secolo di storia italiana.Alla faccia di ogni nuovismo di assalto, questo soggetto politico in fieri viene da molto lontano.E andrà lontano, a patto di non rinnegare le sue origini.

Il duello con Berlusconi si inquadra in questa prospettiva lunga. Attenzione a non farsi risucchiare dai clamori della politica spettacolo, cadere nella trappola mediatica della competizione personale e dello scontro totale. Su questo fronte, abbiamo già dato. Abbiamo già, sonoramente, sbagliato. La mossa più lungimirante - e vincente - nell’arco dell’Ulivo, consiste nel mirare altrove. Nello sparigliare le carte truccate del Cavaliere. Cambiare gioco, modificare i codici di trasmissione con l’elettorato. Guardare verso il futuro, ma senza dimenticare il passato. Calibrando bene tre frecce, tre direzioni di marcia.

La prima freccia è l’orgoglio nazionale. Lo dico con una battuta al vetriolo: bisognerebbe strappare a Berlusconi l’intestazione del suo partito. Restituire al paese il simbolo più prezioso, il suo nome.La sua identità. I partiti che hanno fatto l’Italia sono i partiti del centrosinistra. L’hanno ricostruita dalle macerie del totalitarismo fascista, hanno innalzato - mattone su mattone - l’edificio della democrazia italiana. Socialisti, democristiani, comunisti: per cinquant’anni queste tre ideologie hanno forgiato il destino del paese. Oggi devono reinterpretarlo, rilanciarlo. Rilegittimarlo. Cominciando a riappropriarsi del nome. Sullo stendardo di Berlusconi, l’Italia è diventata una sigla, uno spot commerciale, un match calcistico. Nella bandiera dell’Ulivo bisognerà, prima o poi, recuperare il messaggio che va al cuore di ogni cittadino: che siamo noi a rappresentare l’Italia.

La seconda freccia è il ritorno dello Stato. Lo Stato come protezione personale e regolamentazione sociale. Certezza del diritto e welfare. Berlusconi ha puntato tutto sul mercato. Sembrava un’ideologia irresistibile, e la sinistra è stata tentata a più riprese di strizzarle l’occhio. Ma sono bastati due anni per capire che la privatizzazione selvaggia è solo un paravento per curare l’orticello dei propri interessi. E il vento dell’opinione pubblica è cambiato. Da molti mesi il quadro dei sondaggi registra un drastico mutamento di rotta. Il mito del fai-da-te si è sgonfiato, al posto dello yuppismo rampante torna un bisogno di solidarietà. Si ricomincia, dopo dieci anni, a parlare bene del welfare. E’ la Campania di Bassolino, una regione governata da tutto il centrosinistra, che vara in questi giorni una leggesimbolo sul reddito di cittadinanza. Finalmente - direbbe Moretti - la sinistra che fa una cosa di sinistra.

Dopo un lungo ripiegamento su se stesso, l’individuo è tornato a cercare forme di identità collettive.Ancoraggi istituzionali. E questo proprio mentre il Polo sta sfasciando ciò che resta dell’ordinamento statale, facendo a pezzi il cuore del sistema, l’architrave costituzionale. Il risultato è che per la prima volta in dieci anni Berlusconi perde consensi. Non per difficoltà congiunturali, ma per uno scollamento strutturale con il sentimento del paese. Il Grande Comunicatore non sta solo dilapidando voti, sta smarrendo la bussola. Anche se - come segnala Mannheimer - questo calo del centrodestra non è ancora un travaso nel centrosinistra. Come mai la delusione di una fetta consistente dell’elettorato del Polo non riesce a trasformarsi in adesione ad una nuova bandiera?

La terza freccia, quella decisiva, che oggi manca all’arco dell’Ulivo è la freccia della comunicazione. Non si tratta di un problema di mezzi, ma di una questione di sostanza. Nella società in cui viviamo, comunicare non è più una delle forme della vita di relazione, è diventata forma di vita. Il mezzo è diventato il messaggio. Per questo Berlusconi è riuscito, nel giro di pochi mesi, a trasformare un imprenditore di successo nello specchio di un terzo degli italiani. Per questa stessa ragione il suo declino personale, individuale sta diventando il disorientamento e il disincanto di una massa crescente di elettori. Ma alla ricetta di Berlusconi, fino ad oggi, l’Ulivo non è riuscito a contrapporre una sua formula di comunicazione. Un codice di relazione con il pubblico che coincidesse col suo messaggio politico. Questo codice è il gioco di squadra, la leadership collettiva con cui combattere il Cavaliere solitario. Pluralismo contro autoritarismo. Diversità e sinergia di culture contro il monolitismo del comando. Non la sfida di un leader contro leader. Ma un leader solo contro una squadra di leader. La convention per la lista unitaria, forse, è la svolta in questa direzione. I partiti che si mettono insieme non sono il seguito di un Grande Capo, sono strutture organizzate pesanti, con radici sul territorio e una classe di professionisti politici. E’ giusto dire che oggi non nasce ancora un nuovo partito. Ma è altrettanto giusto enfatizzare che la storia secolare di quattro partiti sta trovando una forma inedita di confluenza e coesistenza. Romano Prodi è il nume tutelare di questa unificazione. Ma la sua forza è una forza collettiva.



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