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febbraio 17, 2004 Coppi, Panetta e quelle fughe partite da lontano
SONDAGGI. DI ROBERTO WEBER
Son partiti presto, dannatamente presto quelli
del centro sinistra e finiranno per scoppiare
Una volta Coppi alla Sanremo del 1946 se ne
andò sul Turchino, a 135 chilometri dal traguardo.
Arrivò da solo. Panetta ai mondiali dell’84 sui tremila
siepi, partì a due chilometri dal traguardo.
Vinse d’un soffio. Nei campionati regionali del ’71
nei 1000 metri, il vostro umile scrivente prese il largo
a metà gara. Fu infilato ai 995 metri da un gambe
storte con il torace da passero.
Perché si parte da lontano, perché non ci si rincantuccia
nel fondo aspettando il rettilineo finale?
Per tre o quattro motivi fondamentali. Perché
uno è un fuoriclasse - è il caso di Coppi - e qualcosa
di divino o forse un intenso bisogno di solitudine, lo
spingono a cercare quel lungo volo. Perché uno è un
grande atleta, ma non un campione - è il caso di Panetta
-,teme giustamente gli arrivi affollati e se la gioca
(con la determinazione del fuoriclasse però). Perché
uno sa di essere perdente in volata - è il caso dello
scrivente - quali che siano gli avversari e allora almeno
li fa soffrire, li tiene sotto pressione.
Quale che sia la ragione,
partire da lontano
comporta solitudine
- in una dimensione
spazio temporale dilatata,
priva di coordinate
certe - forza e una sottile
capacità di prendersi
dei rischi, statisticamente
infatti sono poche
le fughe che vanno
a segno. In ogni caso andarsene quando il traguardo
è lontano, presuppone la consapevolezza
di un’incrinatura, di un punto debole.
Vista in
questa luce l’operazione della Lista Unitaria avviata
da Prodi, D’Alema, Fassino e, con qualche
leggera esitazione, dal rientrante Rutelli, ha il sapore
di una presa di coscienza (ci auguriamo definitiva):
il centro sinistra è più debole del suo
avversario sotto il profilo valoriale (comunque
“gli altri” hanno una più forte capacità di incidere
e interpretare il senso profondo del paese); il
centro sinistra è tendenzialmente inferiore per
numero di voti potenziali; il centro sinistra infine
è nettamente inferiore per quantità di risorse
economiche e di comunicazione (caduto il bastione
Rai, il rapporto è almeno di 10 a 1).
Ciò detto la confezione del nuovo involucro
politico è il primo elemento di novità sul mercato
elettorale dalla nascita di Forza Italia: è inclusivo
(sembra riuscire a offrire asilo ai pentiti potenziali
del centro destra), opera su un piano di
semplificazione (gradita all’intero elettorato), si
nutre della distanza del suo leader (Prodi irradia
senza usurarsi nel quotidiano), salda anime anticamente
divise e distinte, sul terreno di una risposta
riformista (o presunta tale).
Tutto ciò sembra aver accelerato le dinamiche
di scambio fra i due schieramenti: per tre
elettori del centro sinistra che muovono dall’altra
parte, ce ne sono dieci del centro destra che
compiono il movimento opposto, il tasso di
astensione al centro sinistra è ai suoi minimi storici
(2,5%), quello nel centro destra sfiora il 6%.
I sondaggi - è noto - sono insondabili: suggeriscono
più di ciò che rivelano, spiegano meno
di quanto evocano.
Tuttavia di una cosa si
può essere ragionevolmente certi: il centro sinistra
è oggi in vantaggio sul centro destra e
con un margine piuttosto netto.
Il problema a questo punto è capire se e quanto
il centro-destra può recuperare da oggi alle elezioni
e se basti la reclame oppure ci sia bisogno di altro.
Da oggi diventa una lunga corsa a cronometro
sapendo che ciò che uno dei due perde
si trasferisce all’altro e quindi che ogni
punto perso vale il doppio. Mettiamo che la
situazione sia di 49 a 44 per il centro sinistra:
se le forze dell’Ulivo perdono un punto scendono
a 48 e la Cdl sale al 45, se ne perdono
un altro, sono pressoché pari. Insomma è come
scendere dal Turchino a ottanta all’ora.
Chi prende male le curve paga.

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