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di NANDO PAGNONCELLI
L'euro è nell'occhio del ciclone: molti lo accusano di essere responsabile dell'inflazione, altri lo difendono quale salvatore delle sorti finanziarie del Paese che altrimenti sarebbe in una situazione insostenibile. Qualunque sia la posizione giusta, senza dubbio gli italiani debbono fare i conti con la crescita dei prezzi gestendo le spese quotidiane con una nuova moneta cui non si sono forse ancora del tutto abituati. Pesa senza dubbio il fatto che usiamo monete anche di valore non inconsistente, quando fino a poco fa eravamo abituati a considerare senza importanza le monetine che avevamo. Pesa anche l'assenza o quasi degli zeri: 100.000 lire ci sembravano una cifra non disprezzabile, 50 euro a prima vista sembrano poca cosa. In questa situazione quali sono le reazioni degli italiani, quali le tattiche di sopravvivenza? L'euro ci ha deluso. Eravamo partiti con entusiasmo pochi anni fa, convinti che l'ingresso voluto con tutte le forze nella nuova moneta europea avrebbe portato grandi benefici alla situazione finanziaria del Paese. Questo forse è vero, ma non avevamo fatto i conti con la quotidianità. Oggi una percentuale rilevantissima di italiani è delusa dell'euro: ben il 56% è insoddisfatto, il 14% è piuttosto insoddisfatto. Ma gli effetti perversi dell'euro non sono forse da incolpare solo alla nuova moneta: della crescita dei prezzi sono considerati responsabili aziende e commercianti insieme dal 57% degli italiani, e ben il 29% addita come colpevoli esclusivamente i commercianti. Per far fronte alle difficoltà prodotte dall'aumento dei prezzi, gli italiani in massa stanno contraendo abitudini austere. Più di tre quarti delle famiglie fa più spesso di un tempo la spesa nei grandi magazzini e nei supermercati rinunciando ai negozi al dettaglio; oltre il 70% prima di entrare nel supermercato prepara una lista delle spese da fare, evitando così di farsi tentare dagli acquisti di impulso; due terzi aspetta la stagione dei saldi per l'acquisto di capi d'abbigliamento; il 60% segue i consigli del capo del governo e gira fra i negozi confrontando i prezzi prima di acquistare; infine oltre la metà fa più spesso acquisti negli hard discount o nei mercati rionali, rinunciando al prodotto di marca. Questo comportamento è più rilevante verso fine mese, quando i soldi cominciano a scarseggiare: quasi un terzo delle famiglie si è trovato costretto a frequentare mercati e discount proprio in quei periodi. A porre freno all'inflazione sono chiamate le istituzioni pubbliche, governo, amministrazioni locali, autorità di garanzia, cui viene chiesto un controllo più efficace dei prezzi. Meno fiducia riscuotono le associazioni dei commercianti, cui solo il 15% si affida per evitare speculazioni. Solo il 9% infine ritiene che dovrebbero essere responsabili di controllare i prezzi, scegliendo il negozio meno caro. Insomma, come abbiamo visto, le massaie si dannano alla ricerca del prezzo più basso, ma non sono assolutamente convinte che questa fatica conterrà l'inflazione. Se poi oggi si votasse un referendum per reintrodurre la lira, l'euro vincerebbe di misura: il 49% sosterrebbe la nuova moneta, il 45% rivorrebbe la lira. Su questo tema la spaccatura è netta: le persone scolarizzate, i ceti medi, gli studenti voterebbero in massa per l'euro. Fra chi ha la laurea la nuova moneta raccoglie il consenso dell'85%, 70% tra impiegati e insegnanti, 65% tra gli studenti. Viceversa la lira stravince tra i ceti più popolari: casalinghe e operai, ma anche commercianti e artigiani. Ancora, il Nord schierato per l'euro, il Sud per la lira. Altrettanto evidente la divisione per comportamento elettorale: l'Ulivo nettamente per l'euro, la Casa delle Libertà assai più propensa alla lira. Inutile dire che tra gli elettori leghisti si arriva al livello massimo di sostegno della lira: 82%. In questo caso conta anche il sentimento fortemente antieuropeo che pervade questi elettori.
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