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 ISTITUTI DI SONDAGGIO

 ISAE: Clima di fiducia dei consumatori
NEWS
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febbraio 6, 2004
Carovita, per tre italiani su quattro i prezzi corrono più dei dati Ista
febbraio 6, 2004
di
RENATO MANNHEIMER
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- Nel dibattito in corso sull'attendibilità
degli indicatori - statistici e non - della situazione economico-sociale del
Paese, si fronteggiano raffigurazioni anche molto divergenti. C'è chi continua a
rilevare un incremento tumultuoso dei prezzi e, di conseguenza, un accrescersi
delle difficoltà che molte persone si troverebbero a fronteggiare. E chi
descrive invece una situazione assai più tranquilla e in certi casi addirittura
un trend di sviluppo e benessere. Se si trattasse di normali disparità di vedute
non ci sarebbe nulla di strano. Ma ha suscitato qualche perplessità il fatto che
per avvalorare entrambe le ipotesi si presentino tabelle, indici, ecc.,
sottolineandone il carattere scientifico e obiettivo. Per orientarsi, è utile
distinguere gli indicatori di fenomeni, per così dire, «oggettivi», da quelli
che rilevano percezioni, sensazioni o giudizi «soggettivi». Si tratta di una
semplificazione, perché spesso le dimensioni «oggettiva» e «soggettiva» si
contaminano e influenzano reciprocamente. Ma è utile perché spiega come mai nel
caso dei prezzi, ad esempio, l'inflazione calcolata sulla base di rilevazioni
nei punti vendita divergesse sensibilmente dalla sensazione presente nel
consumatore finale.
Nell'ambito delle rilevazioni «oggettive» non c'è dubbio
che la metodologia adottata dall'Istat sia assai accurata e sperimentata.
Rispetto ad altre analisi cui è stata contrapposta (ad esempio quelle di
Eurispes che, tuttavia, non può probabilmente contare sulla capillarità e la
continuità delle rilevazioni Istat) ha, come è stato sottolineato, il limite (o
la necessità) di presentare quasi solo dati medi. Che hanno però effetti diversi
nelle varie fasce di famiglie: uno stesso aumento di prezzi porta conseguenze
differenti secondo il livello del reddito. Anche per questo è importante -
ma trascurato anche nel dibattito di questi giorni - studiare la percezione
soggettiva dei fenomeni economici. Non solo per i suoi effetti sugli
orientamenti politici ed elettorali. Ma anche perché lo stesso comportamento
economico «reale», specie per ciò che riguarda la sfera dei consumi, è - gli
economisti lo sanno da tempo - tutt’altro che «razionale» e dipende in larga
misura da sensazioni, credenze, addirittura passioni. Al di là del dato
«reale» dell'inflazione, colpisce dunque il fatto che, secondo tre italiani su
quattro, i prezzi siano aumentati «molto» o «moltissimo». Contrariamente al
solito, nessun intervistato risponde «non so», segno che si tratta di tematiche
che coinvolgono davvero tutti. Naturalmente, il significato attribuito a «molto»
o «moltissimo» varia da persona a persona: non a caso dichiarano più
frequentemente che i prezzi sono aumentati «moltissimo» gli strati più deboli:
le donne (in particolare casalinghe), gli anziani (in particolare pensionati), i
possessori di titoli di studio meno elevati. Tra costoro, come già si è
documentato, l'inflazione «percepita» supera il 4%. E ci si aspetta che cresca
ancora: in misura «rilevante» per l'11% della popolazione. Ma per il 26% dei
pensionati e il 28% dei possessori di sola licenza elementare, a fronte del 7%
tra i laureati. Alla percezione di aumento dei prezzi corrisponde quella di
riduzione dei consumi. Ancora una volta, il fatto che i cittadini dichiarino una
contrazione delle loro spese non misura necessariamente la sua entità «reale».
Ma rimane significativo che quasi tre italiani su quattro (erano poco meno del
60% sei mesi fa) dichiarino di aver ridotto i loro acquisti nell'ultimo periodo.
Ancora una volta, si tratta in misura maggiore di donne, anziani e giovanissimi,
persone con basso titolo di studio, pensionati, e, specialmente, disoccupati. In
particolare residenti al sud, specie nei centri maggiori. Di chi è la colpa
di tutto questo? La convinzione popolare, a torto o a ragione, è che la
responsabilità maggiore sia dell'euro. Lo pensano in particolare le categorie
più «colpite» dall'inflazione. Mentre sono di parere opposto i laureati, che in
maggioranza «assolvono» la moneta unica. E' un dato che si presta ad una duplice
interpretazione. Da un lato, oggettivamente essi sono forse più in grado di
conoscere e valutare tutti i dati necessari per misurare il reale impatto
dell'euro. Ma dall'altro, dal punto di vista «soggettivo», essi sono, al tempo
stesso, probabilmente colpiti in modo meno drammatico dall'aumento dei prezzi.
A questo punto, si tratta di intervenire e, se possibile, arrestare
l'incremento dei prezzi, reale o percepito che sia. Chi deve farlo? Secondo la
maggioranza, è compito prioritario delle istituzioni: in primo luogo lo Stato e,
in misura minore, gli enti locali. Naturalmente anche le associazioni dei
consumatori e i singoli cittadini, specie coloro che si recano quotidianamente a
fare la spesa, devono fare la loro parte. Ma solo il 10% degli italiani ritiene
che a questi ultimi spetti «principalmente» la vigilanza sull'aumento dei
prezzi. Ci si aspetta dunque che intervengano più decisamente le
istituzioni. In fondo, molte delle percezioni e delle preoccupazioni
soggettive sullo stato dell'economia sono anche l'indice di una crisi di fiducia
nei confronti di queste ultime. Che è opportuno non sottovalutare e che è
incentivata in questo stesso periodo da molti altri episodi di varia natura. E
alla quale, come continua a ricordare Ciampi, occorrerebbe reagire con
decisione.

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