|
È come vi
fossero due Italie. Due diverse verità. Due diversi modi di guardare e di
leggere la realtà. Due diversi piani di confronto e di scontro politico. Due
mondi che faticano a comunicare. L´Italia che viviamo e quella che vediamo.
L´Italia media e quella dei media. L´Italia che sperimentiamo e quella che ci
viene narrata. Due storie diverse. Due vite parallele. E lontane. Il mondo della
vita e dell´esperienza quotidiana appare attraversato da inquietudini crescenti.
Collegate al reddito, alla sicurezza, alle pensioni, ai prezzi, alle insidie per
i risparmiatori e all´impossibilità di risparmiare, all´impoverimento della
media sociale. All´economia che non marcia. Alle grandi imprese che si scoprono
gusci vuoti. Preme, la vita con i suoi problemi. Con le sue trappole, disposte
lungo il percorso quotidiano delle persone.
Le due Italie così lontane
Eppure,
sui media passa un altro film. Un´altra Italia. Dalle tinte pastello. Effetto
flou. Eppure, mentre emerge una "questione sociale", che non riguarda più solo
gli immigrati, il centro del dibattito politico è occupato dalla "questione
mediatica". Mai come in queste ultime settimane, in questi ultimi mesi sui media
si è polemizzato così tanto a proposito dei media. Un gioco di specchi, in cui
gli occhi e la testa rischiano di perdersi. L´Italia virtuale. Non l´Italia
media, ma l´Italia dei media. I media. Non solo raccontano un´Italia diversa da
quella che incontriamo, ogni giorno, nella nostra vita in diretta. Ma, a loro
volta, sembra costituiscano l´unica, vera, piazza dove valga la pena di fare
politica. Scontrarsi. Per conquistarne anche un solo metro (o minuto di
trasmissione... ). D´altronde, per due anni si è parlato di riforma del
sistema radiotelevisivo. E nelle ultime settimane, dopo che il presidente Ciampi
ha rinviato alle Camere la legge Gasparri, le polemiche sull´argomento sono
riprese violente, fra le coalizioni. Ma anche fra i giornalisti e i dirigenti
Rai. Nell´ultima settimana, ad esempio, i giornalisti del Tg1 hanno
polemizzato apertamente con il direttore. La vicedirettrice si è "dissociata"
dalla conduzione del telegiornale. Lamentano che l´informazione sarebbe
addomesticata. Un regime di pluralismo limitato e vigilato. (Dove i residui
spazi di informazione sgradita sono definiti dal premier, ma solo per facezia,
«soviet»). L´opposizione, schiacciata, nei notiziari, come una fetta di
prosciutto in un panino. Perché ogni servizio politico è aperto da una voce
della maggioranza, seguito da un parere dell´opposizione, concluso da una figura
di governo. D´altronde, chi governa, in democrazia, deve avere sempre l´ultima
parola. Lamentano, i giornalisti televisivi (cui fa eco l´Usigrai), di essere
diventati dei «ripetitori». Al più, degli esperti di mixaggio, di servizi
preconfezionati. Visto che si limitano a montare immagini e interviste già
registrate. Degli addetti stampa. Di ministri e uomini politici. Lamentano
ancora, i giornalisti del Tg1, che la società, con i suoi problemi e con le sue
tensioni, è svanita. Sostituita dal costume, dagli stili di vita. Riscritta,
estetizzata. La nostra vita, la nostra realtà, narrate come un feuilleton.
Sottoposte a un lifting continuo, per ammorbidirne le rughe, suturarne le
ferite, cancellarne le cicatrici. La povertà, i conflitti sociali, le crisi
aziendali, le truffe ai danni dei risparmiatori. Tutto riassorbito, nei
telesalotti serali. Dove "nera" e "rosa" si contaminano. Dove siedono, vicino,
starlette e leader politici, chirurghi estetici e sindacalisti, grandi
imprenditori e cuochi. Dove i cuochi e le starlette parlano di politica, povertà
e fecondazione assistita; gli imprenditori, i chirurghi e soprattutto i leader
politici cantano, ballano. E soprattutto cucinano. È un´altra Italia. Dove si
celebra il culto della personalità. Anzitutto e al di là di ogni disegno
politico, perché i media, la televisione richiedono volti, persone. Parole
semplici. Slogan. Ed eventi epici. Un´arte di cui, senza possibilità di
paragone, è maestro il premier. Come ha dimostrato la convention di Fi, una
settimana fa. Esplosa dopo un mese di loquace silenzio. Il Palaeur colmo di
pubblico festante. Ministri, leader e sacerdoti politici in prima fila. A
celebrare il grande ritorno. Il leader ritrovato e rinnovato. Il lifting da
esibire, segno di cambiamento nella continuità. Il leader e il "suo" teatro, che
la televisione ha riprodotto e riverberato in diretta e in differita, in
versione integrale e per brani. Come un concerto rock. Mancavano solo gli
accendini. Ma tutto il resto c´era. Compreso il coinvolgimento del pubblico,
invitato ad accompagnare, con applausi e cori, il leader-cantautore. Un rito
preparato da specialisti della comunicazione. Dove l´emozione conta più delle
parole (peraltro le stesse di sempre. Magistrati, comunisti; magistrati
comunisti; risparmiatori, libertà, libertà, libertà. Nessuno le ricorda più.
Perché non serve. Basta ripetere all´infinito. Come un rap). Un evento ripreso
dalla troupe di fiducia. (Con gli operatori Rai tenuti a distanza. Da vicino
avrebbero potuto restituire le cicatrici del viso). D´altronde, è da anni che il
premier non affronta i giornalisti né tanto meno i leader di parte avversa
"senza rete". In conferenze stampa o dibattiti aperti. Ed è da anni, fin
dall´esordio, che la sua "comunicazione pubblica" è affidata agli specialisti e
ai tecnici del suo staff, delle "sue" reti. Due Italie. Distanti. Né c´è da
sperare che la tensione fra le due rappresentazioni si riduca. C´è, anzi, una
relazione stretta fra la drammatizzazione della vita quotidiana e la pressione
esercitata sui media. Non può permettersi, il premier, di rinunciare alla
politica come marketing e comunicazione. Proprio oggi. Che la realtà sociale ed
economica sfugge al disegno e alla narrazione che egli ne ha offerto, fin dal
suo avvento. Non può. Perché Berlusconi ha usato i media non tanto per "spostare
voti", ma per narrare alla "media sociale" una vicenda in cui potesse
riconoscersi e rispecchiarsi. Una storia di straordinaria normalità. L´uomo
venuto dal nulla, divenuto imprenditore di successo. In ogni campo.
Nell´edilizia come nella comunicazione e nello sport. In grado, per questo, di
trasformare anche l´azienda-Italia. Berlusconi. Oggi che l´azienda-Italia ha i
conti in rosso; che la "media sociale" - il suo elettorato: artigiani,
pensionati, casalinghe. massaie ? non crede più ai sogni e indulge alla
delusione. Proprio oggi. Non può, Berlusconi, lasciare che la vita reale prenda
il sopravvento sulla versione rosa offerta dalla televisione. Che la delusione
sociale dilaghi sugli schermi. Non può permetterselo. Berlusconi. Perché la
delusione erode il consenso elettorale di Fi. E perché la costruzione mediatica
gli permette di dare unità e coerenza a un partito e a una coalizione oggi in
fase dissociativa. Ha bisogno (lui, non gli avversari) di accreditare l´immagine
(falsa) del partito virtuale. Perché Fi non è un partito di plastica. È un
partito vero, con una base sociale ampia, sparsa nel contesto nazionale. Ma è
diviso. Per territorio, identità e interessi. Logiche organizzative. E il
discorso vale ? a maggior titolo ? per la coalizione. Anche per questo
Berlusconi ha bisogno di imporre la propria immagine, attraverso i media. Per
riassumere e ridurre le lacerazioni che si stanno producendo nella società;
nella "sua" organizzazione; nel "suo" partito. Nella "sua"
maggioranza. Tuttavia, non è solo Berlusconi, non è solo la maggioranza a
costruire il mito dell´Italia mediatica. Vi contribuisce, in misura ampia, il
centrosinistra. Che partecipa, da comprimario, alla spartizione degli incarichi
radiotelevisivi; presenzia, con i suoi leader massimi e minimi, ai telesalotti
(tanto che uno di loro si è vantato di non aver mai incontrato, di persona, un
suo elettore. Neppure per sbaglio). Oppure interpreta l´opposizione in stile
mediatico, in diretta concorrenza con radiozorri e telegabibbi. Convinto, il
centrosinistra, che la politica ormai si concentri nelle piazze mediatiche.
Anche se il rumore che giunge, sempre più forte, dalle piazze reali, dovrebbe
suscitare almeno qualche sospetto. Per questo è probabile che la
drammatizzazione dell´Italia mediale, invece di affievolirsi, cresca di
intensità. E raggiunga livelli estremi, nel corso della lunga stagione
elettorale, appena iniziata. E´ probabile, dunque, che l´Italia dell´esperienza
sia destinata ad allontanarsi ancora dall´Italia dell´evidenza. Fino a renderci
più strabici e schizofrenici. Tuttavia, abbiamo l´impressione, e qualcosa di
più, che questa dissociazione ? fra l´homo videns e l´homo vivens - non possa
durare troppo a lungo. Che, alla fine, la vita prenderà il sopravvento. E gli
occhi si sposteranno dallo schermo al mondo. Si è fatto troppo duro, il gioco,
per venire ridotto a un videogame. |