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gennaio 26, 2004
 Risparmio, crolla la fiducia
Risparmio, crolla la fiducia
gli italiani temono altri crac
E uno su cinque non riesce più a mettere nulla da parte
di FABIO BORDIGNON
Indagine Demos-Eurisko. Più difficile difendere i proprio soldi Per metà degli intervistati Parmalat non è un caso isolato
Non è una scossa circoscritta, quella che nelle ultime settimane sta producendo il crollo della Parmalat. Si tratta di un vero e proprio terremoto, le cui onde sismiche erodono la credibilità degli attori della produzione, scuotono il già pericolante edificio del consenso verso le istituzioni economiche e finanziarie. E i cittadini si sentono, così, sempre più indifesi nella protezione dei propri risparmi, incerti sulla stabilità economica della propria famiglia. È quanto emerge da un ampio sondaggio realizzato, nei giorni scorsi, da Demos-Eurisko per Repubblica.
Non sembra trovare credito, tra gli italiani, l'ipotesi che vorrebbe la vicenda Parmalat come caso unico e irripetibile, l'azienda di Collecchio come "mela marcia" del capitalismo italiano. Problemi come quelli vissuti dal gruppo Tanzi (o dalla Cirio), per quasi un cittadino su due (48%) riguardano molte altre aziende nel nostro paese; per il 18% addirittura la maggioranza. Una reazione ben più forte e decisa rispetto a quella dei cittadini Usa, un anno e mezzo fa, di fronte agli scandali Enron e WorldCom: "solo" il 31% degli americani vedeva, allora, tali episodi di gestione illecita come "rappresentativi" del mondo imprenditoriale statunitense.
L'onda di sfiducia alimentata dal crac Parmalat, peraltro, non investe le sole imprese, ma si estende ad altri soggetti appartenenti alla sfera economica. Il banco degli imputati indicato dai rispondenti si presenta affollatissimo: oltre ai dirigenti e alla proprietà, additati come responsabili da oltre otto persone su dieci, esso comprende le società di revisione contabile (82%), le banche (80%), la Banca d'Italia, la borsa e le società di intermediazione (59%), il governo attuale (60%), ma anche quello precedente (47%). Dei risultati che riflettono, almeno in parte, la confusione e il disorientamento di queste settimane, inseriti in uno scenario che vede, già da tempo, un grado di consenso basso (e declinante) verso i principali attori economici. Tra questi, solo i medi e piccoli imprenditori ottengono, oggi, la fiducia della maggioranza delle persone (55%). Le associazioni degli imprenditori si fermano al 24%, i titolari e i manager delle grandi aziende al 19-20%, le banche al 19%, per non parlare della borsa, vista con favore da appena il 9% del campione.
I fatti di questi giorni, in altre parole, non fanno che alimentare il senso di fluidità e imprevedibilità del mercato, terreno sempre più scivoloso per i risparmiatori. Per il 94% degli intervistati difendere (o valorizzare) i propri risparmi è diventato più difficile nel corso degli ultimi cinque anni, e per il 73% la situazione è ulteriormente degenerata negli ultimi dodici mesi. In condizioni di tale incertezza, solo il mercato immobiliare sembra offrire sufficienti garanzie per gli investimenti (77%). I fondi pensione si presentano come "seconda miglior scelta" per chi abbia dei soldi da impegnare (39%), mentre quote ancora inferiori considerano una "buona idea" altre forme di impiego del proprio denaro: sia quelle più tradizionali, come il conto corrente bancario (25%) e i titoli di stato (26%), sia le obbligazioni (15%) e i titoli azionari (8%), verso cui l'infatuazione di qualche tempo fa sembra lasciare spazio, oggi, ad un forte senso di diffidenza.
Del resto, complice la difficile congiuntura economica e l'andamento al rialzo dei prezzi, le quote di denaro che le persone riescono ad accantonare appaiono sempre più esigue. La famiglia dell'intervistato, in nove casi su dieci, risparmia meno soldi rispetto a cinque anni fa. Per oltre sette persone su dieci le difficoltà sono ulteriormente cresciute nell'ultimo anno (72%). Di conseguenza, in molti percepiscono in declino la situazione economica del proprio nucleo familiare: il 38% nell'ultimo anno; addirittura il 53% nell'ultimo lustro. Per effetto di queste dinamiche, ben il 46% della popolazione considera la propria famiglia di classe sociale bassa o medio-bassa - settori in cui il senso di impoverimento appare particolarmente diffuso. Nessun intervistato (su un campione di mille) "osa" definirsi di classe alta: un dato sicuramente influenzato da ragioni di pudore e riservatezza, ma comunque significativo sul piano "statistico". Peraltro, i dati sugli investimenti effettuati negli ultimi anni sembrano corroborare l'ipotesi di una società sempre più in difficoltà nella gestione delle finanze individuali e familiari: il 23% delle persone non ha messo in atto, negli ultimi cinque anni, alcuna forma di investimento/difesa dei propri risparmi, un altro 28% si è limitato a tenere i soldi nel conto corrente bancario.
(25 gennaio 2004)


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