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gennaio 20, 2004
Quei democristiani rimasti senza la Dc
Quei democristiani rimasti senza la Dc
ILVO DIAMANTI
DIECI anni senza la Dc. Era il 18 gennaio 1994 quando la
Dc decideva di sciogliersi, trasformandosi nel Partito Popolare. Di guardare
avanti, affrontare il futuro, tornando al passato, alle origini. Mino Martinazzoli,
il segretario che traghettò il partito in quel passaggio difficile, parla di
una scelta obbligata. La Dc aveva perduto spinta ideale, capacità di governo.
Il suo ruolo storico, dopo la caduta del muro e la fine del "bipolarismo
internazionale" (la formula è di Gianfranco Pasquino), si era esaurito.
Doveva andare oltre l'anticomunismo. Non era più "condannata a governare
per forza". Tuttavia, qui non interessa ragionare sul perché (peraltro,
controverso e non ancora adeguatamente indagato), ma sul poi. Sui percorsi successivi.
SUL decennio trascorso senza il partito che aveva governato
per quasi cinquant'anni, identificando la sua traiettoria con la storia della
Repubblica. Bilanciando - e rendendo possibile - la presenza del maggior partito
comunista occidentale.
Dieci anni dopo la Dc: la casa non è crollata. Anche se i
lavori sono ancora in corso e l'assetto complessivo non sembra particolarmente
stabile.
Ma i giudizi e i sentimenti, al proposito, contrastano.
C'è chi afferma l'idea del passato che è passato. Sepolto.
La Dc, secondo questa ipotesi, non ha lasciato eredi. Soltanto epigoni, che
ribadiscono stancamente una tradizione, a loro sostanzialmente estranea. Lo
stesso Martinazzoli, con la penna intinta nel veleno, al proposito, appunta:
«Pensavo a un nuovo partito di cattolici democratici. Ma oggi vedo solo ex-democristiani».
Oppure, al contrario, c'è chi sostiene (i più) che il passato
non è passato. Forse la De non c'è più, ma si è comunque riprodotta. Ha fatto
i conti con i tempi nuovi; senza ideologie e senza fratture; una competizione
non più bloccata, ma aperta. Si è dispersa in mille rivoli, la Dc, come un fiume
interrotto da una rna. Ma, per questo, è ovunque. Attraverso formazioni che
ne rivendicano l'eredità, anche nel nome. O nuovi partiti, che ne affermano
la continuità. E mille ex, rientrati, poco a poco, in politica. Da destra a
sinistra, insistendo sul centro. Dal Nord al Sud.
Molti democristiani, molte De. Senza la Dc. E possibile questo
revival? E qualcuno, più degli altri, può esserne considerato protagonista?
Se valutiamo i flussi elettorali, pare difficile individuare
l'erede della Dc. Gli elettori democristiani si sono distribuiti nei due schieramenti,
preferendo il centrodestra al centrosinistra. Ma fra loro prevalgono l'incertezza,
l'instabilità. L'incidenza del voto ex-democristiano è più elevata nei partiti
che ne rivendicano la tradizione. L'Udc, la Margherita (per la presenza dei
Popolari). Ma, in termini assoluti, la quota maggiore di elettori ex-democristiani
dopo il 1994 si è orientata verso Forza Italia. In modo intermittente, però.
Vi sono, inoltre, componenti significative di elettori della Dc che, nella seconda
Repubblica, hanno scelto i Ds e An. E, soprattutto negli Anni 80 e nei primi
Anni 90, la Lega. Nessuno dei partiti e degli schieramenti attuali, peraltro,
propone il fondamento di valore che caratterizzò a lungo la DC. L'identità cattolica.
I cattolici praticanti manifestano un certo favore per il centrodestra. Ma in
misura limitata. E non al punto di farne un valore aggiunto (ricerca Itanes,
maggio 2001). D'altronde, la stessa Dc da tempo non era più il partito "dei"
cattolici, ma un partito "di" cattolici (la distinzione è di Arturo
Parisi). Una condizione necessaria per competere sul mercato elettorale a partire
dagli Anni 70. Da che i cattolici praticanti in Italia sono divenuti una minoranza.
Così, rivendicare l'eredità della Dc è divenuto difficile,
complicato. Per gli stessi partiti che si definiscono post o neodemocristiani.
I Popolari, oggi rannicchiati nella Margherita e domani chissà. Ma soprattutto
per l'Udc e l'Udeur-Alleanza Popolare, la formazione promossa di recente da
Mastella e da Martinazzoli. Perché la loro identità non ha lo stesso significato
del passato. Più che un legame ai valori della tradizione richiama uno "stile".
I democristiani si riconoscono e sono riconosciuti per senso delle istituzioni,
competenza nel "mestiere" politico. Sono politici di professione.
(Come gli ex-comunisti, d'altronde). E lo rivendicano, in un sistema politico
sorto all'insegna del nuovo e del dilettantismo. Evocano, i democristiani, il
valore della "moderazione", sostenuto da Follini nel dialogo con Paolo
Franchi pubblicato di recente (da Laterza). Moderazionecomemediazione. Centrismo.
Distanza dalle estreme e dagli estremismi. Vocazione per ricucire, concertare.
Ciò li porta, talora, a rifiutare il bipolarismo e il maggioritario. Che costringe
alla coabitazione fra antagonisti (la battuta è di Tabacci). Vivono con un certo
disagio, gli ex-democristiani, il maggioritario, ma soprattutto l'idea della
coalizione che si fa partito e logora definitivamente le antiche radici (una
minaccia denunciata con violenza, e senza pause, da Cossiga).
Tuttavia, rispetto alla vecchia Dc, i partiti neodc presentano
una piccola, significativa differenza. Il numero. Rendeva centrale la Dc non
solo in termini di "geometria" dello spazio politico. Ma perché "ancorava"
il sistema politico. Governava non solo per forza, ma anche "per la forza
dei numeri", conseguiti alle elezioni, che, con l'eccezione delle europee
del 1984, le garantirono il primato, nella prima Repubblica. Sempre.
Peraltro, l'unico soggetto politico che, nella seconda Repubblica,
abbia avvicinato, in alcune occasioni, la Dc, per peso e diffusione elettorale,
è Forza Italia. Nata, peraltro, in concomitanza con la fine della Dc. Dieci
anni fa. Coincidenze riproposte, spesso, su altri piani, ben più impegnativi.
Berlusconi ha sottolineato, anche di recente, come il suo ideale riferimento
sia De Gasperi. E Fi oggi aderisce al Partito Popolare Europeo, di cui costituisce
il soggetto politico italiano più importante. Tuttavia, la pretesa continuità
democristiana avanzata da Fi è opinabile. Certo, il flusso degli elettori ex-Dc
verso Fi è, come abbiamo detto, rilevante. Ma, la geografia elettorale è diversa.
Fi si afferma maggiormente dove la Dc si è imposta più tardi, dopo gli Anni
70. Nel Sud: in Campania, Puglia ma soprattutto in Sicilia. Mentre nel Nord
è più forte e stabile dove la Dc era meno radicata. A Milano, Pavia, Biella
e Vercelli. Ma non nelle tradizionali zone bianche, come il profondo Nord Est.
Dove è in concorrenza elettorale con la Lega. La vera erede delle radici bianche
del Nord. Non certo del linguaggio e della cultura politica democristiana.
Anche dal punto di vista organizzativo, Fi interpreta un
modello diverso. A differenza della Dc, ha scarsa diffusione associativa e soffre
alle elezioni amministrative, dove è importante disporre di strutture e leader
locali. Non a caso, gli ex -democristiani di Fi (Scajola in testa) più che sui
valori si distinguono per l'importanza attribuita a un partito strutturato sul
territorio. Come la vecchia Dc. Per il resto la distanza è profonda. Forza Italia-
sostiene un dirigente veneto di Fi in precedenza segretario di sezione della
Dc - è unpartito "materiale". Della Dc mantiene i numeri, gli elettori.
L'attenzione agli interessi. Ma non ai valori. Infine, la Dc era una confederazione
di localismi regolata in modo negoziale, contrattato. Mentre Fi è un arcipelago
di gruppi locali, diffusi in ambito nazionale, ma ha una sola figura, capace
di garantirle unità e immagine comune. Il leader. Da ciò l'instabilità elettorale
di Fi, rispetto alla DC.
Perché gli interessi, le opinioni, sono sicuramente meno
resistenti delle identità. E non basta, per richiamare la Dc, ribadire l'anticomunismo,
senza i comunisti. Mentre la fiducia di un leader, per quanto seduttivo, per
quanto capace di interpretare e condizionare i media, è necessariamente fluida.
Esposta ai venti dell'opinione pubblica.
Dieci anni senza Dc. Senza veri eredi. E senza le condizioni,
a nostro avviso, che ne permettano il riprodursi. Ma con una eredità imprevista:
la nostalgia. Diffusa. Anche fra coloro che, quando la Dc "c'era",
la avversarono in modo aspro. Sottende, la nostalgia, il ricordo delle buone
maniere, dei discorsi pronunciati sottovoce, sussurrati, in modo magari cifrato.
Contrapposto al confronto politico attuale, animato da insulti e grida. L'insoddisfazione
per la rinuncia agli ideali. Alle ideologie. Per la rinuncia alla mediazione,
in nome del conflitto. Per la "professionalità" nel governo centrale
e locale. La nostalgia. Più che il ritorno della Dc evoca la domanda di politica.
È nostalgia del futuro.

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