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gennaio 10, 2004
Italiani l'identità timida


la Repubblica 23-11-2003

Italiani l'identità timida

Si tende a considerare "apolidi" cittadini che sentono un forte orgoglio nazionale

ILVO DIAMANTI

LA SORPRESA di scoprirsi italiani. Di esibirne i simboli: i tricolori. Ai balconi, alle finestre. Ha spiazzato molti. Uomini politici, osservatori. Intellettuali. Cittadini. A chiedersi se all'improvviso, siamo diventata una nazione. Se per l'Italia la tragedia del 12 novembre del 2003 come l' 11 settembre per gli Usa abbia segnato una svolta. Spingendo nella penombra le nostre fratture e le nostre divisioni. Facendoci riconoscere figli, magar rissosi, di una patria comune ben interpretata dal presidente Carlo Azeglio Ciampi, che del tricolore ha fatto un simbolo personale, oltre che nazionale. Un sentimento che la stessa Chiesa, dopo tanto pacifismo, contribuisce ad alimentare (Eugenio Scalfari ha usato perii cardinal Ruini, che ha celebrato il rito funebre dei carabinieri vittime della strage l'immagine del "cappellano d'Italia"; Massimo Franco, sul Corriere della Sera, ha parlato di un "patriottismo cattolico ").

Questa insorgenza improvvisa di orgoglio italiano costituisce sicuramente un "fenomeno imprevisto", come marcava ieri Edmondo Berselli sulla Repubblica. Ma non si materializza nel nulla. Dal nulla. Nonostante la letteratura storica e sociologica tenda spesso a considerarli apolidi; nonostante la Legali definisca "inesistenti", oltre l'80% degli italiani, in tutte le indagini d'opinione, si dicono "orgogliosi" di essere tali. Un dato che, secondo gli indici di Eurobarometro, pongono l'Italia sopra alla media della UE. Non siamo diventati più italiani dopo il 12 novembre. La tragedia e il lutto semmai, hanno fornito al sentimento nazionale un'opportunità e un incentivo per rivelarsi.

CONVIENE, allora, cogliere l'occasione per riflettere ancora sul significato dell'identità italiana; ma anche sulla "nuova" propensionea manifestarla. Tutti si sono accorti del fiorire di tricolori, nelle città, all'indomani dell'attentato, in un crescendo che ha toccato il massimo il giorno delle esequie. Molti osservatori hanno interpretato questo fenomeno in alternativa alla diffusione delle bandiere arcobaleno, nel corso della lunga vigilia di guerra. Quasi che si trattasse di due modi diversi e contrastanti di percepire lo spirito e la missione nazionale. Il pacifismo di matrice cattolica e di sinistra opposto a una nuova fierezza.

Per capire meglio abbiamo frugato fra i dati di una ricerca di Demos, di prossima presentazione (la VI edizione dello studio su "Gli italiani e lo Stato"). Si basa su un sondaggio ancora a metà strada. Delle 1600 interviste previste ne sono state svolte circa 700. li campione è ancora parziale, privo di "correzioni" statistiche; non ne conosciamo la rappresentatività. Tuttavia, l'abbiamo interrogato egualmente, per trarne, con prudenza, qualche spunto, qualche indicazione circa l'effettiva diffusione e soprattutto l'effettiva contrapposìzione dei simboli: il tricolore e l'arcobaleno, dopo l'eccidio di Nassiriya. Ne abbiamo ricavato alcune informazioni interessanti. Anzitutto, sulla diffusione delle bandiere: circa un italiano su quattro (tra gli intervistati) afferma di avere esposto  la bandiera tricolore, oltre uno su tre quella arcobaleno (un po' più di quanto registrato dai sondaggi condotti nella scorsa primavera). Più di metà di coloro che avevano esposto il tricolore l'hanno già levato. Tanto che oggi, secondo le indicazioni (precarie) del nostro sondaggio, le bandiere arcobaleno sono tornate a prevalere.

Non dobbiamo dedurne, per riflesso condizionato, la maggiore diffusione del sentimento di pace contrapposto a quello nazionale. Possiamo, invece, cogliere in ciò anzitutto un suggerimento circa il diverso significato che assumono le bandiere, per i cittadini. La bandiera arcobaleno richiama una rivendicazione riguardo a un tema di lunga durata e, purtroppo, inesaurito: la domanda di pace.

II tricolore, invece, testimonia la solidarietà in occasione di un rito, di un evento doloroso dagli italiani. Passato il quale, viene riavvolto. Un indizio del solito disincanto nazionale? Semmai della "normalità" antiretorica con cui gli italiani vivono l'identità nazionale. Che riemerge e si ravviva di fronte al dolore, alle tragedie collettive, come ha ricordato Remo Bodei, intervistato dall'Avvenire. Allora gli italiani si scoprono comunità. Nella scia della pietà, tracciata dai lumini accesi e appoggiati alla finestre, il giorno delle esequie, evocata da Giampaolo Pansa nel suggestivo "Bestiario" scritto questa settimana per l'Espresso. La sorpresa, il "fenomeno imprevisto", semmai, è scoprire che gli italiani, per manifestare la loro solidarietà, il loro sommesso "spirito nazionale", si servano del tricolore; un simbolo, fino a qualche anno fa, usato solo in occasione delle vittorie della nazionale di calcio. La sorpresa è scoprire che gli italiani, per comunicare pietà e condivisione, esibiscano la bandiera. Ma ciò "normalizza" il tricolore; lo rende parola del linguaggio comune, spoglia di significati retorici e bellicisti. Tanto più che - questa l'altra sorpresa "suggerita" raccolte da questo sondaggio (in corso d'opera), quasi quattro persone su dieci, fra quelle che nell'ultimo anno hanno esposto la bandiera arcobaleno, affermano di avere esibito anche il tricolore. Non solo: ma la percentuale sale e diventa la metà fra coloro che il drappo arcobaleno lo tengono tuttora appeso alla finestra o al terrazzo. Affiancato oggi al tricolore. Nell'ultimo anno, quindi, circa un italiano su cinque ha esposto solo la bandiera arcobaleno, uno su dieci solo quella tricolore, uno su sei entrambe. Poco più della metà non ne ha appeso nessuna.

Difficile dividere gli italiani in nazionalisti e pacifisti, quasi come fazioni avverse. Difficile considerare l'orgoglio italiano, espresso mediante il tricolore, una reazione "contro" la domanda di pace, manifestata dal drappo arcobaleno. E' vero, invece, che i due sentimenti si intrecciano; che, semmai, l'identità nazionale riassume anche la domanda di pace; il distacco dalla guerra; e soprattutto da "questa" guerra. Un atteggiamento che caratterizza soprattutto i più giovani (gli studenti), le donne e i cattolici praticanti. Non a caso le componenti che più di tutte dichiarano di avere esposto "solo" la bandiera arcobaleno. Tuttavia, la pietà e la solidarietà nazionale non abbassano la voglia di manifestare contro la guerra, dichiarata dal 40% degli italiani (sondaggio Demos Eurisko del 13 novembre). E, reciprocamente, anche fra coloro che scenderebbero in piazza per la pace, la maggioranza considera giusto restare in Iraq, non per adesione alle ra;ioni della guerra, ma per evirare alle popolazioni locali ina sorte peggiore.

Da ciò qualche suggerimento sul significato dell'identità nazionale degli italiani. Mischia, secondo tradizione, senti menti diversi. In bilico fra orgoglio e realismo. Riassume a percezione del ruolo perife-ico che occupa il nostro paese nelle strategie internaziomali. Attore non protagonista della scena occidentale, che si adatta a svolgere funzioni di complemento. Crocerossa che opera a fianco di un esercito in guerra. Specializzato nella ricostruzione sociale, nel soccorrere i feriti e le vittime.

Un'identità nazionale modesta. Realista. Ma dignitosa. anche quando è costretta, oltre a soccorre le vittime altrui, a piangere le proprie. Rispetto al passato, la novità, emersa in questi giorni e in questi mesi, è che gli italiani, un tempo timidi e distaccati in ogni manifestazione pubblica, oggi non esitano a dichiarare la propria appartenenza. Insieme alle bandiere, molte persone hanno deciso di "esporre" anche se stesse. Di comunicare la loro identità. Spinti dalla paura e dallo spaesamento globale; dalla percezione che "siamo in guerra" (come scandiva ieri Francesco Merlo). Ma, forse anche per reagire alla delusione e all' insofferenza. Bandiere esposte per rispondere alla solitudine, per costruire comunità, dopo anni di trionfo del privato, del cinismo etico, di fuga dalla partecipazione. Bandiere come parole, dopo un decennio di assordante silenzio.



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