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gennaio 10, 2004
Tramonta il mito dell'imprenditore

la Repubblica 28-12-2003
Tramonta il mito dell'imprenditore
ILVO DIAMANTI
CONVIENE cercare nuovi miti, nuovi modelli, nuovi linguaggi,
per affrontare l'anno che verrà. Conviene. Perché disponiamo di un dizionario
pressoché inutile, per comunicare l'economia, la politica, la vita quotidiana.
Il problema è nella parola chiave.Imprenditore, impresa.
HA ISPIRATO il nostro modo di guardare, misurare, definire
le cose per oltre vent'anni. Oggi non funziona più. Gli imprenditori, chiamati
semplicemente "padroni" negli anni Sessanta e Settanta, secondo il
clima di rivoluzione sociale deltempo, nel decennio seguente riprendono dignità.
Divengono, anzi, un modello condiviso. Complice l'affermarsi della piccola impresa,
dei milioni di partite Iva, che trasformano gli italiani in un popolo di imprenditori.
Formula che riassume tutti. Agnelli, De Benedetti, la parrucchiera,
l'elettricista, l'artigiano e il farmacista. L'imprenditore. Diventa un modo
di intendere il lavoro, l'economia e la società. Coerente con lo spirito nazionale.
Nobilita l'arte di far-da-sé, di cui siamo storicamente maestri. Imprenditori.
Proiettati a scalare la graduatoria del Pil a livello internazionale. Sesti,
quinti, quarti, in dura contesa con la Gran Bretagna e la Francia. A sfidare
le gerarchie consolidate. A scardinare assetti immobili. L'Italia dei poveracci,
degli emigranti, dei Pizzaioli, diventa la terra del made in Italy"; del
"capitalismo di massa", come l'ha definito Giorgio Lago. Che sposta
il baricentro del potere economico da NordovestaNordest. Dallagrande impresa
di famiglia, alla rete diffusa di aziende familiari. Perché la famiglia, quella,
continua a imQrontare lo spirito nazionale. L impresa, gli imprenditori. Entrano
nel linguaggio comune, in modo prepotente. Tutti noi scopriamo che per vivere
bene bisogna agire in modo manageriale. Chel'efficienzaè il metro di misura
della nostra (azienda) famiglia, della nostra (azienda) scuola, dei nostri servizi.
Il nostro sistema-paese, a sua volta, diventa l'azienda-Italia. Che per crescere
e competere (perché la "competitività' ne costituisce la funzione vitale)
deve affidarsi non più ai politici inefficienti, parassitari, corrotti e corruttori,
ma, appunto, a manager. La politica. Assiste al trionfo del mito imprenditore
e del linguaggio aziendale, dieci anni fa. Quando, per la prima volta, alla
guida del governo viene chiamato non un parlamentare, un politico, ma un grande
manager della finanza. II governatore della Banca d'Italia. Che poi diverrà,
un passo dopo l'altro, ministro del Tesoro e infine presidente della Repubblica,
Dimostrando abilità politiche" insospettate. Ma, all'inizio, inconfessabili.
Perché l'importante, allora, nel pieno del mito imprenditore, in politica occorreva
rifiutare il metro e il linguaggio della politica. Per aderire a quelli del
mercato e dell'impresa. Gli imprenditori, negli anni Novanta, non a caso, diventano
prede ambite e contese, da partiti e schieramenti. Bandiere. Esem i di una politica
che rifiuta di definirsi tale. E accoglie il dilettantismo come virtù; si alimenta,
si legittima attraverso l ersone e formule mutuate daleconomia.
D'ALTRONDE, si sostiene, le ideologie sono finite. I partiti
di massa, radicati nella società e nel territorio, non servono più. Un armamentario
linguistico e organizzativo inutile. Va rimpiazzato. Le nuove regole elettorali
favoriscono questa evoluzione. L'elezione diretta dei sindaci, dei presidenti
di provincia e di regione favorisce l'idea del buon amministratore agnostico,
che i cittadini valutano in base alla capacità di "fare Il governo come"gestione".
Dei servizi, della viabilità. I partiti vanno alleggeriti, ridotti amicroapparati,
che si occupano delle elezioni, selezionano e affiancano il leader, pardon,
l'imprenditore politico di turno. Diventa di moda Schumpeter, per il quale la
democrazia è competizione fra imprenditori politici, che "trattano in voti
come gli uomini d'affari trattano in petrolio". I partiti sono, ovviamente,
imprese. E gli elettori: clienti, consumatori. Che comprano il prodotto migliore,
dall'azienda migliore, guidata dall'imprenditore migliore. In questo clima,
il successo di Silvio Berlusconi è perfino ovvio. Il "nuovo" imprenditore,
che annuncia il successo della "new economy", tutta impostata sull'informazione
e sulla comunicazione.
Silvio Berlusconi, applica le regole del marketing alla politica.
E riusa i linguaggi ideologici in chiave nuova. Li trasforma in messaggi promozionali.
I "comunisti', la "libertà", il "buon governo". Slogan
per intercettare consumatori potenziali, attraverso la televisione. Silvio Berlusconi,
inventa e plasma un partito-azienda. Promuovendo a ministri e presidenti di
regione i suoi dipendenti, avvocati, consulenti. Silvio Berlusconi recita, sorridente,
la leggenda dell'imprenditore che vince. Nel football, nell'economia, inpolitica.
E impone la sua lingua alla società. Perfino la solidarietà e la bontà si imprenditorializzano.
Diventano "terzo settore", fra stato e mercato; "imprese"
sociali; "capitale" sociale. Silvio Berlusconi, converte tutti al
verbo dell'impresa. Anche gli antagonisti. Convinti che a contare sia il marketing;
che le elezioni si vincano in televisione; che i partiti non servano. Meglio
un pool di consulenti di immagine. E un candidato capace di sorridere, di stare
in tivù. Perché anche se non dici nulla non importa. Basta dirlo bene.
CONVIENE cambiare questa immagine del mondo. Cambiare dizionario,
linguaggio, esempi. Conviene. L'impresa, gli imprenditori: il mito è tramontato.
Non siamo più la quarta nazione per Pil nel mondo. Forse la sesta, più probabilmente
la settima. Le nostre Grandi Imprese in parte non sono più grandi e in parte
non sono più nostre. I nostri piccoli imprenditori, i milioni di partite Iva.
Soffrono la globalizzazione. La concorrenza dei paesi che essi stessi hanno
contribuito apromuovere. La nuova impresa dei paesi dell'Est. I cinesi. Inquietano
i nostri piccoli imprenditori. Esattamente come essi inquietavano le altre economie
occidentali fino a ieri. I grandi imprenditori, impigliati in vicende dai contorni
incredibili e incomprensibili. Trascinano con sé altre migliaia di persone,
che avevano affidato i propri investimenti, i propri risparmi a Cirio, Parmalat.
Nomi sicuri, amministrati da imprenditori e manager sperimentati. Si credeva...
I manager, gli imprenditori. Non riescono più credibili, attraenti per la società.
Tanto che la stima dei cittadini verso le banche, la borsa, le associazioni
imprenditoriali, come dimostra l'inchiesta su "I cittadini e lo Stato",
condottadaDemosper"laRepubblica", è tracollata, scivolando ai livelli
più bassi dell'ultimo decennio.
Ma il mito imprenditore scricchiola anche in politica. Il
partito-impresa: stenta a tenere unita la coalizione. E a tenere saldi i rapporti
con gli elettori. Il leaderimprenditore: non riesce a garantire i risultati
che aveva promesso. Un po' per sfortuna, un po' perché gli avvocati, gli ingegneri,
i consulenti aziendali, i dilettanti prestati alla politica, non riescono a
governare il mercato e la società. Realtà più complesse dell'azienda.
Ma, soprattutto, delude queto modello, perché i legami politici
fondati sugli interessi, sul marketing e sulle promesse hanno fondamento debole.
Si sfilacciano in fretta. Le ideologie, quelle, saranno vecchie e in crisi.
Ma hanno il pregio di durare a lungo. E di suscitare appartenenze e passioni.
Scaldano l'anima. Anche i sindaci-manager faticano a mantenere, presso i cittadini,
il fascino del passato. Perché far funzionare i servizi è importante (e difficile:
ci riescono in pochi). Ma lo è di più garantire "identità". Trasmettere
un'idea di città, di regione. Fondata suun valore.
Così, mentre ci affacciamo al 2004, vorremmo dichiarare le
nostre attese, ma ci mancano le parole. Perché auspicare managerialità, impresa,
efficienza, mercato, visto ciò che succede, può apparire di malaugurio. Né ci
confortano la rincorsa al passato, la febbre di rileggere il fascismo, la Resistenza
(domani il Risorgimento), cui contribuisce la crisi del mito imprenditore. Questa
epoca pericolosamente protesa fra delusione, nostalgiae revisionismo. Ci lascia
sospesi a mezz'aria. Senza ali per volare. O, almeno, planare piano.

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