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 ISTITUTI DI SONDAGGIO

 ISAE: Clima di fiducia dei consumatori
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gennaio 10, 2004
L'Italia che coltiva il vizio della sfiducia
L'Italia che coltiva il vizio della sfiducia
La sfiducia militante non condiziona solo l'immagine ma anche
l'andamento delle cose. La maggioranza di governo ha la tentazione a sfruttare
il clima
ILVO DIAMANTI
LA FIDUCIA. Ciampi vi ha insistito, nel messaggio rivolto agli
italiani a fine anno, perché la ritiene una "forza", capace di dare slancio allo
sviluppo, favorire le riforme, alimentare lo "spirito costituente", sostenere la
costruzione europea. Una risorsa fondamentale e al tempo stessoparticolarmente
scarsa, nella nostra società. Lo conferma il sondaggio condotto da Demos
edEurisko nelle scorse settimane e presentato oggi in queste pagine. Verso le
prospettive dell'economia, del costo della vita, della sicurezza: c'èpessimismo
diffuso. D'altronde, non vi sarebbe bisogno di sondaggi per accorgersene. Basta
dialogare con le persone, in privato o nei luoghi pubblici, per raccogliere
segnali di sfiducia.
UNA sfiducia "militante", quasi esibita. Senza prudenza. Il che
non condiziona solo l'immagine, ma anche l'andamento delle cose. Perché
guardiamo il mondo attraverso lenti scure, allora tutto diventa scuro. I
cambiamenti, gli stessi segni positivi rischiano di sfuggire. Di non lasciare
traccia. Peraltro, suggerisce il sondaggio, rispetto a un anno fa il clima
d'opinione pare aver subito un mutamento significativo. Il pessimismo persiste,
ma non suscita le intense reazioni di prima. È un male sottile, cronicizzato.
Suggerisce una visione quasi leopardiana della vita e del mondo. D'altronde un
anno fa si era di fronte a una minaccia incombente. La guerra oscurava il cielo
dietro di noi, ma anchel' orizzonte. Incupiva le aspettative di sicurezza, come
le attese economiche. La guerra. È davvero avvenuta. Un intervento armato
rapido, violento. Il regime di Saddam Hussein spazzato via. Insieme a lui.
Ma, nonostante tutto, nonostante la cattura dello stesso
Saddam, avvenuta nelle ultime settimane del 2003, la guerra non sembra finita.
La sequenza delle vittime scandisce il calendario. Un giorno dopo l'altro. Così,
sull'anno nuovo grava un clima da dopociclone. La tempesta, tanto temuta, è
passata. Ma non è tornato il sereno. Il cielo resta grigio. L'atmosfera, umida.
Gli italiani. Pessimisti endemici. Si sono abituati al grigio, assuefatti al
rischio. La minaccia terrorista ha riempito il serbatoio dell'inquietudine,
parzialmente svuotato dalla guerra avvenuta. (E il terrorismo, diversamente
dalla guerra, non ha luogo, tempo, identità. Non offre riferimenti precisi,
bersagli definiti, ai nostri sentimenti, alle nostre aspettative. Non fornisce
appigli alla paura. Suscita malessere opaco. Accentua la sindrome
dell'incertezza.
D'altronde, la ripresa economica globale, da sempre annunciata,
sembra, infine, arrivata. Negli Usa. Non in Europa. Tanto meno in Italia. Così,
questo passaggio d'anno non annuncia svolte emotive. Segnala, semmai, uno
slittamento psicologico collettivo. D'altronde, come la guerra, anche il
sentimento pacifista si è endemicizzato. È diffuso, condiviso, ma non produce
più le mobilitazioni eccezionali, che hanno scandito la primavera del 2003.
Perché le grandi manifestazioni inseguono e accompagnano le grandi minacce che
incombono. Oggi, invece, prevale un movimento carsico e frammentario, che
procede per mille piccole iniziative. Individuali, locali, di gruppo. Bandiere
alle finestre. Proteste nelle scuole. E un atteggiamento esteso di ostilità
verso la guerra. Racchiuso, trattenuto nella sfera privata. Lo stesso avviene
nei confronti dell'economia. È dato per scontato che la stagnazione ristagni.
Che il futuro non riserverà grandi novità. E ci si adegua di conseguenza. Così,
si abbassano i consumi voluttuari, si rinviano le spese impegnative. Si
allargano solo i consumi alimentari. Ma con attenzione ai prezzi. Si
preferiscono gli ípermarket e gli hard-discount.
Gli italiani. Assuefatti alla sfiducia, che alita su di loro
come una densa nube grigia. La respirano senza maschera, senza bombola. E
sopravvivono egualmente. Il problema è che, in questo clima, sono le
istituzioni, il mercato, a soffrire. Per delegittimazione; per depressione.
D'altra parte, per promuovere la fiducia in ambito sociale ci sarebbe bisogno di
esempi virtuosi. "Imprenditori della fiducia", capaci di raccogliere degnamente
l'invito di Ciampi. Ma non se ne vedono molti, in giro. Nei confronti degli
imprenditori veri la fiducia si sta consumando a grande velocità, negli ultimi
mesi. A causa del tradimento ai danni di migliaia di piccoli investitori per
opera di alcune imprese. Ritenute affidabili. Gli "imprenditori politici",
invece, si sono specializzati, da tempo, a produrre e a sfruttare la sfiducia.
La sfiducia politica, sociale ed economica: era elevatissima nella primavera del
2001, alla vigilia delle elezioni politiche, vinte dal centrodestra guidato da
Berlusconi. Abile a impersonare la "speranza" di cambiamento. Resa più forte dal
clima di "sfiducia" generale, cui contribuì l'insistenza mediatica sui piccoli
crimini, sull'immigrazione. In seguito il senso di insicurezza declinò (come
l'attenzione dei media verso i piccoli crimini e l'immigrazione). Oggi è
risalito nuovamente. Come il pessimismo economico. E il centrosinistra ne
approfitta. Punta sul protrar si della stagione recessiva.
Sull'incredulità degli elettori verso una maggioranza incapace
di mantenere promesse comunque irrealizzabili.
Punta sulla delusione, generata dal deficit dei risultati
prodotti dal governo; dalle divisioni in seno ai partiti della aggioranza;
dalla complicità del "generale inverno" che gela i mercati e le borse. Punta
sulla "sfiducia".
Nella maggioranza, peraltro, è diffusa la tentazione di
alimentare la "sfiducia" nel l'euro e, in fondo, nella Uem.
(Anche) perché, come effetto collaterale, la sfiducia contamina
Romano Prodi, presidente nella Commissione europea. E, incidentalmente,
avversario predestinato di Silvio Berlusconi. La sfiducia. Ne fa largo uso la
Lega, nei confronti egli "stranieri". Che invadono il Nord. Convinta di
intercettare la paura degli elettori traducendola in consensi alle proprie
liste. La sfiducia. Agitata contro i magistrati, contro i sindacati. Da destra.
E contro Berlusconi e Tremonti. Da sinistra (cosa farebbe, la sinistra, senza di
loro?). La sfiducia. Che investe i commercianti, perché speculano sui prezzi. E
l'Istat, che non registra l'inflazione secondo la percezione dei
consumatori.
La sfiducia.
Ha ragione Cíampi a sfidarla, contrastarla, predicando le virtù
della fiducia. Una pianta contorta, che, d'altronde, i cittadini coltivano in
proprio, moltiplicando le occasioni di incontro, partecipazione, associazione.
Perché la fiducia ha proprietà terapeutiche irrinunciabili, per le persone:
combatte la solitudine, rende sereni, fa sentire utili.
Per imporsi - e venire imposta - al sistema politico, come
costume, stile di azione e direlazione, però, la strada appare ancora lunga e
tortuosa. Lastricata di buone intenzioni e di azioni assai meno virtuose.
Bisognerebbe, per promuovere la fiducia, convincere e convincersi almeno ad
avere meno fiducia nella sfiducia. Dimostrare e mostrare chela sfiduciaè una
risorsa debole, in campo politico ed elettorale. Può far perdere gli avversari.
Provvisoriamente. Ma non ti permette mai di vincere. E soprattutto di
governare.

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