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gennaio 9, 2004

2003, L´ANNO DELLA PAURA


la Repubblica 04-01-2004

"2003, L´ANNO DELLA PAURA"

Guerra e crisi economica pesano sulla vita degli italiani

Il 96,5 lamenta un aumento dei prezzi Gli ottimisti sono giovani e colti
Indagine "Demos-Eurisko" per Repubblica: la speranza è per un 2004 migliore, ma rimangono forti i timori

FABIO BORDIGNON

Un anno buio, il 2003: per le turbolenze sullo scenario internazionale, l´andamento al ribasso dell´economia, le ricadute sugli standard di vita delle persone. È esplicito il giudizio degli italiani sull´anno appena concluso, mentre qualche spiraglio di ottimismo sembra trapelare dalle previsioni sui prossimi dodici mesi; grazie, soprattutto, alla speranza di ristabilire condizioni di pace nel mondo. Si conferma elevato, però, il timore di attentati. Sono le principali indicazioni offerte dall´ultimo sondaggio Demos-Eurisko, realizzato, negli ultimi giorni del 2003, per Repubblica.
Tra i numerosi eventi che hanno caratterizzato il quarto anno del nuovo millennio, il conflitto militare iracheno - con le tensioni che l´anno preceduto e il suo sanguinoso "dopoguerra" - occupa, senza dubbio, una posizione di preminenza. Il bilancio tracciato dagli italiani sul 2003 risente, innanzitutto, dei venti di guerra respirati negli ultimi dodici mesi: più di tre cittadini su quattro ritengono che, in tale periodo, la situazione sia peggiorata per quanto riguarda la pace nel mondo.
Un giudizio ampiamente negativo, allo stesso tempo, viene formulato in relazione ad altre dimensioni della vita collettiva: il 60% degli intervistati, ad esempio, ha visto un deterioramento delle condizioni ambientali; più di uno su due pensa che le cose (nel nostro Paese) siano peggiorate anche sotto il tetto della politica. L´altra nota dolente sembra riguardare, però, la dimensione economica. Sotto questo profilo la sensazione di declino appare evidente e generalizzata. Il 42% del campione interpellato ha registrato una riduzione del reddito individuale, la maggioranza assoluta descrive un trend al ribasso per l´economia internazionale (52%), una quota che sale al 72% quando si prendono in esame le performance economiche italiane. I prezzi, infine; da questo punto di vista i cittadini non sembrano nutrire alcun dubbio: per il 97% il costo della vita, nell´ultimo anno, è ulteriormente lievitato.
Quella riguardante l´inflazione, peraltro, è la nube più grigia che si profila all´orizzonte del nuovo anno. Ben il 49% degli italiani paventa un ulteriore incremento dei prezzi nei mesi a venire. Improntate ad un maggiore ottimismo appaiono, al contrario, le previsioni sugli altri ambiti presi in esame. Se nel caso della qualità ambientale, della pressione fiscale, dell´economia e della politica italiana i pessimisti continuano a superare gli ottimisti (ma con uno scarto inferiore ai 15 punti percentuali), per le altre dimensioni il rapporto addirittura si inverte. Il 32% intravede dei segnali di miglioramento delle condizioni economiche internazionali; una persona su quattro immagina un incremento del proprio reddito (25%).
Considerato l´anno appena trascorso, sembrano affermare gli italiani, il 2004 "non potrà che andare meglio". Delle valutazioni che paiono riproporre lo scenario disegnato dal "sondaggio di fine anno" 2002; con una importante differenza: lo spettro della guerra sembra oggi allontanarsi: ben il 49% prevede, per il 2004, un anno di maggior pace. Solo il 37% degli intervistati, oggi, pensa che in tale periodo possano scoppiare conflitti di grandi proporzioni nel mondo (un anno fa il 70% prevedeva l´imminente attacco militare nel Golfo Persico).
A questi dati, tuttavia, fanno da contraltare quelli sul timore di attentati. Sei persone su dieci ritengono probabili nuovi atti terroristici nel mondo (59%); il 49% pensa che tale minaccia possa estendersi anche al territorio italiano.
Le dinamiche appena descritte sembrano, altresì, ridisegnare la scala delle priorità a livello mondiale. Se un anno fa il 28% degli intervistati vedeva la guerra come principale problema, tale quota si riduce, oggi, al 23%. Di conseguenza, le differenze tra paesi ricchi e paesi poveri assumono il ruolo di vera emergenza globale (24%), mentre sale dal 14 al 21% la quota di chi indica nel terrorismo la questione da affrontare con maggiore urgenza.


Papa Wojtyla e Bush sono loro i protagonisti

Una classifica dei personaggi che sono rimasti più impressi nella memoria

 

Quali sono i personaggi pubblici che si sono maggiormente distinti nel corso del 2003? La stessa domanda è stata rivolta al nostro campione, distinguendo quattro ambiti principali, senza proporre una lista predefinita, ma lasciando al rispondente il compito di "pescare" nella memoria il personaggio rimasto maggiormente impresso.
LO SCENARIO INTERNAZIONALE
Il papa Giovanni Paolo II (19%) è, senza dubbio, il protagonista dell´anno appena concluso. Quasi una persona su cinque lo indica quale personaggio dell´anno a livello internazionale (la percentuale più elevata, se consideriamo assieme i quattro ambiti presi in esame). Seguono, molto staccati, il presidente americano George W. Bush (8%) e il presidente della Commissione europea Romano Prodi (2%).
LA POLITICA ITALIANA
Gianfranco Fini (10%) è stato, soprattutto negli ultimi mesi, uno dei principali attori della scena politica italiana. Una persona su dieci lo indica, in questo ambito, come personaggio dell´anno. Seguono le figure di punta dei due principali schieramenti: Silvio Berlusconi (9%) e Romano Prodi (6%).
LO SPORT ITALIANO
Si dice che nel calcio non esistano più le bandiere. Sono però le bandiere, i capitani delle prime tre forze del campionato a proporsi come protagonisti del 2003 sportivo. Il "podio" proposto dal sondaggio è interamente occupato da calciatori: Francesco Totti (13%), Paolo Maldini (7%) e Alessandro Del Piero (5%).
IL MONDO DELLO SPETTACOLO
Paolo Bonolis (10%), mattatore di "Domenica In", viene indicato dagli italiani come personaggio dell´anno per quanto riguarda il mondo dello spettacolo. Un altro volto dell´ammiraglia Rai ottiene la piazza d´onore: si tratta di Giorgio Panariello (9%), protagonista del sabato sera di Rai1. Mediaset si deve accontentare, invece, della terza posizione, con il "re dei quiz" Gerry Scotti (7%).

 


L'Italia che coltiva il vizio della sfiducia

La sfiducia militante non condiziona solo l'immagine ma anche l'andamento delle cose. La maggioranza di governo ha la tentazione a sfruttare il clima

ILVO DIAMANTI

LA FIDUCIA. Ciampi vi ha insistito, nel messaggio rivolto agli italiani a fine anno, perché la ritiene una "forza", capace di dare slancio allo sviluppo, favorire le riforme, alimentare lo "spirito costituente", sostenere la costruzione europea. Una risorsa fondamentale e al tempo stessoparticolarmente scarsa, nella nostra società. Lo conferma il sondaggio condotto da Demos edEurisko nelle scorse settimane e presentato oggi in queste pagine. Verso le prospettive dell'economia, del costo della vita, della sicurezza: c'èpessimismo diffuso. D'altronde, non vi sarebbe bisogno di sondaggi per accorgersene. Basta dialogare con le persone, in privato o nei luoghi pubblici, per raccogliere segnali di sfiducia.

UNA sfiducia "militante", quasi esibita. Senza prudenza. Il che non condiziona solo l'immagine, ma anche l'andamento delle cose. Perché guardiamo il mondo attraverso lenti scure, allora tutto diventa scuro. I cambiamenti, gli stessi segni positivi rischiano di sfuggire. Di non lasciare traccia. Peraltro, suggerisce il sondaggio, rispetto a un anno fa il clima d'opinione pare aver subito un mutamento significativo. Il pessimismo persiste, ma non suscita le intense reazioni di prima. È un male sottile, cronicizzato. Suggerisce una visione quasi leopardiana della vita e del mondo. D'altronde un anno fa si era di fronte a una minaccia incombente. La guerra oscurava il cielo dietro di noi, ma anchel' orizzonte. Incupiva le aspettative di sicurezza, come le attese economiche. La guerra. È davvero avvenuta. Un intervento armato rapido, violento. Il regime di Saddam Hussein spazzato via. Insieme a lui.

Ma, nonostante tutto, nonostante  la cattura dello stesso Saddam, avvenuta nelle ultime settimane del 2003, la guerra non sembra finita. La sequenza delle vittime scandisce il calendario. Un giorno dopo l'altro. Così, sull'anno nuovo grava un clima da dopociclone. La tempesta, tanto temuta, è passata. Ma non è tornato il sereno. Il cielo resta grigio. L'atmosfera, umida. Gli italiani. Pessimisti endemici. Si sono abituati al grigio, assuefatti al rischio. La minaccia terrorista ha riempito il serbatoio dell'inquietudine, parzialmente svuotato dalla guerra avvenuta. (E il terrorismo, diversamente dalla guerra, non ha luogo, tempo, identità. Non offre riferimenti precisi, bersagli definiti, ai nostri sentimenti, alle nostre aspettative. Non fornisce appigli alla paura. Suscita malessere opaco. Accentua la sindrome dell'incertezza.

D'altronde, la ripresa economica globale, da sempre annunciata, sembra, infine, arrivata. Negli Usa. Non in Europa. Tanto meno in Italia. Così, questo passaggio d'anno non annuncia svolte emotive. Segnala, semmai, uno slittamento psicologico collettivo. D'altronde, come la guerra, anche il sentimento pacifista si è endemicizzato. È diffuso, condiviso, ma non produce più le mobilitazioni eccezionali, che hanno scandito la primavera del 2003. Perché le grandi manifestazioni inseguono e accompagnano le grandi minacce che incombono. Oggi, invece, prevale un movimento carsico e frammentario, che procede per mille piccole iniziative. Individuali, locali, di gruppo. Bandiere alle finestre. Proteste nelle scuole. E un atteggiamento esteso di ostilità verso la guerra. Racchiuso, trattenuto nella sfera privata. Lo stesso avviene nei confronti dell'economia. È dato per scontato che la stagnazione ristagni. Che il futuro non riserverà grandi novità. E ci si adegua di conseguenza. Così, si abbassano i consumi voluttuari, si rinviano le spese impegnative. Si allargano solo i consumi alimentari. Ma con attenzione ai prezzi. Si preferiscono gli ípermarket e gli hard-discount.

Gli italiani. Assuefatti alla sfiducia, che alita su di loro come una densa nube grigia. La respirano senza maschera, senza bombola. E sopravvivono egualmente. Il problema è che, in questo clima, sono le istituzioni, il mercato, a soffrire. Per delegittimazione; per depressione. D'altra parte, per promuovere la fiducia in ambito sociale ci sarebbe bisogno di esempi virtuosi. "Imprenditori della fiducia", capaci di raccogliere degnamente l'invito di Ciampi. Ma non se ne vedono molti, in giro. Nei confronti degli imprenditori veri la fiducia si sta consumando a grande velocità, negli ultimi mesi. A causa del tradimento ai danni di migliaia di piccoli investitori per opera di alcune imprese. Ritenute affidabili. Gli "imprenditori politici", invece, si sono specializzati, da tempo, a produrre e a sfruttare la sfiducia. La sfiducia politica, sociale ed economica: era elevatissima nella primavera del 2001, alla vigilia delle elezioni politiche, vinte dal centrodestra guidato da Berlusconi. Abile a impersonare la "speranza" di cambiamento. Resa più forte dal clima di "sfiducia" generale, cui contribuì l'insistenza mediatica sui piccoli crimini, sull'immigrazione. In seguito il senso di insicurezza declinò (come l'attenzione dei media verso i piccoli crimini e l'immigrazione). Oggi è risalito nuovamente. Come il pessimismo economico. E il centrosinistra ne approfitta. Punta sul protrar si della stagione recessiva.

Sull'incredulità degli elettori verso una maggioranza incapace di mantenere promesse comunque irrealizzabili.

Punta sulla delusione, generata dal deficit dei risultati prodotti dal governo; dalle divisioni in seno ai partiti della  aggioranza; dalla complicità del "generale inverno" che gela i mercati e le borse. Punta sulla "sfiducia".

Nella maggioranza, peraltro, è diffusa la tentazione di alimentare la "sfiducia" nel l'euro e, in fondo, nella Uem.

(Anche) perché, come effetto collaterale, la sfiducia contamina Romano Prodi, presidente nella Commissione europea. E, incidentalmente, avversario predestinato di Silvio Berlusconi. La sfiducia. Ne fa largo uso la Lega, nei confronti  egli "stranieri". Che invadono il Nord. Convinta di intercettare la paura degli elettori traducendola in consensi alle proprie liste. La sfiducia. Agitata contro i magistrati, contro i sindacati. Da destra. E contro Berlusconi e Tremonti. Da sinistra (cosa farebbe, la sinistra, senza di loro?). La sfiducia. Che investe i commercianti, perché speculano sui prezzi. E l'Istat, che non registra l'inflazione secondo la percezione dei consumatori.

La sfiducia.

Ha ragione Cíampi a sfidarla, contrastarla, predicando le virtù della fiducia. Una pianta contorta, che, d'altronde, i cittadini coltivano in proprio, moltiplicando le occasioni di incontro, partecipazione, associazione. Perché la fiducia ha proprietà terapeutiche irrinunciabili, per le persone: combatte la solitudine, rende sereni, fa sentire utili.

Per imporsi - e venire imposta - al sistema politico, come costume, stile di azione e direlazione, però, la strada appare ancora lunga e tortuosa. Lastricata di buone intenzioni e di azioni assai meno virtuose. Bisognerebbe, per promuovere la fiducia, convincere e convincersi almeno ad avere meno fiducia nella sfiducia. Dimostrare e mostrare chela sfiduciaè una risorsa debole, in campo politico ed elettorale. Può far perdere gli avversari. Provvisoriamente. Ma non ti permette mai di vincere. E soprattutto di governare.



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