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gennaio 2, 2004

Prodi batte Berlusconi di 16 punti


ELEZIONI / LA PARTITA DEL 2004

II Professore è solo al comando

Il 48,8 per cento vota Prodi. Il  32,3 Berlusconi.

Un sondaggio rivela le scelte degli italiani. E nei partiti grandi manovre in corso per le europee di giugno

Berlusconi prepara un'offensiva mediatica senza precedenti. Contro avversari e alleati ribelli

La strana coppia Di Pietro-Occhetto lavora a una Iista fai-da-te. Alla Mussolini le urne assegnano l'1,4

di Marco Damilano

Si detestano, ma non possono fare a meno uno dell'altro. Arturo Parisi lo ha ripetuto ai suoi interlocutori nelle telefonate di auguri: «Per la lista Prodi la cosa  peggiore sarebbe se a un certo punto Berlusconi dicesse che a lui delle elezioni europee non frega nulla. Per noi sarebbe la fine. Ma non è nelle corde dell'uomo, non lo farà». Una conclusione che tiene conto delle convulsioni del centro-sinistra. Ma anche di una certezza: nello scontro uno contro uno tra il Cavaliere e il Professore vince l'uomo di Bologna. Ma Romano Prodi può stare tranquillo: il suo nemico numero uno non ha nessuna intenzione di ritirarsi. Anzi, sta preparando sei mesi di fuochi d' artificìo. Con una esposizione mediatica senza precedenti, a ruota di George Bush e Josè Maria Aznar, compagni di ventura nella guerra in Iraq, anche loro impegnati in un anno elettorale. Una Pìedigrotta da qui al 13 giugno 2004. Nel segno dell'eterno duello: Berlusconi contro Prodi, Silvio contro Romano. La partita del nuovo anno è ancora tra loro due, nonostante le ambizioni di leader più giovani, da Fini a Veltroni, da Rutelli a Casini e D'Alema. Lo conferma il sondaggio "L'espresso-Swg" pubblicato in queste pagine. Che fotografa una netta prevalenza di Prodi, che dà 16 punti di scarto a Berlusconi: se  potesse scegliere alle prossime europee, il 48,8 per cento degli elettori, quasi uno su due, darebbe il voto a Prodi, solo il 32,3 preferirebbe Berlusconi E se si va a vedere nel dettaglio, il Professore pesca un po' ovunque: da Rifondazione al centro-destra e perfino il 16 per cento di elettori di destra. Mentre il Cavaliere fa il pieno  nella  Casa delle libertà, ma raccoglie briciole a sinistra. Una competizione solo virtuale, però. Per due motivi: non è ancora chiaro se i due alla fine decideranno davvero di candidarsi alle europee. E i loro eserciti sono divisi come mai. L'invicibile armata del Cavaliere si sta attrezzando. Dall'altra parte, i lavori sono ancora in corso, in attesa di capire finalmente cosa farà Prodi. I tempi per il ritorno sono ormai maturi, spiegano i fedelissimi: dopo il fallimento della Conferenza intergovernativa la missione europea del Professore si è di fatto conclusa. Nelle prossime settimane, potrebbe essere il congresso del Partito popolare europeo a dargli il benservito, proponendo la candidatura di un suo uomo alla presidenza della Commissione europea, magari lo stesso Amar. A quel punto Prodi si sentirebbe libero di candidarsi in Italia, con una lista che si oppone alla subalternità dell'Europa agli Stati Uniti, rappresentata da Berlusconi, e che si batte per riportare l'ltalia sulle posizioni dei paesi fondatori dell'Unione, Francia e Germania in testa.

Le tappe del rientro sono ancora riservate, ma già fissate da tempo: il 14 febbraio il Professore interverrà alla convention del listone a Roma e ne assumerà la guida politica. Con due importanti conseguenze: la presenza del nome Prodi nel simbolo e la partecipazione del Professore alla campagna elettorale. Il 2 maggio,  poi, è la data ultima per decidere se candidarsi o no. Quel giorno entrano nella Commissione i rappresentanti dei nuovi paesi della 13e e, combinazione, scadono i termini per presentare le liste- Chi conosce Prodi sa che la scelta è già compiuta e che il Professore, alla fine, si candiderà. In mezzo, però, ci sono trappole e trabocchetti. E la preoccupazione che tutto possa naufragare: dopo molti mesi, la Margherita nei sondaggi è tornata a salire, a spese dei Ds. Ora è di nuovo vicina: 14,3 contro 15,5. Non a caso la conflittualità tra i due partiti è aumentata. E poi c'è E strana coppia Di Pietro-Occhetto, che bussa alle porte del listone ma intanto lavora a una lista fai-da-te. L'opera di reclutamento non si è fermata neppure tra Natale e Capodanno. Occhetto è una furia. Di Pietro gli ha messo a disposizione una segreteria e il vecchio Akel corteggia con insistenza amici dei tempi della Quercia, girotondini, deputati del correntone. A tutti ripete la stessa domanda: «Ti andrebbe di venire in lista con noi. ». Nella maggioranza, invece, in vista della resa dei conti siamo alla pretattica. Con An e Udc che fanno la faccia feroce, senza troppa convinzione. Sulle europee ufficialmente la posizione dei due partiti non cambia: no alla lista unica della Casa del. le libertà, corriamo con il nostro simbolo Gli uomini di Follini sono confortati da sondaggi che danno 1'UDC in crescita: la Swg gli assegna un buon 5 per cento. Anche Fini non ha da lamentarsi: An al 13 con la Cosa nera di Alessandra Mussolini ferma all'1,4 sarebbe un successone. A farne le spese sarebbe Forza Italia, in discesa al 22 per cento, distante dal 25,2 conquistato alle europee di cinoue anni fa. e soprattutto abissalmente lontano dal risultato di due anni fa, quando sfiorò il trenta. I duri dell'Udc e di An sognano un attacco frontale: uscire dal governo, garantire l'appoggio esterno e tenersi le mani libere per le elezioni. Nei giorni scorsi qualcuno ha consigliato a Fini una mossa shock: dimettersi da vice-premier per guidare alla sfida il partito, trasformato in lista Finì. Ma la realtà è molto lontana dai sogni di gloria. E' bastato che Berlusconi alzasse la voce per rimettere in riga gli alleati. Prima la minaccia di eliminare la legge sulla par condicio. Poi, l'alluvionale conferenza stampa di fine anno: solo l'anticipo di quello che accadrà nei prossimi mesi, quando il Cavaliere tornerà ad affacciarsi dai teleschermi a ogni ora e a ogni pasto, vestito in maglione da condottiero tra i soldati italiani in Iraq o in doppiopetto dietro la scrivania di Vespa. «Stiamo preparando una campagna come non avete mai viste», sussurrano in via del Plebiscito, dove pure hanno all'attivo la nave azzurra, i cartelloni 6x3 e la biografia berlusconiana inviata per posta a tutti gli italiani. Con una variante, però: questa volta le armi di distruzione di massa saranno utilizzate non solo contro l'Ulivo, ma per dare addosso agli alleati ribelli. »Altro che competizione, questi ci vogliono-fare a pezzi», sospira un centrista che ha raccolto lo sfogo di Pier Ferdinando Casini. Nel momento più caldo della verifica, guarda caso, Casini sarà fuori Roma, ímpegnato in un lungo viaggio in America Latina. Vista l'aria che tira, il presidente della Camera ha rilanciato la lista unica del centro-destra: con Berlusconi scatenato, per l'Udc non c'è un gran margine di manovra e conviene rientrare nei ranghi. Fini è più spaventato di lui. Ma a questo punto diventa dura tornare indietro.

In Forza Italia stanno già preparando le liste: con Berlusconi candidato in tutte le circoscrizioni, e dietro di lui i governatori azzurri. E' pronto Roberto Formigoni, con la macchina da voti della Compagnia delle Opere che nel '99 consegnò quasi 100 mila voti allo sconosciuto Mario Mauro. E  poi, un altro presidente smanioso del palcoscenico nazionale, il pugliese Raffaele Fitto, anche lui titolare di un formidabile comitato elettorale: 127 mila voti personali cinque anni fa. Potrebbero candidarsi Giancarlo Galan ed Enzo Ghigo, più alcuni coordinatori regionali: il veneto Giorgio Carollo, il sottosegretario Antonio Martusciello in Campania, il viceministro Gianfranco Micicchè in Sicilia. Anche le seconde file sono mobilitate: nel Lazio, per esempio, l'assessore Marco Verzaschi, uomo forte della giunta Storace, il vice-presidente della regione Giorgio Simeone e il capogruppo Alfredo Antoniozzi, titolari di un bel pacchetto di preferenze, stanno cercando un candidato cui portarle in dote: a rimetterci potrebbe essere Antonio Tajani.

Per tutti, centro-destra e Ulivo, la data chiave è il 7 gennaio. Quel giorno è fissato il vertice del centro-destra per la tanto attesa verifica. Se An e Udc salvano la faccia, si avvicina la lista unica anche nel centro-destra. Altrimenti sarà tutti contro tutti. Nelle stesse ore è prevista la sentenza della Corte costituzionale sul lodo Schifani, decisiva per le sorti del centro-sinistra. Se la Consulta dichiara la costituzionalità del Lodo sarà inevitabile il referendum per cui Di Pietro ha raccolto un milione di firme in estate. Carburante potente per la nuova gioiosa macchina da guerra occhettian-dipietrista e guai grossi per i  capi dell' Ulivo, messi di fronte ad una scomoda alternativa: votare sì al referendum con Di Pietro con il rischio di consegnare una vittoria a Berlusconi. Oppure indicare l'astensione con Berlusconi, e consegnare all'ex pm di Mani Pulite la leadership di tutta l'area della sinistra anti-berlusconitina. Un bel rebus. Anzi, un bel disastro, avvertono i più preoccupati, Parisi in testa, l'uomo che è la mente, il braccio e forse anche il cuore di Prodi.



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