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di ELENA CASTAGNI ROMA - «Meno male che sta per finire», pensa un italiano su due. E pensa al 2003, alle delusioni che ha comportato, alle tragedie. A Nassiriya e a quelle famiglie che hanno celebrato il Natale più brutto della loro vita. Al volto di Saddam, simbolo di crudeltà e sterminio, ma comunque umiliato nelle foto diffuse al momento della cattura. Pensa alla propria vita, un italiano su due. Al fatto che nell’anno passato non è andata per niente bene, che le questioni più importanti sono ancora tutte da risolvere. Allora si immagina con una bacchetta magica e all’ora zero del 2004 la punta contro la disoccupazione, la malasanità, la delinquenza che cresce nelle strade. E tutto si risolve. Sogni. Ma perché 44 italiani su cento, come dice il sondaggio Abacus, potendo, vorrebbero risolvere il problema dell’occupazione? Mica è vero che sono tutti a casa, senza lavoro...«E’ come se lo fossero - spiega il sociologo Domenico De Masi - la paura di perdere il posto ormai riguarda gran parte della popolazione. E non solo italiana perché il disagio è condiviso da tutto il mondo che ha scelto il capitalismo. E’ vero, ci sono quelli che in prima persona hanno ricevuto la lettera di licenziamento, ma non c’è più sicurezza di mantenere l’occupazione neanche in settori che fino a pochi mesi fa sembravano sicuri. Prendiamo l’Università: una volta avere un posto significava non perderlo più. Ora non ci sono più fondi e la gente ha paura di essere tagliata fuori». Poi De Masi parla dei precari, dei giovani che fanno tanti piccoli lavoretti, che ogni volta sanno che dopo poco tempo dovranno di nuovo mettersi a caccia di un’altra situazione precaria. «Ma anche chi ha un buon posto teme di perderlo. C’è il terrore della bancarotta, dei crack che si portano dietro le speranze di intere famiglie. E c’è tanto pessimismo». Già, il sondaggio lo dimostra. Il 51 per cento considera il 2003 ben peggiore del 2002. E la percentuale sale al 60 se si parla dell’Italia. Non sarà mica che ogni anno che passa è brutto, negativo, pieno di lacrime? «Assolutamente no - dice De Masi - non è un vizio degli italiani pensare che il passato sia tutto da buttar via. Ci sono stati anni di cui si sono dichiarati soddisfatti. Questa volta ci si aspettava troppo. C’è stato un tam tam mediatico che annunciava l’immediata risoluzione di questioni di grande importanza, ma la complessità dei fatti ha prevalso e le cose non sono andate come si sperava». Così disoccupazione, sanità pubblica, sicurezza dei cittadini, ambiente e scuola restano i temi in attesa di svolta. Questioni materiali, tangibili, ma che nella loro difficile soluzione dipingono di nero le previsioni per il futuro che nascono comunque dalle cause messe nel passato. Un passato che vede per la metà degli intervistati il calo di valori fondamentali come l’onestà e la tolleranza mentre, sempre per la metà, la solidarietà è in crescita. Una contraddizione, a prima vista. «Una diretta conseguenza - per la sociologa Chiara Saraceno - del significato che questo termine ha preso nella tradizione cattolica. Si parla di solidarietà come di carità, generosità, capacità di spendere per una buona causa, ma solo quando lo decidiamo noi. Non ha niente a che fare con valori quali l’equità e la giustizia e lo si vede quando siamo chiamati a pagare le tasse. E’ una solidarietà individualistica, non sociale, che vuole aiutare chi è rimasto indietro. E’ un atto pregevole, sia ben chiaro, ma non ha quella ampia visione che permetterebbe agli altri di poter crescere attraverso un reddito che deriva dallo sfuttamento delle proprie risorse».
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