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dicembre 24, 2003
 correre da soli oppure correre in squadra?
ANALISI DELL'ISTITUTO CATTANEO
Bologna, 20 dicembre 2003
Correre da
soli oppure correre in squadra?
Sulla lista
unica dell’Ulivo alle elezioni europee
Si è
discusso molto nelle ultime settimane (se ne discute tuttora e ancora se ne
discuterà) sulla lista unica dell’Ulivo alle elezioni europee della primavera
2004. Uomini politici, analisti del comportamento elettorale ed opinionisti si
chiedono quale possa essere la risposta dell’elettorato a una tale proposta
unitaria. Svilupperemo la nostra riflessione sia con riferimento alle
caratteristiche della proposta politica e al contesto nel quale si colloca, sia
in base a quanto già conosciamo sul comportamento elettorale degli italiani.
1. La proposta politica ed
il suo contesto
Un’opinione
abbastanza diffusa è che, in linea generale, qualsiasi aggregazione elettorale è
di fatto perdente, e che in politica 2+2 non fa mai 4; anzi, fa sempre 3.
Affermazione che troverebbe un suo fondamento nel mezzo secolo di storia
elettorale del nostro paese, a partire dal 1948 (col caso di unificazione
perdente per antonomasia, quello del Fronte del Popolo) per arrivare fino alle
ultime elezioni del 2001 (col cartello elettorale perdente del Girasole del
2001).
Un’analisi
appena più approfondita dei precedenti storici ci invita innanzitutto, però,
alla cautela nelle generalizzazioni: i casi di unificazioni elettorali che la
storia recente ci consegna sono, infatti, tutti assai diversi fra di loro. In
particolare, se separiamo la dimensione politica da quella elettorale, possiamo
distinguere: a) i casi di liste uniche che si collocano a valle di
processi di unificazione politica (il caso del Psu che si presentò nel 1968 dopo
l’unificazione – poi rientrata – di Psi e Psdi); b) i casi di liste
uniche che sono a monte di processi (o di strategie politiche) di unificazione
(il caso della Margherita del 2001); c) i casi di liste uniche che non
sono accompagnate da processi politici di unificazione (per esempio, quella già
citata del Girasole del 2001). Solo nel terzo caso possiamo parlare in generale
di effetto «perdente» dell’aggregazione (e gli esempi nella storia elettorale
del paese sono parecchi, spesso sperimentati in elezioni amministrative). Negli
altri due casi la generalizzazione è più difficile: nei due esempi citati,
l’unificazione del Psu risultò elettoralmente perdente rispetto alla semplice
somma «Psi + Psdi»; ma l’unificazione nella Margherita portò invece a un
successo elettorale (basti il confronto col risultato nel 1996 della Lista Dini
+ Popolari-Democratici per Prodi).
Il primo
criterio che dunque possiamo inserire nella nostra analisi è il seguente:
l’esistenza o meno di un disegno politico che si accompagni
all’aggregazione elettorale. Se questo manca, allora possiamo parlare di puri e
semplici «cartelli elettorali». I cartelli in genere subiscono sconfitte per il
semplice motivo che una lista unitaria non presenta alcun valore aggiunto che
possa produrre un effetto positivo attraverso la generazione di consensi che non
sarebbero confluiti comunque sui due partiti separati. Di converso, un cartello
dà luogo a un effetto negativo connaturato inevitabilmente a
qualsiasi aggregazione, dovuto ad elettori fortemente identificati con
uno solo dei partiti contraenti; tali elettori percepiscono il dover votare
anche per un altro partito (o addirittura altri partiti) come una
violazione della loro identità politica, e nutrono un’ostilità nei confronti di
questo partito estraneo direttamente proporzionale alla forza
dell’identificazione col proprio. Detto in altro modo: l’aggregazione guidata da
una pura dinamica additiva è sicuramente perdente; per diventare vincente
deve essere guidata da una dinamica moltiplicativa, per la quale
l’unificazione non sia solo la somma dei singoli partiti ma comporti anche un
valore aggiunto proprio dell’unione.
Il secondo
criterio va individuato nel contesto istituzionale nel quale si svolge la
competizione elettorale. In un sistema politico dominato dalla logica
proporzionale, l’aggregazione fra partiti è facilmente penalizzata per il fatto
che essa va contro la cultura politica dominante, la quale enfatizza le
differenze fra i partiti simili e valorizza il rapporto di ogni partito col
proprio elettorato particolare. Infatti, la logica proporzionale massimizza il
voto d’appartenenza e il voto particolaristico. Per il voto d’appartenenza,
abbiamo già detto come l’aggregazione con altri partiti, annacquando le identità
partitiche, provochi la perdita dei voti fortemente identificati. Per il voto
particolaristico, l’aggregazione, per il solo fatto di diminuire il numero di
liste e il numero di candidati, comporta una perdita secca in termini
elettorali.
In un
contesto maggioritario la cultura politica dominante è, invece, completamente
diversa. L’antagonismo principale non è fra i vicini che competono per lo stesso
elettorato, ma fra due fronti alternativi. C’è la consapevolezza che la
convergenza verso l’alleanza non può essere rimandata a un accordo fra i partiti
che avvenga dopo il voto (come nel sistema proporzionale), ma deve realizzarsi
prima del voto, perché l’obiettivo è quello di battere elettoralmente
l’avversario in una contrapposizione di uno contro uno e non in una
contrapposizione fra molti. La logica che regola i rapporti fra i partiti non è
più particolaristica ma è naturalmente aggregativa; l’identità di partito viene
affiancata (quando non superata) dall’identità di coalizione. In questo contesto
l’eventuale unificazione preelettorale non è più un «atto contro natura», ma si
pone nell’ordine di un discorso che vede l’obiettivo primario nella sconfitta
del fronte avversario più che nell’affermazione della propria lista.
Si potrebbe
anche sostenere – pur con qualche cautela di fronte al rischio di
sovra-interpretare i fatti – che le tre tornate elettorali che abbiamo avuto da
quando il sistema maggioritario vige in Italia hanno già manifestato l’esistenza
di questa cultura aggregativa nel nostro paese, premiando elettoralmente tutte e
tre le volte la coalizione che si è mostrata in quel momento più unita, quella
che era più avanti nella costruzione di un soggetto politico unitario. Nel 1994
vinse il centro-destra che presentava, pur nelle due diverse proposte
territoriali (Polo della libertà al Nord e Polo del buon governo al Sud), un
evidente polo unificato dalla figura di Silvio Berlusconi, mentre il
centro-sinistra si presentava diviso fra Progressisti e Pattisti. Nel 1996 vinse
il centro-sinistra sotto l’ispirazione fortemente unitaria dell’Ulivo, contro un
centro-destra che non aveva saputo aggregare la Lega. Nel 2001 vinse il
centro-destra, ancora sotto il segno unificante di Berlusconi e col recupero
della Lega, mentre l’Ulivo mostrava profonde divisioni e non riusciva più a
riprodurre lo spirito e l’identità di cinque anni prima.
Sulla base
di questa analisi possiamo concludere che se la dinamica additiva fa
prevedere un risultato perdente; l’esistenza di una dinamica
moltiplicativa nella quale la proposta politica sia guidata da un disegno
fa, al contrario, attendere un esito positivo (o, per lo meno non negativo, il
che già rappresenta un successo per una proposta politica nuova). Bisogna vedere
se questa dinamica combinatoria esiste ed è percepita come tale dall’elettorato.
Si tratta quindi di passare a considerazioni legate non più alle caratteristiche
della proposta politica, ma a quelle dell’elettorato nel suo comportamento di
voto.
2. La risposta
dell’elettorato
Il
risultato elettorale di ogni partito/coalizione è naturalmente una combinazione
fra il mantenimento dei consensi preesistenti e l’acquisizione di nuovi. Come
abbiamo già in parte detto, in presenza di una proposta politica di tipo
aggregativo (lista unitaria fra due o più partiti) c’è inevitabilmente una
perdita di consensi del primo tipo (elettori che non condividono l’unificazione
e che per questo motivo non votano la forza aggregata). Di conseguenza, per
avere successo, la nuova coalizione deve acquisire in maniera rilevante suffragi
«nuovi», di elettori che non appartengono ai partiti che si aggregano, ma che
votano la nuova formazione proprio per la «novità» che essa esprime rispetto ai
partiti tradizionali che la compongono. Per chiederci se esiste nell’elettorato
di centro-sinistra una tale disposizione favorevole nei confronti di una
proposta politica unitaria, articoleremo l’interrogativo in tre domande più
specifiche:
1. Esiste nel bacino elettorale di
centro-sinistra una quota di elettorato mobilitabile da una proposta «ulivista»
ed invece poco sensibile all’appello dei partiti tradizionali?
2.
L’elettore che nel 2001 ha votato coerentemente Ulivo al maggioritario e un
partito della coalizione nel proporzionale si identifica di più nel primo o nel
secondo voto?
3.
Qual è il livello di omogeneità culturale all’interno dell’elettorato che ha
votato nel proporzionale i vari partiti del centro-sinistra? Possiamo parlare di
elettori tutto sommato abbastanza simili dal punto di vista dei valori di fondo,
oppure emergono differenze rilevanti fra gli elettorati dei diversi partiti?
Risponderemo a queste domande
con i dati di Itanes (Italian
National Election Studies), un’inchiesta campionaria condotta subito dopo le
elezioni del 2001 tramite interviste faccia-a-faccia a un campione di 3200
elettori italiani. (I risultati di questa ricerca sono stati riportati nei
volumi: Itanes, Perché ha vinto il centro-destra, Bologna, Il Mulino,
2001; M. Caciagli, P. Corbetta (a cura di), Le ragioni dell’elettore,
Bologna, Il Mulino, 2002. È possibile accedere al file dei dati
individuali di Itanes e condurvi
elaborazioni statistiche originali attraverso il sito dell’Istituto Cattaneo:
www.cattaneo.org.)
Voto al proporzionale e voto
al maggioritario. Il primo quesito è quello al quale è più facile
rispondere, in quanto lo si può fare sulla base del semplice risultato delle
ultime elezioni politiche. Il 13 maggio del 2001 l’Ulivo ottenne il 43,8% dei
suffragi e la Casa delle libertà il 45,4%, con una differenza di soli 1,6 punti
percentuali fra i due. Nel voto proporzionale i partiti del centro-sinistra
(inclusa Rifondazione comunista) ottennero il 40,6% dei voti, mentre i partiti
del centro-destra ottennero il 49,6, ossia 9 punti percentuali in più. Cioè: al
maggioritario il centro-destra ha vinto le elezioni per un pelo, mentre al
proporzionale le ha vinte ampiamente (vedi fig. 1). Ancora: al
maggioritario l’Ulivo ha ricevuto più voti della somma dei voti presi al
proporzionale dai partiti che lo compongono (circa un milione in più), mentre
l’opposto è accaduto per la Casa delle libertà (quasi un milione e mezzo di voti
in meno). Questo può essere accaduto solo se ci sono stati elettori che hanno
votato Ulivo al maggioritario senza votare uno dei partiti che lo compongono al
proporzionale (voto nullo oppure voto a un partito non di centro-sinistra). È
emerso quindi chiaramente un maggior «rendimento coalizionale» dell’Ulivo
rispetto alla Casa delle libertà. Questo fenomeno non è nuovo: si era già si era
manifestato nel 1996 ed era stato uno dei fattori della sconfitta del Polo.
Rispetto alla Casa delle libertà, quindi, l’Ulivo era già, fin dal suo nascere,
più «coalizione» e meno «somma di partiti». Questo depone a favore di una
risposta elettorale positiva a una proposta elettorale unitaria.
Voto più importante fra quello
per il partito e quello per la coalizione. L’inchiesta di Itanes pose una
domanda molto chiara al campione di elettori intervistati: «Lei ha dato due voti
per la Camera: ha votato il partito X al voto proporzionale e la coalizione Y al
voto maggioritario. Fra questi due voti, in quale si riconosce di più?». La
domanda offriva la possibilità di rispondere «in tutti e due allo stesso modo»,
e tale è stata la risposta maggiormente scelta. Ma fra quelli che hanno espresso
una preferenza (vedi tab. 1 e fig. 2), hanno risposto «la
coalizione del maggioritario» il 32,8% degli elettori dell’Ulivo e il 23,9%
degli elettori della Casa delle libertà. Evidentemente l’identità di
coalizione è più forte fra gli elettori dell’Ulivo che fra quelli della Cdl.
Giungiamo a un risultato del tutto analogo se chiediamo agli elettori italiani
da che cosa è dipesa maggiormente la loro scelta elettorale: dalla coalizione,
dal programma, dal leader della coalizione, dal partito preferito, dal candidato
nel suo collegio? Rispondono «dalla coalizione» in misura assai maggiore gli
elettori dell’Ulivo rispetto agli elettori della Cdl (vedi tab. 2 e
fig. 3). Possiamo ancora aggiungere che coloro che hanno risposto di aver
votato «per il partito» sono in entrambi gli schieramenti in numero inferiore a
quelli che hanno dichiarato di aver votato «per la coalizione», a significativa
conferma che «l’identità di coalizione» sembra ormai prevalere in maniera
generalizzata nel nostro paese sull’«identità di partito».
Omogeneità valoriale fra gli
elettori dei partiti di centro-sinistra e quelli dei partiti di
centro-destra. Abbiamo individuato alcuni temi politici ben caratterizzanti
il dibattito politico attuale e sui quali esistono nette differenze di posizioni
politiche fra gli schieramenti di centro-destra e di centro-sinistra. Questi
temi sono stati presentati agli intervistati attraverso nove domande (sui
seguenti argomenti: diminuzione delle tasse, finanziamento delle scuole private,
privatizzazione della sanità, maggiore libertà alle imprese in tema di
licenziamenti, regionalizzazione delle tasse, preferenza per un leader forte,
voto agli immigrati, introduzione della pena di morte, atteggiamento verso un
regime autoritario). Abbiamo voluto vedere se le differenze di posizione degli
elettori variassero sensibilmente a seconda del partito votato nel
proporzionale. In altre parole, ci siamo chiesti se ci fossero più differenze
nei valori, negli orientamenti di fondo, fra gli elettori dei partiti di
centro-sinistra oppure fra gli elettori dei partiti di centro-destra. Ebbene, in
ben sette temi su nove il coefficiente di variazione, che rileva questa
variabilità, è risultato maggiore fra gli elettorati del centro-destra che fra
gli elettorati del centro-sinistra. Quindi l’elettorato di centro-sinistra
appare più omogeneo politicamente e culturalmente di quello del centro-destra,
tendenzialmente più unito, e quindi dovrebbe offrire un terreno più fertile per
una proposta unitaria di quanto non lo faccia l’elettorato di centro-destra.
Tutte e tre
le prove empiriche alle quali abbiamo fatto ricorso mettono dunque in evidenza
una maggiore «identità di coalizione» fra gli elettori dell’Ulivo rispetto agli
elettori della Casa delle libertà e conseguentemente una maggiore capacità
attrattiva sugli elettori da parte della coalizione dell’Ulivo rispetto a quella
della Casa delle libertà.
Possiamo
quindi concludere dicendo che:
– I
casi trascorsi di unificazioni elettorali, nella recente storia del nostro
paese, quasi sempre hanno dato esiti deludenti per il motivo che si trattava di
unificazioni puramente elettorali e non politiche. Esse nascevano
più dalla paura di un insuccesso elettorale e dal desiderio di camuffarlo
distribuendone la colpa su uno spettro più ampio di partiti, che non dalla
presenza di un effettivo disegno politico. E talvolta queste alleanze sono state
messe in piedi dai gruppi dirigenti dei partiti al solo fine di salvare se
stessi, cercando in questo modo di mettersi al riparo dal giudizio elettorale.
–
Se il cartello elettorale è quasi certamente destinato al fallimento in una
cultura politica di tipo proporzionale, lo stesso non può dirsi in una cultura
politica di tipo maggioritario, dove la mentalità coalizionale prevale su
quella partitico-particolaristica. Certamente nel sistema politico italiano la
cultura maggioritaria si è venuta progressivamente consolidando a partire dal
mutamento delle regole elettorali introdotte nel 1994, e l’esito delle
successive elezioni per il Parlamento, sempre più bipolare, lo conferma. Va
aggiunto che le elezioni europee della primavera prossima sono elezioni di tipo
proporzionale, per cui l’aggregazione fra i partiti porta con sé un rischio
maggiore di quello che potrebbe esserci se le elezioni fossero di tipo
maggioritario. Tuttavia il clima politico del paese resta fortemente bipolare
(progressivamente accentuato dalla presenza polarizzante di Berlusconi), e
questo antagonismo fra coalizioni dovrebbe improntare anche la campagna per le
elezioni del Parlamento europeo (favorendo quindi le aggregazioni e le liste
uniche), malgrado il carattere proporzionale della consultazione.
–
L’esito delle ultime elezioni politiche e gli studi condotti sugli elettori, sul
loro comportamento e sulle loro motivazioni, ci mostrano che nell’elettorato di
centro-sinistra è presente un’identità di coalizione assai più marcata che
nell’elettorato di centro-destra; in quest’ultimo i richiami partitici e le
divisioni fra gli stessi sono ancora forti e superati solo dall’appello
unificante del leader. Nel contempo gli elettorati dei partiti di
centro-sinistra appaiono culturalmente più omogenei di quanto non lo siano gli
elettorati dei partiti di centro-destra.
Per ulteriori informazioni,
contattate:
Piergiorgio Corbetta,
direttore di ricerca Istituto Cattaneo: 3405921850
Tab. 1. Tipo di voto nel
quale l’elettore si riconosce maggiormente per coalizione votata nel
2001
|
|
Elettori dell’Ulivo |
Elettori della Cdl |
|
|
32,8 |
23,9 |
|
Si riconosce maggiormente nel
voto proporzionale |
33,4 |
35,5 |
|
Si riconosce nei due voti nello
stesso modo |
33,8 |
40,6 |
|
|
|
|
|
Totale |
100 |
100 |
|
(N) |
(925) |
(1168) |

Tab. 2. Motivazione del voto
maggioritario per coalizione votata nel 2001
|
|
Elettori dell’Ulivo |
Elettori della Cdl |
|
La coalizione |
32,6 |
23,4 |
|
Il programma |
19,2 |
27,0 |
|
Il leader della
coalizione |
13,5 |
28,2 |
|
Il partito
preferito |
28,2 |
17,0 |
|
Il candidato nel
collegio |
6,5 |
4,4 |
|
|
|
|
|
Totale |
100 |
100 |
|
(N) |
(924) |
(1193) |


|