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dicembre 19, 2003

Il cambiamento del clima sociale e d'opinione. un ritorno della partecipazione


Sulle tracce della "meglio gioventù"
ILVO DIAMANTI

GLI ITALIANI sembrano in fuga dagli anni Novanta, dai modelli di valore e di comportamento che hanno caratterizzato la società negli ultimi dieci (e forse ancheventi) anni. Il tempo del privato, del mercato, della deregolazione; il tempo del risentimento apatico, dell'insofferenza immobile, dell'acredine contro le istituzioni e contro lo Stato. Sembrano il passato. Eredità consunta del vecchio millennio. Mentre, incerti ma chiari, si colgono i sintomi di cambiamento del clima sociale e d'opinione. Un ritorno della partecipazione collettiva e individuale; una migliore disposizione verso il pubblico e lo Stato; la crescente ricerca di riferimenti comuni, capaci di garantire sicurezza e coesione.
La Chiesa, le forze dell'ordine, e, soprattutto, il presidente della Repubblica. Sono le principali indicazioni offerte dalla VI indagine sugli "Italiani e lo Stato", condotta da Demos-LaPolis. Segnalano una svolta, rispetto al passato, che conferma e accentua le tendenze emerse nel rapporto di un anno fa.
Il 2003 è stato attraversato da guerre e da conflitti. Depresso dalla stagnazione economica. Ciò ha contribuito a dissacrare i miti rampanti degli anni Ottanta e Novanta. Il richiamo delle Borse, l'appeal dell'impresa come valore. La stessa rivendicazione localista e autonomista allo Stato nazionale. Hanno perduto vigore. Prevalentemente per delusione, di fronte agli esiti insoddisfacenti prodotti da un decennio di privatizzazioni incompiute, new economy divenuta precocemente old, federalismi annunciati con parole sempre nuove e diverse. Anche la leggenda dell'antipolitica si è un po' usurata. Un po' perché è divenuta, a sua volta, una tecnica retorica per guadagnare consensi. La politica dell'antipolitica. Un po' perché anni di impolitica al potere hanno prodotto, se non nostalgia della vecchia politica, sicuramente fastidio della nuova.
Così, questa VI indagine celebra il ritorno di riferimenti e modelli che solo un decennio fa erano stati abiurati e abbandonati. Registra l'ingresso nel linguaggio comune, di parole dimenticate, ridotte ad arcaismi.
Il pubblico, lo Stato. Nella società italiana sembrano più apprezzati del "privato". Soprattutto quando si parla di servizi sociali, di scuola. Mentre parole magiche del dizionario degli anni Novanta, come "mercato" e "Borsa", oggi suscitano rifiuto.
Poi, la partecipazione. Considerata un modo di concepire e fare la politica irrimediabilmente sorpassato. Rimpiazzata, la partecipazione, da altri mezzi, altre tecniche, altri percorsi. Partiti senza militanti senza territorio, senza persone Le elezioni senza elettori. I leader e la loro immagine al post ( delle idee e dei valori. La comunicazione mediatici al posto dell'organizzazione e della consultazione. Gli slogan al posto dei progetti. Il marketing al posto delle passioni. E delle emozioni. La postdemocrazia (come l'ha definita Colin Crouch, in un suggestivo saggio uscito per Laterza). Che richiama la postpartecipazione, sperimentata nell'Italia degli anni 90. Un modello che combina, concertazione, protesta e rivendicazione senza mobilitazione.
Ebbene: converrà riconsiderare l'idea della postdemocrazia. Rimaneggiarla un po', almeno. E recuperare, dal dizionario delle parole perdute, il termine "partecipazione". Visto che nel 2003 oltre 5 persone su 10 hanno partecipato a iniziative e manifestazioni politiche. Una platea che si allarga fino a 8 persone su 10, se si comprendono le attività di partecipazione sociale: l'impegno volontario, l'associazionismo di rappresentanza. Nell'epoca del disincanto politico, del distacco dalle istituzioni, sembra che la partecipazione si sia propagata, per contagio, a gran parte della popolazione.
Ciò è avvenuto, in parte, per la "reazione" prodotta dalla guerra in Iraq, per promuovere il sentimento di pace. In parte per contrastare l'incertezza economica, i timori che incombono sul lavoro e sui diritti che lo regolano. Per rispondere all'incertezza generata dalla flessibilità pervasiva, che penetra ogni luogo di vita e di lavoro. In parte ancora, questa partecipazione, larga e diffusa, nasce dall'offerta di metodiche nuove, che in realtà aggiornano tecniche antiche. Come le bandiere. Che hanno permesso di esprimersi a componenti sociali che hanno più difficoltà a mobilitarsi, politicamente. Come le donne che lavorano in casa.
Tuttavia, la partecipazione che caratterizzala società italiana nel 2003 reagisce solo alle paure e alla depressione economica. E anche una risposta alla postdemocrazia. Al vuoto sociale e di passione lasciato dai partiti. E, inoltre, rivela una domanda diffusa di identità. E una manifestazione-insieme ad altre cui abbiamo assistito nell'ultimo anno - dell'esigenza delle persone di condividere valori e sentimenti. Valori, sentimenti: altre parole dimenticate, nel lessico della vita pubblica. Ritornano.
Come i giovani. Invisibili, per quasi vent'anni, sulla scena pubblica. Dati per dispersi: in famiglia, nel volontariato, nelle discoteche, nei piccoli gruppi amicali. In casa, nei locali di tendenza. Bravi a mimetizzarsi. Camaleonti. I giovani, anzi i giovanissimi, gli adolescenti: hanno riempito le piazze, nell'ultimo anno. Facendo sentire la loro voce. Contro la guerra, la riforma della scuola, lapolitica dei trasporti. Gli studenti: hanno manifestato quasi tutti, con una frequenza sorprendente. Quasi più alta di quella messa in mostra dalla "meglio gioventù" di trent'anni fa. I loro padri, le loro madri. I loro professori (e le loro professoresse) di oggi.
Infine, in questa rassegna di grandi "ritorni", segnaliamo alcuni solidi elementi di continuità. La Chiesa, le forze dell'ordine. E soprattutto il presidente della Repubblica, che in questi giorni è al centro del dibattito politico per la decisione di rinviare alle Camere la legge Gasparri. Nei suoi confronti esprimono fiducia tre italiani su quattro. Una quota superiore a quattro anni fa, all'indomani della sua elezione. Un dato che, nel tempo si è mantenuto elevato e nell'ultimo biennio è ulteriormente cresciuto. Ilcherisulta più significativo, se pensiamo alle lacerazioni politiche di questa fase; alle tensioni, agli evenitdrammatici che hanno scosso la storia recente, in ambito nazionale e globale. Se, infine, consideriamo la stima, molto più limitata, verso le altre istituzioni pubbliche e le altre cariche dello Stato. Il che conferma che Ciampi, più di ogni altra figura della scena pubblica nazionale, interpretala domanda di condivisione, e di unità degli italiani. E la voglia di normalità, stabilità. Che appare acuta, in una società che soffre la patologia della transizione come precarietà infinita: il bipolarismo come divisione irriducibile.
E' un tratto che completa e dà significato al disegno di questa indagine. Dove coesistono le paure globali, l'incertezza sociale, il disincanto privato, la domanda di impegno pubblico, la ricerca di valori e l'esperienza diffusa della partecipazione. Elementi diversi, che cercane una cornice comune. E un chiodo. Un gancio. Per potersi sostenere.


L'Italia si schiera con Ciampi
e al privato preferisce il pubblico

Aumenta la sfiducia nelle istituzioni economiche e nella Ue
FABIO BORDIGNON


Ripresa della fiducia nelle istituzioni, tra le quali il presidente della Repubblica continua a primeggiare; riavvicinamento dei cittadini alla dimensione pubblica; la ritrovata voglia di partecipazione, soprattutto tra i più giovani, in reazione agli eventi internazionali. Sono queste le principali indicazíoní offerte dal VI rapporto sui cittadini e le istituzioni in Italia, realizzato da Demos-LaPolis per Repubblica, la cui versione integrale sarà pubblicata domani sulle pagine del Venerdì.
Il capo dello Stato, Ciampi, continua a rappresentare uno dei principali punti di riferimento agli occhi dei cittadini italiani. Superata la metà del proprio settenato, l'inquilino del Colle ha conservato il consenso che, nel '99, aveva salutato la sua elezione. Anzi, l'ha incrementato: ottiene, oggi, l'apprezzamento di 3 cittadini su 4 (75%), contro il 71% di allora. Perlaverità, solo nel 2001, a ridosso delle elezioni, la sua immagine ha sofferto un leggero appannamento, scendendo al 63%. Ciampi si conferma il presidente "di tutti": ottiene eguali consensi tra gli elettori di centrodestra e centrosinistra, valutazioni posítíve nei diversi settori della popolazione; i picchi più elevatisi registrano tra le persone più anziane (83-85%, superati i 55 anni), tra i cattolici praticanti (79%). Nella graduatoria delle istituzioni, solo le Forze dell'ordine (80%) superano tali valori, in virtù del senso di vicinanza prodotto dai fatti di Nassiriya. Aumenta, all'opposto, la distanza da un altro soggetto che, fino a qualche tempo fa, si collocava stabilmente tra i riferimenti forti dei cittadini: l'Unione europea, il cui indice di apprezzamento scende di 7 punti, fermandosi appena sopra la maggioranza assoluta (53%).
Si mantengono stabili, dopo i segnali di ripresa osservati dalla precedente rilevazione, le altre istituzioni che fanno riferimento alla sfera pubblica.
Lo Stato, nel suo assieme, viene guardato positivamente dal 37% dei cittadini: una quota superiore di ben 8 punti rispetto al 2001. Dinamiche non dissimili riguardano le amministrazioni locali: le regioni (44%) e i comuni (38%). Mentre il governo (25%),e ancor più i partiti (9%), restano stabilmente nelle ultime posizioni.
Sono le istituzioni economiche, però, a evidenziare la flessione più marcata, accentuando un declino evidente già nel 2001: le associazioni degli imprenditori scendono, tra il' 99 e oggi, dal 37 al 21%; le banche dal 33 al 22%; la borsa addirittura dal 31 al 7%. Tali oscillazioni, più in generale, vanno inquadrate in un riposizionamento dei cittadini sull'asse pubblico-privato. A questa dinamica vanno ricondotti gli indici relativi al gradimento dei servizi. La soddisfazione media per quelli privati (nel settore della scuola e della sanità) è scesa di ben 12 punti negli ultimi 2 anni (dal 55 al 43%): un arretramento che ha determinato il sorpasso da parte dei corrispettivi servizi pubblici. Parallelamente, sembra essersi riassorbita la spinta verso le privatizzazioni che aveva caratterizzato buona parte degli anni '90. A chiedere una presenza più forte del mercato nella gestione della sanità rimane, a esempio, il 21% della popolazione, mentre fino a qualche tempo fa lo stesso indicatore superava il 30%.
In sintonia con il quadro finora descritto, la ricerca mette in evidenza il rafforzamento della nuova ondata partecipativa registrata nel 2002. Spronati dagli eventi internazionali, da un intervento militare fortemente avversato dall'opinione pubblica italiana ed europea, le persone hanno riscoperto il gusto di "dire la loro", di esprimere la propria opinione, di manifestare il proprio dissenso. Mostrando un repertorio di mobilitazione ampio e in parte inedito: l'attivismo su scala locale, l'impegno all'interno dei partiti, le manifestazioni di protesta, per la pace, l'esposizione della bandiera arcobaleno (e/o di quella italiana) al balcone. L'indice di mobilitazione politica - che tiene conto delle diverse modalità appena elencate - è salito, nell'ultimo anno, dal 49 al 52%. Va segnalato, allo stesso tempo, come questo incremento si nutra, in misura cospicua, d'una rinnovata propensione all'impegno proposta delle classi giovani e giovanissime.


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