| di MARIO MORCELLINI LA LEGGE Gasparri è da tempo al centro dei riflettori dell’informazione. Un interesse che ha potuto per di più consolidarsi perché siamo di fronte a un nodo cruciale per il governo Berlusconi, ma anche per i diversi picchi di discussione che la legge ha avuto, dalla prima gestazione al dibattito degli esperti fino ai ripetuti passaggi parlamentari. Ma certo, il punto di maggior suspense ha coinciso con la mancata controfirma da parte del Presidente della Repubblica. E’ indiscutibile infatti che esso configura un evento di rilievo sul piano politico, non frequente nella nostra architettura istituzionale e dunque tanto più capace di accendere l’informazione. E’ stata dunque tempestiva l’idea di affidare ad un sondaggio l’interrogativo sul grado di conoscenza degli italiani sulla materia. Ciò infatti aiuta a porre un problema più generale: un tema che eccita i media e divide l’opinione pubblica riesce a “passare” con altrettanta forza nella società civile? Ebbene, l’interesse del sondaggio realizzato per Il Messaggero da Abacus consiste in alcune conferme di ciò che sappiamo sulla società italiana e sul suo problematico rapporto con le istituzioni politiche. Ma anche in qualche sorpresa. Quella più acuta è certamente data dall’incidenza di quanti non hanno neppure “sentito parlare” della legge sul riordino del sistema televisivo: più di un quarto degli italiani. Un dato altrettanto consistente, e forse meno imprevedibile, riguarda gli intervistati informati della legge e che non si schierano rispetto ai suoi contenuti ed alla vicenda. Mettendo insieme questi due segmenti della popolazione, solo la metà degli italiani riesce a dividersi sulla legge Gasparri, secondo una logica che è facile definire da referendum: ancora una volta, pro o contro Berlusconi. Ancora una volta, seppure a distanza dall’appuntamento con le urne, quando in Italia si parla di tv il dibattito rischia di esaurirsi sugli schieramenti e sul sillabario della politica. Onestamente, tutte le condizioni di singolarità del caso italiano anche stavolta inducono a dire che la politicizzazione del dibattito sulla tv è tutt’altro che incomprensibile. Anzi. Restano infatti sullo sfondo questioni persino drammatiche di pluralismo dell’informazione. Ma non sono meno rilevanti le tematiche di modernizzazione del nostro sistema dei media, la difesa delle imprese audiovisive, delle professionalità e dei posti di lavoro. Tuttavia al centro della scena si rintraccia ancora una volta il nodo del conflitto d’interessi che emerge non come nodo ideologico ma quale concreto impedimento persino alla crescita della qualità del dibattito. La sua mancata soluzione, e per converso la scarsa tolleranza e ipersensibilità nei suoi confronti, finiscono per distorcere le prese di posizione dell’opinione pubblica restringendo il raggio del dibattito al teatrino della politica e ai suoi primattori. Basti pensare che gli intervistati informati sulla vicenda tendono a dividersi non in modo variegato e stratificato sui tanti temi toccati dalla legge. Essi si concentrano su due giudizi radicali e oppositivi: «avvantaggia solo le televisioni di Berlusconi» oppure «aumenta il pluralismo dell’informazione». Si tratta evidentemente di risposte totalizzanti, ancora una volta perfettamente comprensibili, ma che lasciano la situazione con il groviglio delle sue contraddizioni. Se c’è una lezione d’insieme in questo interessante sondaggio è che le opinioni che esso ci racconta fotografano atteggiamenti largamente preesistenti al dibattito sulla legge e che non sono stati minimamente modificati da questi lunghi mesi di discussione. E’ un risultato inquietante: fa sospettare che i media non ce l’hanno fatta ad approfondire e a tematizzare le questioni messe in gioco, e sembra al tempo stesso confermare una difficoltà della politica a produrre idee e proposte nuove e risolutive. Nel loro insieme queste criticità spiegano in modo esauriente l’ampiezza della platea dei disinformati e degli apatici, altrimenti incomprensibile rispetto al battage informativo di questi ultimi mesi. Ma certo è difficile stavolta prendersela solo con il giornalismo o con la politica. Sono mancate ancora una volta la forza e la lungimiranza di cogliere la relazione tra il sistema dei media e la crescita culturale del paese. E’ prevalsa una volta di più la nostra anomalia politica. La legge di riforma del sistema televisivo è un’occasione mancata perché sulla tv occorreva mettere in campo una proposta rassicurante, abilmente universalistica, capace di individuare un governo della comunicazione che marcasse una discontinuità rispetto alla sovranità della politica e della maggioranza di turno.
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