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dicembre 16, 2003
 Identikit dei giovani pacifisti
la Repubblica 13-12-2003
I risultati di un sondaggio Swg per l'Arci realizzato fra ragazzi trai
15 e i 28 anni. Il riconoscimento del ruolo svolto dalle Nazioni Unite
''`No alla guerra. Ma se serve..." - Identikit dei
giovani pacifisti
GIANCARLO MOLA
ROMA - Pacifisti con molti "se" e tanti "ma". Decisamente
contrari alla guerra ma disponibili a cambiare idea, soprattutto se c'è l'avallo
delle Nazioni Unite. Non violenti nella vita quotidiana ma non per questo pronti
a scendere in piazza contro i conflitti armati. Sempre più concreti e sempre
meno ideologici. Eccoli, i giovani italiani nell'era degli attacchi preventivi
e del terrorismo internazionale, della militanza no global e del futuro senza
certezze. Tutti uniti nel considerare la pace un valore da coltivare con passione
ma divisi quando si tratta di declinarlo nelle grandi scelte di campo.
L'identikit della nuova generazione alle prese con la sfida del pacifismo
emerge da un sondaggio commissionato a Swg dall'Arci servizio civile nazionale,
che sarà presentato dopodomani a Perugia nel corso del convegno «Il Servizio
civile nazionale per la promozione della pace: adesso è possibile».
È un ritratto
dalle mille sfumature, proprio come i tempi che i giovani trai 15 e i 28 stannovivendo.
Non c'è dubbio che il desiderio di pace sia forte, molto più che negli adulti.
II 98 per cento
degli intervistati non ha dubbi nel giudicare il pacifismo valo
re. La grande m aggioranza (45 per cento) chiede che sia rispettato sempre
ma non manca chi ritiene che sia «impossibile applicarlo nella realtà» (23 per
cento) o che «talvolta è necessario usare la forza» (30 per cento).
Le opinioni sulla pace sono lo specchio di quelle sulla guerra. Verso la
quale l'atteggiamento, negli ultimi sei mesi, è cambiato. Se ad aprile-sul finire
della campagna in Iraq-81 giovani su 100 negavano con vigore l'esistenza di
guerre giuste, a ottobre (ma prima della strage dei militari italiani a Nassiriya)
la percentuale era scesa al 68 per cento.
Fondamentale, nell'esprimere un giudizio
sui conflitti armati, diventa quindi la posizione dell'Onu: il 40 per cento
dei 15-28enni affermano infatti di essere «contrari alla guerra salvo una decisione
delle Nazioni Unite». Ma anche la fiducia negli organismi internazionali è in
calo: ad aprile il 74 per cento degli intervistati sosteneva che «solo l'Onu
dovrebbe poter decidere su eventuali interventi militari» ma a ottobre la stessa
idea era condivisa dal 53 per cento del campione.
Di quale pacifismo parlano, allora, i giovani che si professano pacifisti?
Un pacifismo che non è necessariamente militanza antimilitarista. Ma piuttosto
prassi quotidiana, modo di intendere la vita privata e le relazioni sociali.
«A quale delle seguenti attività assoceresti la parola pacifismo?», è stato
chiesto agli intervistati. Ebbene, il 93 per cento ha risposto
«alle missioni di solidarietà internazionale» , l'89 per cento «alle attività di volontariato» e 1'80 per cento
addirittura «alle missioni umanitarie in cui sono impegnati anche militari».
Decisamente staccate le manifestazioni contro la guerra (indicate dal 71 per
cento del campione), l'appartenenza a una chiesa (40 per cento), i movimenti
no global (32 per cento) e i partiti (buoni ultimi con il 18 per cento dei consensi).
È un pacifismo molto laico,
quindi, quello
delle nuove generazioni. Un pacifismo che è in primo luogo «un modo di affrontare
la vita di tutti i giorni», come spiega il 40 per cento dei giovani, quasi tutti
d'accordo (83 per cento) nel definire pacifista«unapersona che applicalanonviolenza
nella vita quotidiana». Un pacifismo che soprattutto fa fatica a trovare punti
di riferimento attuali.
Tra i leader vince ancora una volta il Papa (indicato
da 27 intervistati su cento), seguito a poca distanza da personaggi carismatici
ma non più in vita come madre Teresa di Calcutta (26 per cento) e Gandhi (25
per cento).
Sono dati che fanno riflettere. Ma che non preoccupano i promotori del sondaggio,
interessati soprattutto a capire la disponibilità dei giovani verso una scelta
«orientata» come quella del servizio civile alla vigilia della soppressione
della leva obbligatoria. «Ci fa piacere innanzitutto che il 58 per cento degli
intervistati possano essere definiti pacifisti ".praticanti" o "movimenti-
sti": è una percentuale altissima soprattutto se sipensachesi tratta
in maggioranza di ragazzi e ragazze fra i 15 e i 18 anni, cioè i nostri interlocutori
privilegiati»,
spiega Licio Palazzini, presidente di Arci servizio civile. «Ma anche l'idea-aggiunge
- di un pacifismo non ideologico, ancorato al volontariato e alla solidarietà,
va accolta
come una buonanotiziadaorganizzazioni impegnate nel sociale come le nostre:
il servizio civile sia in Italia sia, in fu
turo, all'estero potrà potenzial
mente contare su risorse fonda
mentali per costruire una nuova
cultura della pace».


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